ESECUZIONI “SEMANTICHE” DI ÉLENCHOS

 ELENCHOS SEM

 

Aristotele, dunque, mette all’opera il movimento elenctico per difendere il principio più saldo di tutti, quello che, con termini moderni, nominiamo “principio di non contraddizione”. Quello del principio saldissimo è un caso notevole, uno dei principi primi dell’ontologia aristotelica.

 

Il principio più saldo di tutti, da difendere col metodo elenctico, viene per la prima volta presentato in termini ontologici, secondo la formula per cui «è impossibile che la stessa cosa, a un tempo, appartenga e non appartenga a una medesima cosa, secondo lo stesso rispetto». In altre parole, Aristotele, occupandosi di dare anzitutto un’eidetica di questo principio, afferma che non si dà l’eventualità che uno stesso significato convenga e non convenga insieme (, ovvero simul – intendendo contemporaneità logica, non sincronica) alla stessa cosa.

 

 

La seconda formulazione del principio più saldo di tutti, segue immediatamente, come se Aristotele, mediante più formulazioni riguardanti diverse prospettive, volesse tutelarsi da eventuali raggiri sofistici: «non è possibile che i contrari sussistano insieme in un identico soggetto» e che, «nello stesso tempo, una cosa sia e non sia». Si tratta di una formulazione interessata alla fisica dell’essere, per cui ciò che prima era detto per le essenze, ora viene ribadito per gli enti individualmente considerati: essi non possono essere e nel contempo (– qui con un significato anche temporale) non essere.

 

Passando, poi, da un piano ontologico a uno più interessato al lato gnoseologico, Aristotele fornisce altre due formulazioni del medesimo principio, sotto il rispetto dell’asserzione giudicante e sotto un rispetto più propriamente assertivo-logico. La prima afferma l’evidenza dell’impossibilità che «a un tempo, la stessa persona ammetta veramente che una cosa esista e, anche, che non esista». Se il principio è lo stesso, il taglio qui datogli è nettamente di tipo apofantico (e di questo risente la connotazione di– ancora temporale, perché è nel tempo che si esprime l’azione apofantica). La seconda formulazione, di interesse più logico-proposizionale, recita l’impossibilità che«affermazioni contraddittorie» siano «vere insieme» (chiaramente, riferendosi alla logica della proposizione, in  decade ogni significato temporale).

 

Essendo, questo, un principio del quale, come si diceva, non è possibile dimostrazione apodittica, pena il rimanere imprigionati nel già noto trilemma, è doveroso salire su quel piano elenctico, che osserveremo finalmente all’opera.

 

Anticipando qualcosa che chiariremo meglio in seguito, dobbiamo già avvertire che, montando da un piano apodittico a un piano elenctico, le alternative che si impongono agli interlocutori sono di tipo pratico: a differenza di quanto denunciava Apel , non si tratta di un confronto puramente logico, bensì di alternative che coinvolgono la prassi.

Questo è chiaro fin dall’inizio, dal primo bivio di fronte a cui si trova il nostro interlocutore.

– Esecuzioni “semantiche” di élenchos.

 

Si tratta di una serie di esecuzioni nelle quali il principio saldissimo viene rappresentato come garante del carattere determinato di ogni significato.

) Aristotele inizia osservando che l’élenchos è possibile, a patto che l’avversario dica qualcosa. Se, invece, l’avversario non dice nulla, allora è ridicolo cercare una argomentazione da opporre contro chi non dice nulla, in quanto, appunto, non dice nulla: costui, in quanto tale, sarebbe simile a una pianta.

 

Il nostro interlocutore è tale se dice qualcosa, se, appunto, interloquisce. Siamo al cospetto di un interlocutore, se chi abbiamo davanti dice qualcosa; siamo di fronte a un avversario, se il nostro interlocutore intende negare quanto noi riteniamo saldissimo.

 

Ma, ricordando quanto finora sostenuto circa la struttura locutorio-illocutorio, il nostro avversario, asserendo qualcosa, si impegnerà anche illocutoriamente, ovvero proponendosi come responsabile di quanto dice. Se il nostro avversario, volendo negare quanto sosteniamo, si rifiutasse di asserire alcunché, il suo asserto rimarrà inespresso, la sua negazione non sarà stata effettuata e lui assumerà le sembianze di una pianta: egli, insomma, si porrà fuori dall’orizzonte del pensiero e del linguaggio.

 

Il nostro interlocutore, dunque, dovrà dire qualcosa per essere tale: senza tale dire, l’obiezione non potrebbe esserci. Non è necessario che il nostro interlocutore si impegni sull’essere o meno di qualcosa – se esigessimo un tale impegno da parte sua, staremmo già presupponendo la validità del principio che vogliamo dimostrare, cadendo in una evidente petizione di principio –; basterà che egli dica alcunché di significante.

 

 

«Se non facesse questo – scrive Aristotele anticipando un punto molto interessante che andremo a chiarire nel seguito – costui non potrebbe in alcun modo discorrere, né con sé medesimo né con altri».

 

Il negatore, comunque, asserendo alcunché di significante, proponendosi cioè come chi pone qualcosa effettivamente e determinatamente, rende possibile proprio per questo la nostra confutazione: pone infatti qualcosa di determinato, dimostrando che c’è qualcosa di determinato; e, inoltre, questo suo porre significante ed effettivo è ritenuto vero senza la necessità di alcuna dimostrazione.

 

Cadrà, allora, in una contraddizione consistente nell’evidente petizione di principio di cui si fa attore: vuole distruggere il discorso con il discorso. Egli, negatore di un principio che afferma la determinatezza, utilizza significati determinati e assume, senza la necessità di alcuna dimostrazione, l’univocità di tali significati.

 

Invano, il nostro negatore potrebbe rifugiarsi nella considerazione che una parola non ha un solo significato, ma molti. Per ribattere a tale sofisma, basterà stabilire quali e quanti siano tali significati, conferendo loro un rispettivo nome. Se l’obiettore si rifiutasse di compiere tale lavoro di discernimento, adducendo che le parole hanno infiniti significati, non basterà che porre l’evidenza che, se così fosse, nessun discorso potrebbe aver luogo, né tra sé, né con altri.

 

Insomma, potremmo dire con parole diverse, il potere significante delle parole, il potere di avere un significato determinato, non viene meno per causa della plurivocità di alcune parole: si tratta di un’accidentale imperfezione che, come tale, non intacca l’essenza del linguaggio. Solo nel caso di una semiosi infinita, il problema si porrebbe come irrisolvibile: ma, in quel caso, impossibile sarebbe il discorso; il problema non si potrebbe nemmeno porre, dato che impossibile sarebbe parlarne o, peggio, pensare. In quel caso, «tutte le cose si ridurranno a una sola», scrive Aristotele.

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