FACOLTÀ DI INDIFFERENZA

INDIF

 

 

 

 

 

 

 

Eccoci giunti a quella facoltà di indifferenza di cui abbiamo parlato poco sopra: si tratta di ammettere l’intercambiabilità delle idee, la medesima inanità da parte di tutte le idee.

L’uomo, idolatra per istinto, invece converte in Assoluto gli oggetti dei propri sogni e dei propri interessi: egli ha da sempre perduto la facoltà di indifferenza, l’ha perduta insieme al Paradiso, luogo, come abbiamo sostenuto nel paragrafo precedente, della scienza che ignora se stessa, dell’eterno presente, dell’assenza della morale: “Che cos’è la Caduta se non la ricerca di una verità e la sicurezza di averla trovata, se non la passione per un dogma, l’insediamento di un dogma?

Da ciò deriva il fanatismo, tara capitale che dà all’uomo il gusto dell’efficacia, della profezia, del terrore ”.

 

La Caduta è questa perdita, perdita che rende assassini, e la ricerca e l’insediarsi di una verità esclusiva e indimostrabile; è il dominio del dogma, è la passione per le idee trasformate in déi, personali e terribili, che esigono obbedienza assoluta e incondizionata. “Unessere che sia posseduto da una convinzione e non cerchi di comunicarla agli altri è un fenomeno estraneo alla terra, dove l’ossessione della salvezza rende la vita irrespirabile”. Questo è il clima nel mondo della Caduta. “Vi si sottraggono solo gli scettici (o i fannulloni e gli esteti), perché non propongono nulla, perché – veri benefattori dell’umanità – ne distruggono i partiti presi e ne analizzano il delirio”.

 

La facoltà di indifferenza, l’assenza del punto di vista, il sottrarsi al gioco delle idee e ancor più significativamente a quello delle ideologie significa rifiutarsi alla scelta, evitare di prendere partito in quanto ogni risoluzione ferma nasconde una minaccia di morte e di assoggettamento. “Non aver mai l’occasione di prendere posizione, di decidersi o di definirsi: non c’è voto che io faccia più spesso di questo.”, scrive Cioran in Storia e utopia. Significa conformarsi alla saggezza crepuscolare, alla superba inutilità dei fannulloni, degli esteti e degli scettici, di coloro che, proprio in quanto non propongono nulla, si adoperano alla dissoluzione dei partiti presi e all’analisi del delirio dell’uomo attivo.

Lo scetticismo, il dubbio congenito, quasi un fatum che intacca ogni atto, ogni pensiero – che addirittura giunge a porre in dubbio anche se stesso471 e i reali progressi compiuto nel cammino verso il disincanto – sono una costante nella riflessione e nella vita di Cioran: ce ne occuperemo più nello specifico in un paragrafo seguente. Per ora accontentiamoci di questo elogio dello scetticismo dei grandi crepuscoli:

 

“È alle epoche di dissolutezza che va il merito di mettere a nudo l’essenza della vita, di rivelarci che tutto è solamente farsa o amarezza – e che nessun evento merita di essere abbellito: esso è necessariamente esecrabile.[…] La «verità» non traspare se non quando gli uomini, dimentichi del delirio costruttivo, si lasciano andare alla dissoluzione delle morali, degli ideali e delle credenze. Conoscere è vedere; non è né sperare né intraprendere”.

Il ruolo del pensatore nella nostra società, secondo Cioran, deve limitarsi a questa visione, può essere “soltanto quello del testimone. Il pensatore non può avere alcuna influenza sul corso delle cose. Porta una testimonianza. È come il poliziotto che constataun incidente. Questo ha fatto Montaigne, ma il suo messaggio è rimasto privo di effetto sui pensatori”.

 

Molto interessante questo parallelismo con Montaigne: in effetti Montaigne si è limitato a registrare su se stesso gli effetti di una crisi generale, a guardare il mondo dal proprio punto di vista. Montaigne rappresenta un momento di distacco con tutto il naturalismo precedente ed è l’emblema dell’assunzione della crisi (a differenza di Descartes, che mira a reagire alla crisi). Montaigne non teorizza in quanto non crede nella veracità di una soluzione o nella conclusività della stessa.

Una situazione di distacco, di declino, un momento di rottura e una crisi: il parallelismo con la crisi prolungata a cui assistiamo noi moderni è evidente. La volontà di rifarsi solo a se stessi, di rifiutare il pensiero tecnico, astraente, impersonale e di attribuire valore alle proprie verità proprio in quanto vive, in quanto espressione di una soggettività accomunano Cioran e Montaigne, lo scettico con cui la Francia ha cominciato e il grande epigono con cui la Francia, almeno quella del nostro secolo, finisce.

 

Al contempo il distacco, la convinzione di non poter in alcun modo inserirsi o modificare gli avvenimenti, di non poter evitare la catastrofe, di dover limitarsi a redigere il verbale di quell’incidente che è l’uomo sono altri elementi che accomunano queste due grandi personalità del pensiero. Comprendere che il ruolo del pensatore è solo quello del testimone, che estraniarsi dal gioco delle idee significa liberare le idee dalla coltre di affettività che inevitabilmente noi proiettiamo in loro, significa comprendere il meccanismo del fanatismo. Non proiettare nelle nostre idee la nostra frenesia, le nostre speranze o le nostre aspirazioni: questo vuol dire vedere, questo vuol dire conoscere. Vuol dire vedere il delirio, comprenderlo come tale, smettere di essere ingannati.

 

“Conoscere veramente vuol dire conoscere l’essenziale, penetrarvi con lo sguardo, non con l’analisi o la parola. Questo animale ciarliero, chiassoso, tonitruante, che esulta nel baccano (il rumore è la conseguenza diretta del peccato originale), dovrebbe essere ridotto al mutismo, giacché mai si avvicinerà alle sorgenti inviolate della vita se patteggerà ancora con le parole. E fino a che non sarà emancipato da un sapere metafisicamente superficiale, persevererà in quella contraffazione dell’esistenza nella quale manca di basi, di consistenza, e nella quale niente di lui è in equilibrio”.

 

Come abbiamo visto, l’organo della conoscenza è la vista: la vista in quanto non contaminata da quell’appetito di analisi di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo –quindi in quanto immune dalla scienza – e neppure dalla parola – dall’apparato che inserisce una distanza tra noi e noi stessi, o meglio che ci attribuisce un supplemento di essere che ci distanzia dall’immediato, soggiogandoci alle finzioni dell’albero della conoscenza:

“Finzioni: giacché non appena consideriamo un atto buono o cattivo, esso non fa più parte della nostra sostanza, bensì di quell’essere aggiuntivo che ci è stato concesso dal sapere, causa del nostro slittamento fuori dell’immediato, fuori del vissuto. Qualificare, nominare gli atti significa cedere alla mania di esprimere opinioni; ora, come ha detto un saggio, le opinioni sono « tumori » che distruggono l’integrità della nostra natura e della natura stessa. Se potessimo astenerci dall’esprimerne, entreremmo nella vera innocenza e, bruciando le tappe a ritroso, attraverso una regressione salutare rinasceremmo sotto l’albero della vita. Invischiati nelle nostre valutazioni, e più disposti a fare a meno dell’acqua e del pane che del bene e del male, come recuperare le nostre origini, come avere ancora legami diretti con l’essere?”.

Ma la vista di cui parla Cioran non è la vista esteriore: è la vista del cuore. Riprendiamo uno degli aforismi da noi scelti come epigrafe:

“Gli occhi non vedono niente. Katharina Emmerich ha ragione quando dice di vedere con il cuore! E se il cuore è la vista dei santi, come potrebbero non vedere più lontano di noi? L’occhio ha un campo ristretto, vede sempre dall’esterno. Ma poiché il mondo è all’interno del cuore, l’introspezione è l’unico metodo per approdare alla conoscenza. Il campo visivo del cuore? Il Mondo, più Dio, più il nulla. Cioè tutto”.

 

Gli occhi hanno un campo ristretto, vedono sempre dall’esterno: “la [loro] funzione […] non è quella di vedere, ma di piangere; e per vedere realmente dobbiamo chiuderli: questa è la condizione dell’estasi, della sola visione rivelatrice, mentre la percezione si esaurisce nell’orrore del déjà vu, di un irreparabile risaputo477 ”. Il mondo è nel cuore e l’introspezione è l’unico metodo per approdare alla conoscenza del tutto, dell’essenziale.

Il campo visivo del cuore, quindi il campo visivo dell’introspezione, è onnicomprensivo, si spinge oltre Dio, nel Nulla che lo supera. In questo senso si tratta di una rivelazione estatica: ricordiamo, infatti, come per estasi Cioran intendesse il superamento di quell’estremo limite che è Dio per approdare alla visione rivelatrice del dominio del Nulla. Ma in che maniera, per un’umanità a cui l’estasi è preclusa, si può approdare alla visione essenziale? In altri termini come si declina l’introspezione, la vista del cuore?

 

“Vi è un’antinomia totale tra il pensare e il meditare, fra il saltare da un problema all’altro e lo sviscerare un solo e medesimo problema. Con la meditazione non si percepisce l’inanità del diverso e dell’accidentale, del passato e dell’avvenire se non per sprofondare meglio nell’istante senza limiti. È cento volte preferibile fare voto di follia o suicidarsi in Dio che prosperare in virtù di simulacri. Una preghiera inarticolata, ripetuta dentro si sé fino all’ebetudine o all’orgasmo, conta più di un’idea, di tutte le idee”.

Cioran sottolinea una differenza molto significativa tra il pensare e il meditare, tra il saltare da un pensiero all’altro e lo sviscerare un solo e medesimo problema. Si tratta di un tema che ricorre in larga parte della sua riflessione; ne Il funesto demiurgo ad esempio incontriamo queste parole: “La miseria del pensiero viene scavalcata fino a quando, invece di saltare da un’idea a un’altra, si resti deliberatamente all’interno di una sola che rifiuta tutte le altre e che a sua volta si annulla non appena si dia come contenuto la propria assenza.

Un’ingerenza simile nel normale meccanismo dello spirito è feconda soltanto se possiamo rinnovarla a volontà: deve guarirci dall’assoggettamento al sapere, dalla superstizione di qualsivoglia sistema”.

 

La meditazione si qualifica quindi come un’ingerenza nel meccanismo dello spirito: ancora una volta si ha la conferma di come lo spirito sia inteso da Cioran nell’accezione negativa di cui abbiamo parlato sopra; lo spirito mette in atto un meccanismo che mantiene il pensiero alla superficie, permettendogli di saltare da un pensiero all’altro, di non approfondire. L’intelligenza deve invece avere il coraggio di girare in tondo – cioè di approfondire, sostiene Cioran in un altro luogo. Deve avere il coraggio di fissarsi su un’idea, di sviscerarla, di esaurirla, di riempirla della sua stessa assenza. A nostro avviso qui si colloca la differenza tra pensieri e ossessioni: vediamola nel dettaglio. In un aforisma Cioran scrive: “Il pensiero non è mai innocente.

Proprio perché è senza pietà, perché è aggressione, ci aiuta a far saltare le nostre pastoie. Se si sopprimesse quanto ha di malvagio e perfino di demoniaco, bisognerebbe rinunciare al concetto stesso di liberazione”. Ne Il funesto demiurgo aggiusta il tiro:

 

“Anche il pensiero è pregiudizio e intralcio. Libera solo all’inizio, quando ci consente di spezzare certi vincoli; in seguito, non è capace che di assorbire la nostra energia e paralizzare le nostre velleità di emancipazione. […] Esso si nutre della propria sostanza, gli piace manifestarsi e moltiplicarsi; a rigore può tendere verso la verità, ma ciò che lo definisce è il suo darsi da fare: pensiamo secondo il capriccio del pensiero. […] Una febbre fra le tante finzioni, un’agitazione all’interno del non-sapere. […] Pensare partecipa della inesauribile illusione che genera e divora se stessa, avida di perpetuarsi e di distruggersi, pensare è competere con il delirio”.

Il pensiero pertanto libera solo all’inizio, quando serve a far saltare le nostre pastoie; ma, in seguito, si nutre di se stesso, si moltiplica, ci costringe a pensare secondo il suo capriccio: è una febbre che partecipa dell’illusione che crea la vita e che quindi permane nel non-sapere, è un competere con quel delirio che si perpetua e si distrugge incessantemente. Questo moltiplicarsi, questo darsi da fare, dà l’idea di una sorta di proliferazione orizzontale che, a rigore, potrebbe condurre alla verità, ma in realtà permette solo una conoscenza superficiale che ignora l’essenziale che si situa al di là dell’illusione generatrice. Le ossessioni, di contro, sono “pensieri la cui proprietà è appunto di non fuggire”; e, a nostro avviso, di non espandersi, di non moltiplicarsi, di non perpetuarsi e tantomeno distruggersi: l’idea che esse rendono è una sorta di insistenza verticale, di logorio incessante, di approfondimento che non conduce da nessuna parte, se non al proprio esaurimento.

“La meditazione musicale dovrebbe essere il prototipo del pensiero in genere. Quale fi-losofo ha mai seguito un motivo fino al suo esaurimento, fino al suo limite estremo? Soltanto nella musica si dà un pensiero compiuto. Dopo aver letto i filosofi più profondi sentiamo il bisogno di ricominciare da zero. Soltanto la musica ci dà risposte definitive.”.

 

Il riferimento alla musica come fonte di risposte definitive è indubbiamente molto interessante: la musica, per Cioran, è la risposta definitiva, la possibilità di cogliere veramente l’essenziale, ossia di comprendere l’assoluto, l’infinito nel tempo. Essa è la scusa della vita, la grande soluzione, immune dal dubbio, dallo scetticismo e dalle pastoie del pensiero rappresentativo. Ma ciò che a noi è utile nella citazione riguarda piuttosto la sua estensione a prototipo: la meditazione – attenzione, non il pensiero –musicale dovrebbe essere il prototipo del pensiero in genere.

Perché? Perché essa giunge a un pensiero compiuto, seguendo un motivo fino al suo esaurimento, fino al suo limite estremo. Allora forse ora possiamo tentare di comprendere cosa si intenda per meditazione tout court: lo sviscerare una sola e medesima ossessione (un solo e unico problema tenace) fino al suo limite estremo, fino al suo esaurimento – fino a strangolarlo…

 Cioran si è sempre adoperato a questa forma estrema di meditazione, con un accanimento da segugio e uno zelo da monomaniaco: egli mirava al modello musicale, al pensiero compiuto per raggiungimento di un limite.

Ma raggiungere un limite riguardo a qualunque problema, al di fuori della musica, significa al contempo essere profondi (“Chi è superficiale? chi è profondo? – Spingersi molto in là nella frivolezza è cessare di essere frivoli; raggiungere un limite, sia pure nella pagliacciata, significa avvicinarsi a una estremità di cui può essere affatto incapace, nel proprio settore, un qualunque metafisico485”.) ed essere perduti, esporsi cioè alla bancarotta del pensiero (“Ogni problema quando lo si svisceri, conduce alla bancarotta e lascia l’intelletto allo scoperto: non più domande, non più risposte in uno spazio senza orizzonte.

Gli interrogativi si rivoltano contro chi li ha concepiti: egli diviene la loro vittima. […] Guai a colui che, giunto a un dato momento dell’essenziale, non si arresta!”.). Significa condannare se stessi come autori, cioè condannarsi alla sterilità e condannare l’oggetto su cui si riflette. Significa pervenire al silenzio e al vuoto: non si poteva sperare di fare meglio…

 

 

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