IL GIOCO LUGUBRE DELLA NUOVA ARTE II

SEDUCENTE

Il grido espresso dal Jeu lugubre non è diverso, anzi ha lo stesso senso che aveva per Sade l’urlo con cui portò la furia lungamente repressa del popolo all’assalto alla Bastiglia. E lo stesso Sade del resto tirava fuori in quel momento una rabbia e un grido che Bataille vede come il prolungamento delle disgustose grida emesse dal marchese di fronte alla seviziata bellezza di Rose Keller.

Una così forte inquietudine che si prolunga per tanti anni ha, per Bataille, un significato che va molto al di là di una esasperata situazione psicologica individuale, rivelando invece «il sentimento che manca qualcosa all’esistenza».
È chiaro che ciò significa una grave e vitale mancanza e non qualcosa di meno: quell’urlo che nelle intenzioni di Bataille sembra avere la stessa carica del «Dio è morto», sembrerebbe da un lato prolungato da Dalí mentre dall’altro il pittore stesso sembrerebbe schierarsi, con le sue remore, fra coloro che vogliono difendere la vita da «brutture che sembrano loro ignobili». Bataille commenta se stesso precisando che ciò è detto senza intenzioni critiche: la violenza del resto, «anche fuori di sé è il più delle volte abbastanza brutalmente ilare, per superare le questioni personali» . Insomma, nonostante sia lugubre, il gioco mantiene le sue caratteristiche, comprese quelle della contraddizione e di una punta di irrisione verso se stessi: in questa lettura Bataille fa a Dalí il favore di pensare che, fra la rabbia e la furia creativa ed esistenziale, egli prendesse in giro anche se stesso e proprio sul piano più bruciante, quello sessuale. Dalí si adombrò alquanto per la critica e forse ancor di più per l’accentuazione del lato “sporco” e insieme colpevole enfatizzato da Bataille. Forse le intenzioni di Dalí erano semplicemente quelle di mettere in scena i vari aspetti dell’io: da quello sognante a quello più triviale. E lo stesso Bataille del resto sottolinea la presenza della pluralità dell’io, aspetto teorico fondamentale, nonostante qui sia segnalato en passant.

L’articolo su Le jeu lugubre consente a Bataille di porre un punto fermo:
«È diventato impossibile d’ora in poi tirarsi indietro e rifugiarsi nelle “terre dei tesori” della Poesia senza essere trattato pubblicamente da vigliacco»

Nell’attacco alla poesia si intravede già la critica che, in modo più approfondito, comparirà in La «vieille taupe» et le prefixe sur dans les mots surhomme et surréaliste (pubblicato postumo nel. Qui la poesia diventa per Bataille l’alibi per l’icarismo spirituale che si eleva al di sopra del mondo, al di sopra delle classi, il colmo dell’elevazione dei surrealisti che, per non voler prendere coscienza del basso, vedono nella rivoluzione «una luce redentrice dello spirito e della beatitudine lamartiniana» I surrealisti, che pur pretenderebbero di schierarsi dalla parte del proletariato, sono fra coloro che hanno un naso troppo delicato per non arricciarlo di fronte alla “vecchia talpa”. I profondi impulsi che il surrealismo ha risvegliato si sono trasformati in un pretesto per elevarsi. Come afferma Breton nel Secondo Manifesto, bisogna rifiutare «tutto ciò che non ha per fine l’annientamento dell’essere in un brillante interiore e cieco». Si tratta agli occhi di Bataille di null’altro che di una debole «volontà di agitazione poetica» che pretende di situare se stessa e le idee del surrealismo al di fuori di tutto mentre, di fatto, si pone al di sopra di tutto. Scrive Breton:

«L’azione surrealista più semplice consiste, rivoltella in pugno, nell’uscire in strada e sparare a caso finché si può tra la folla. Chi almeno una volta non ha sentito il desiderio di farla finita in questo modo col piccolo sistema di mortificazione e d’incretinimento, oggi in vigore, si trova al suo posto in mezzo a quella folla, col ventre all’altezza dell’arma».

Bataille commenta: «Che questa immagine si presenti ai suoi occhi con tale insistenza prova in maniera perentoria l’importanza nella sua patologia dei riflessi di castrazione: si tratta unicamente della provocazione spinta all’eccesso allo scopo di attirare su di sé un castigo brutale e immediato. Ma il peggio non è di essere soggetto a delle reazioni di quest’ordine (che nessuna rivolta borghese, è ovvio, può evitare), l’uso che se ne fa letterariamente è molto più significativo. Altri sanno d’istinto la funzione che bisogna assegnare a degli impulsi senza sbocco alcuno.
L’uso che ne fanno i surrealisti consiste nell’impiegarli in letteratura, per raggiungere la grandezza patetica fuori posto che li declassa e li ridicolizza».
In questo passaggio è difficile non vedere che se l’ossessione della castrazione appartiene a Breton, è anche una fissazione interpretativa di Bataille che usa lo stesso schema (sogno ampliato di virilità punizione-castrazione) anche per Dalí; ma soprattutto è da rilevare il realismo batailliano quando parla del saper collocare giustamente gli impulsi senza sbocco. Bataille in altri termini distingue la psicologia (patologia?) dalla rivolta, e la rivolta dalla rivoluzione, riconoscendo la validità degli «sconvolgimenti e delle agitazioni di spirito inevitabili che il surrealismo ha creduto di poter esprimere», e di fronte ai quali il Secondo Manifesto gli appare come una deviazione. Egli non poteva certo accettare, nemmeno come impulso, l’idea di sparare ciecamente sulla folla. Quest’ultima infatti, almeno da Baudelaire in poi, condivide più le sorti in perdita della poesia che quelle delle classi dominanti; ma la poesia a sua volta condivide con la folla il lato della “insalubrità”, e se, come Bataille dice esplicitamente, c’è nel surrealismo «un’ossessione di insalubrità», tuttavia i surrealisti sembrano far posto alle forme insalubri solo se «limitate alle forme poetiche». Bataille rimprovera al surrealismo del Secondo Manifesto di volgere tutto in forma poetica, mentre «la terra è bassa, il mondo è mondo, l’agitazione umana è quanto meno volgare e forse inconfessabile: è la vergogna della disperazione icariana». Ciò impedisce programmaticamente ai surrealisti di confrontarsi da vicino e direttamente col basso; d’altro canto «non c’è bassezza che appartenga nel momento attuale, umanamente, alla collera dei fini letterati, degli amatori di poesia maledetta, ciò che non è capace di agitare un cuore di sterratore ha già l’esistenza delle ombre».
Si potrebbe leggere qui l’accusa ai surrealisti di un mancato schieramento dalla parte del proletariato, ma non è così: non si tratta «di instaurare una cultura o anche, più generalmente, dei principi di agitazione mentale puramente proletari».
Quel che Bataille vorrebbe dai surrealisti è il riconoscimento della necessità di rendere i principi borghesi «i principi della derisione e del disgusto generale, ivi comprese le scappatoie icariane, anche se queste scappatoie dovranno essere considerate un giorno o l’altro come una specie di aurora dell’emancipazione mentale» . In ultima analisi, secondo Bataille sono maturi i tempi per scendere dal cielo dello spirito senza ricorrere al quale sembra che i surrealisti non sappiano agire. Quel che contesta non è semplicemente il carattere puro di rivolta letteraria o artistica, ma la non sufficiente considerazione degli elementi più bassi e crudi che distinguerebbero questa rivolta da una generica protesta borghese. In termini più semplici: i surrealisti accusano Bataille di razzolare nel fango; Bataille accusa i surrealisti di essere schizzinosi psicologicamente, idealisti annacquati sul versante filosofico. Una rigorosa visione teorica li avrebbe dovuti portare all’«astrazione vuota cui mirava Hegel», ma Hegel parlava «dell’essere-nulla», mentre Breton è continuamente proiettato dai suoi slanci verbali «nell’immensità brillante del cielo»: il “movimento icariano” gli consente di pensare di aver raggiunto «una violenta elevazione spirituale» . Solo che questa è agli occhi di Bataille una elevazione fatta solo di parole. Il significato teorico di tutta la polemica è da vedersi nel senso diverso attribuito da Bataille e da Breton al materialismo.
Per Breton si tratta di una posizione politica e di schieramento che non implica necessariamente il fare i conti con quegli aspetti più triviali dell’esistenza che costituiscono invece, in questo momento, un passaggio essenziale ed esasperato per Bataille.

 

 

 

 

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