HORROR VACUI

KONTRA KUNT

 

 

 

 

 

 

“Che cosa fa il santo nel bosco” – chiese Zarathustra. Il santo rispose: “Faccio canti e li canto e quando faccio canti, rido, piango e borbotto: così lodo Dio.(…)Quando Zarathustra fu solo, così parlò al proprio cuore: “Allora è possibile! Questo vecchio santo nella sua foresta non ha ancora sentito che Dio è morto”.

 

Quest’incipit, segna il netto cambio di prospettive tra Kant e Nietzsche in relazione a Dio. Il primo decreta l’indimostrabilità della sua esistenza – come indimostrabilità di tutte le “cose in sé”- e, contemporaneamente, ne valorizza il ruolo in ambito puro pratico, dichiarandolo imprescindibile dalla morale; il secondo non mostra alcun interesse per la sua esistenza, ma – cogliendone il ruolo determinante in chiave “moral-culturale”- ne annuncia la morte, come condizione prima per la palingenesi dell’uomo. Nell’aforisma 125 della Gaia scienza, l’“uomo folle” annuncia per la prima volta la morte di Dio:

 

“Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo. Dio è morto!”. Nietzsche farà poi dire a Zarathustra:

 

“Così mi disse una volta il diavolo: anche Dio ha il suo inferno, è il suo amore per gli uomini. E, poco tempo fa gli sentii dire questa parola: Dio è morto. È morto della sua compassione degli uomini”.

 

È dunque questa la “verità tremenda”, che l’uomo deve saper accettare. Ma cosa intende realmente annunciare Nietzsche? Sono state riempite pagine e pagine in merito alla vexata quaestio della morte di Dio che, come specificato sopra, lambisce soltanto l’“ambito religioso”, attenendo precipuamente l’“ambito morale”. Essa non ha un significato psicologico in quanto, con ciò, non s’intende che gli uomini non credano più in Dio.Come pure non ha nulla a che fare con una tesi metafisica che punti a dimostrarne la non esistenza. Possiamo, perciò, spiegare che essa ha il tenore di una considerazione del tipo: non c’è più alcun Dio che possa salvarci. Oltre gli uomini sta soltanto il nulla e bisogna prenderne atto.

 

“È la dissoluzione d’ogni fondamento ultimo, la consapevolezza che, nella storia della filosofia e della dottrina occidentale in genere, <<Dio è morto>> e il mondo vero è diventato una favola.” In tal senso, è opportuno dire che la morte di Dio costituisce il definitivo passaggio alla post modernità, in quanto Dio è stato fondamentale per il sorgere delle società, ma adesso l’uomo non ha più bisogno di Lui come “fondamento primo del mondo”.

 

Ma perché – a parte la compassione degli uomini – Dio sarebbe morto? Il motivo che Nietzsche sottende a questo annuncio è legato al fatto che il mondo soffre di una crisi mortale senza ritorno. La proclamazione della morte di Dio prelude all’avvento del nichilismo, ossia il fatto che valori e ideali su cui, grazie al cristianesimo, – e al platonismo, sua aristocratica premessa – la civiltà occidentale ha fondato i propri costumi e le proprie certezze, svelano il nulla che da sempre li caratterizza.

Alzato il “velo di maya” insomma – per utilizzare un’espressione cara a Schopenhauer – c’è soltanto il nulla, attraverso cui per secoli si è mistificato il senso originale della vita, negandone gli aspetti peculiari in luogo di false prospettive di salvezza ed altri mondi. Dinanzi all’umanità che non crede più ai suoi fini e ai suoi valori -“nichilismo: manca il fine, manca la risposta al perché?; che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi si svalutano” – così come essi si sono affermati nell’occidente cristiano, anche il Valore supremo si svalorizza e Dio viene alla luce come la nostra più lunga menzogna. Il nichilismo è strumento chiave nell’analisi del rapporto Nietzsche-Dio.

Esso si salda con un altro topos del pensiero nietzscheano: la decadenza.Ve ne è una evidente traccia già nel saggio Nietzsche contra Wagner, in cui il filosofo di Rocken dichiara che si tratta di “un saggio per psicologi, non per tedeschi”, alludendo alla prospettiva psicologica, contrapposta a quella morale.

“Decadence – spiega Nietzsche – è una parola che non sprezza ma definisce”. Tuttavia, egli non la avverte con distaccata neutralità ma vi si oppone fortemente, pur riconoscendola come fenomeno intrinseco alla vita stessa. Riprendendone la definizione di Bourget, Nietzsche la rielabora in modo da ricavarne un giudizio critico:

 

“Da cosa è caratterizzata ogni decadence letteraria? Dal fatto che la vita non vi risiede più del tutto (…). Il tutto non vive generalmente più: è giustapposto, calcolato, posticcio, un prodotto artificiale”.

 

Quindi, se il nichilismo rivela il vuoto che si celava dietro i valori tradizionali, la decadenza sancisce più propriamente lo stato di miseria cultural-spirituale in cui versa l’umanità. La morte di Dio, dunque, testimonia la tragicità del tempo: con questa, l’uomo sprofonda nel vuoto determinato dalla scomparsa dei punti di riferimento, orfano delle sue certezze e delle sue verità. Ora, se Dio è morto, non ha più alcun senso parlare di morale, di bene o di male, giustizia o ingiustizia.In tal senso, il nichilismo è “horror vacui”:

Qual è, dunque, il compito dell’uomo, ora? Non ve ne sono alla sua portata: spetta al superuomo “attivarsi” (nichilismo attivo, non contentandosi più di assistere alla rovina degli antichi ideali (nichilismo passivo), ma farsene promotore, dando inizio ad una “nuova era”.

Alla pretesa cristiana – “quest’odio contro l’umano, più ancora contro ciò che è animale, più ancora contro ciò che è materia, quest’orrore per i sensi, per la ragione stessa, il terrore per la felicità e la bellezza”- di divenire “altro” e “nuovo” grazie alla conversione, Nietzsche oppone un altro imperativo: divenire ciò che si è. Quando diviene maestro dell’eterno ritorno, anche Nietzsche rinasce in virtù di una conversione, ma non per una nuova e diversa vita in Cristo, bensì per la vita sempre identica del mondo, che in un circolo in divenire eterno torna a se stessa.

La morte di Dio, “tabula rasa“ di verità e certezze che fungano da guida morale per l’uomo, rappresenta una grande “chance”, schiude nuovi orizzonti. A tal proposito, Vattimo intravede nell’“emancipazione il senso vero del nichilismo, proprio se si legge alla luce di un’ altra espressione capitale del filosofo tedesco: <<Dio è morto, ora vogliamo che vivano molti dei >>.

 

E’ la dissoluzione dei fondamenti, infatti, ciò che realmente libera, non sapere come stanno effettivamente le cose. È “verità” soltanto ciò che libera, innanzitutto, la presa di coscienza che non ci siano fondamenti ultimi davanti ai quali la nostra libertà debba arrestarsi.

La scomparsa di essi dalle coscienze, l’inutilità di riferimenti trascendenti, che dettino agli uomini “cos’è bene” e “cos’è male” restituisce loro il “senso della terra” e di “questa vita”. Il superuomo – eroe “affermatore della vita” par excellance – è in grado di sopportare su di sé il peso più grave delle contraddizioni, senza chiudere gli occhi dinanzi alle verità più orribili. Nietzsche dichiara: “Io non sono un uomo, sono dinamite. Con tutto ciò non c’è nulla in me del fondatore di religioni – le religioni sono affari per la plebe. Io sono il primo immoralista: perché io sono il primo distruttore par excellance.”

 

Aldilà dei toni immancabilmente grandiosi del nostro, è possibile rintracciare in quest’annuncio l’auspicato ritorno al “senso della terra” perduto. Il superuomo insegnato da Zarathustra è senza morale. Ciò non significa che brancolerà nel buio sine die: una volta superati i valori tradizionali, sarà suo compito crearne di nuovi, che salvino il mondo dal nichilismo. In questo senso, egli è pre-socratico e pre-cristiano.

Nietzsche-Zarathustra è colui che pecca di hybris, quella hybris propria di chi si colloca “al di là del bene e del male” tradizionalmente intesi. In lui –come nella vita- vivono forti contraddizioni: amore e disprezzo, istinto creatore e distruttore. Proprio in queste contraddizioni nasce il “senso della terra”, che la morale “platonica” ed “ebraico-cristiana” – di cui il “kantismo” è sintesi – hanno calpestato.

 

“Ecco – dichiara Zarathustra – io v’insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: sia il superuomo il senso della terra! Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di <<sovraterrene speranze>>! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio. Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire!”

 

“Non è il nostro un eterno precipitare?- si chiede l’uomo folle – Non stiamo forse vagando attraverso un infinito di nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto?”

 

Nichilismo e decadenza procurano all’uomo un senso di smarrimento, che comporta – come segno inevitabile di malessere – un sempre più acuto distacco dalla vita. La percepita insensatezza del mondo genera un sentimento di perdita e di dolore, odio e risentimento nei confronti della realtà. Sic stantibus rebus, Nietzsche sottolinea come la metafisica e la morale abbiano via via perduto la loro necessità vitale. Osserva Nietzsche:

 

“L’uomo preferisce ancora volere il nulla, piuttosto che non volere.”

 

 

 

 

 

 

 

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