IDEALITÀ TRASCENDENTALE E REALTÀ EMPIRICA DEL MONDO

EGOALTER

 

 

 

 

 

Il principio «Il mondo è la mia rappresentazione», secondo il quale «il mondo esiste sempre e solo in rapporto a un altro, al portatore della rappresentazione» è per Schopenhauer il principio fondamentale con cui «comincia la riflessione filosofica».

Con esso si fa chiaro all’uomo che egli non potrà mai conoscere le cose come sono in se stesse, ma sempre e solo come sono in rapporto a lui. Il riferimento è alla distinzione kantiana tra fenomeno e cosa in sé. “Il merito maggiore di Kant è la distinzione del fenomeno dalla cosa in sé – in base alla dimostrazione che tra le cose e noi sta ancor sempre l’intelletto, per cui esse non possono essere conosciute secondo ciò che possono essere in se stesse”.

 

Questo principio è in diretta contraddizione con il realismo, per il quale le cose sono percepite esattamente come sono in se stesse. “[…] Il seguire passivamente le leggi del fenomeno, l’elevarle a verità eterne, in tal modo innalzando la fuggevole apparenza a vera e propria essenza del mondo, insomma il realismo” […].

D’altra parte, si è visto, il realismo distingue al contempo la cosa percepita dalla cosa in se stessa, l’oggetto esterno alla rappresentazione dalla rappresentazione stessa.

 

[…] Il dogmatismo realistico, considerando la rappresentazione un effetto dell’oggetto, vuole separare queste due cose, rappresentazione ed oggetto, che sono una cosa sola, e postulare una causa del tutto diversa dalla rappresentazione, un oggetto in se, indipendentemente dal soggetto […].

 

Per Schopenhauer, invece, oggetto e rappresentazione coincidono. La posizione di Schopenhauer sembra cosi esattamente antitetica a quella del realismo. Se, per il realismo, la cosa percepita e la cosa in se stessa, la quale pero rimane indipendente ed esterna rispetto alla prima – e dunque se ne distingue; per Schopenhauer, la cosa percepita non e mai la cosa in se stessa, la quale pero, al di fuori del suo essere percepita dal soggetto, non e nulla – e dunque vi coincide. Sembrerebbe quindi che la contraddizione che Schopenhauer rilevanel realismo, consistente appunto nell’essere l’oggetto in se identico e non identico all’oggetto rappresentato, si trovi in maniera opposta e speculare in Schopenhauer stesso. Ma non e cosi.

L’oggetto in se di cui parla il realismo non e la cosa in se a cui si riferisce Schopenhauer. Il primo, infatti, pur essendo esterno alla rappresentazione come la seconda, e costituito dalle identiche determinazioni da cui e costituito l’oggetto rappresentato (il realismo ≪innalza la fuggevole apparenza a vera e propria essenza del mondo≫); laddove la cosa in se ne possiede di assolutamente antitetiche.

La contraddizione in Schopenhauer non sussiste perche la cosa che, per lui, al di fuori del suo essere percepita e nulla e quindi e identica alla rappresentazione, e l’oggetto in se del realismo; mentre la cosa che in se stessa non puo mai identificarsi alla cosa rappresentata, e la cosa in se di Kant. (Nel realismo, invece, e l’oggetto in se che risulta identico e non identico all’oggetto rappresentato sotto il medesimo rispetto, sicche la contraddizione e reale).

L’oggetto, che il realismo pone al di la della rappresentazione, non puo essere differente dalla rappresentazione – e tuttavia lo scettico erede del realismo dubita proprio della conformita tra rappresentazione e oggetto; per Schopenhauer infatti esso ha in comune con la rappresentazione il suo essere pur sempre oggetto, e in quanto tale non può non tirare con se inevitabilmente anche il soggetto, da cui e perciò condizionato al pari delle rappresentazioni. Il realista immagina un mondo indipendente ed esterno rispetto al mondo rappresentato, che e pero identico a quello rappresentato, si che ≪i due, per quanto completamente separati tra loro, si somigliano come due gocce d’acqua≫:

 

[…] Quel mondo assolutamente oggettivo, fuori della mente, indipendente da essa e anteriore a ogni conoscenza, che credevamo dapprima di aver pensato, altro non era che appunto gia il secondo, quello conosciuto soggettivamente, il mondo della rappresentazione, il quale e il solo che noi possiamo veramente pensare.

 

La cosa in se di cui parla Schopenhauer, invece, va cercata ≪non più in uno dei quei due elementi della rappresentazione [soggetto e oggetto, la cui contrapposizione caratterizza ciò che sottosta al principio di ragione], ma in qualcosa di assolutamente diverso dalla rappresentazione, che non e affetto da tale originario, essenziale e pertanto insolubile contrasto≫31. (Se, d’altra parte, il realismo affermasse che l’oggetto al di fuori della rappresentazione e toto genere diverso da essa, allora non sarebbe più realismo, e Schopenhauer non avrebbe allora assolutamente nulla da obiettare, sostenendo egli la stessa cosa. Il realismo e tale in quanto ≪innalza la fuggevole apparenza a vera e propria essenza del mondo≫). Schopenhauer non rifiuta ogni realtà esterna alla rappresentazione, ma solo una tale realtà che tuttavia sia identica a quella rappresentata, ponendosi come un duplicato inutile.

Questa considerazione e essenziale per comprendere il significato della distinzione tra realtà empirica e idealità trascendentale del mondo, di cui si tratta nel § 5.

 Intanto anche il mondo intuito nello spazio e nel tempo, che si palesa come mera causalità, e perfettamente reale, ed e in tutto e per tutto ciò per cui si da, e si da completamente e senza riserve, come rappresentazione, ordinata secondo la legge di causalità. Questa e la sua realtà empirica.

Ma d’altra parte ogni causalità e solo nell’intelletto e per l’intelletto, tutto questo mondo reale, ossia agente, e dunque come tale sempre condizionato dall’intelletto e niente senza di esso. Ma non solo per questo, bensì già perche in genere non si può pensare senza contraddizione un oggetto senza soggetto, al dogmatico, che spiega la realtà del mondo esterno come sua indipendenza dal soggetto, dobbiamo semplicemente negare una tale realtà di esso. Tutto il mondo degli oggetti e è rimane rappresentazione, e proprio perciò sempre e per tutta l’eternità condizionato dal soggetto: cioè ha idealità trascendentale. Ma perciò esso non e menzogna, ne parvenza […].

 

Il mondo percepito e empiricamente reale perche non esiste alcun oggetto in se del realismo che esso “non sia”; ma ha anche idealità trascendentale, poiché  non è la cosa in se.

Ora, secondo Schopenhauer, la disputa circa la realtà del mondo esterno trova il proprio vero e inconfessato senso appunto in rapporto alla questione della cosa in se.

[…] Difficilmente questo problema [circa la realtà del mondo esterno] avrebbe potuto occupare per tanto tempo i filosofi, se fosse stato del tutto privo di contenuto e se non ci fosse stato in fondo ad esso, come sua vera origine, un qualche pensiero e senso giusto; del quale si dovrebbe per conseguenza supporre che, solo entrando nella riflessione e cercando la propria espressione, sia entrato in quelle forme e questioni assurde e incomprensive di se stesse. Cosi e comunque, secondo la mia opinione; e come espressione pura di quel senso intimo del problema, che non si seppe cogliere, pongo il quesito: che altro e questo mondo intuitivo oltre ad essere una mia rappresentazione?

 

La questione circa la realtà del mondo esterno, per essere legittima, deve vertere sulla distinzione tra fenomeno e cosa in se, e non su quella (fasulla) tra rappresentazione e oggetto. E, per Schopenhauer, la domanda serissima che allora e sottesa al fondo di quella ≪stolta≫ questione, e alla quale urge rispondere, chiede se il mondo sia soltanto rappresentazione, o anche cosa in se.

 

Ma cio che ora ci spinge al ricercare e appunto il fatto che a noi non basta sapere che abbiamo rappresentazioni, che esse sono tali e siffatte, e stanno tra loro in rapporto reciproco secondo queste e quelle leggi, la cui espressione generale e sempre il principio di ragione. Noi vogliamo sapere il significato di quella rappresentazione; ci domandiamo se questo mondo non sia nient’altro che rappresentazione

ci domandiamo se questo mondo non sia nient’altro che rappresentazione; nel qual caso ci dovrebbe passar davanti come un sogno inconsistente, o come una visione spettrale, non degna della nostra attenzione; o se invece non sia anche qualcosa d’altro, anche qualcosa al di fuori delle rappresentazioni, e che cosa poi cio sia.

Tanto e subito certo, che ciò che si ricerca deve essere qualcosa di completamente e, in tutta la sua essenza, radicalmente diverso dalla rappresentazione, a cui quindi anche le forme e le leggi di questa devono essere del tutto estranee; che quindi, partendo dalla rappresentazione, non vi si può giungere seguendo il filo di quelle leggi che collegano fra loro solo oggetti, rappresentazioni, e che sono poi le forme del principio di ragione

 

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