IL CADAVERE DELLA “VERITÀ”

DEI FANTASMI

 

 

 

 

 

 

 

Nell’Unico diviene dunque lecito e, anzi, imprescindibile fare della «verità» un problema. Ed è sottolineandone innanzitutto l’origine «antropomorfica» e il carattere prettamente linguistico, arbitrario e illusorio che il filosofo di Bayeruth intende destabilizzarne la millenaria solidità. Io, asserisce a proposito Stirner, «voglio dare una risposta alla domanda di Pilato: che cos’è la verità? […]

La verità, mio caro Pilato, è – il signore, (“esaltate il Signore, nostro Dio!”), e tutti quelli che cercano la verità cercano ed esaltano il signore», ovvero cercano ed esaltano Dio perché Dio è verità e la verità è divina.

Ma dov’è questa verità, «dov’è il signore? Dove se non nella tua testa? domanda Stirner. La verità, ci dice l’autore, sta appunto nella testa dell’uomo come un suo pensiero, come un prodotto della sua stessa capacità di pensare. Al di fuori dell’uomo la verità non ha alcun valore: «essa non ha il suo valore in se stessa, ma in me. Per sé essa è senza valore», poiché «la verità è una – creatura», dice Stirner.

«Ogni verità per se stessa è morta, un cadavere».

In queste parole di Stirner sulla verità sembrano specchiarsi quelle che compaiono nello scritto di Nietzsche Su verità e menzogna in senso extramorale: la «verità è in tutto e per tutto antropomorfica e in essa non vi è un solo punto che sia “vero in sé”, reale e universalmente valido a prescindere dall’uomo».

Le verità, scrive ancora Stirner, non sono che «frasi fatte, modi di dire, parole» che «disposte in connessione, ossia ordinate in un sistema, […] formano la logica, la scienza, la filosofia, assumendo così l’aspetto di principi, di autorità supreme dello spirito. Nell’ottica di Stirner, le verità sono semplicemente «cose tra le cose», materiale umano, nient’altro che pensieri umani, «concretizzate in parole e per ciò tanto reali come le altre cose, sebbene esse esistano solo per lo spirito, ossia per il pensiero. Esse sono istituzioni umane e creature umane, e se anche le si fa passare per rivelazioni divine, mantengono per me un carattere di estraneità».

Ovvero, prosegue Stirner, «di fronte a me le verità sono altrettanto comuni e indifferenti delle cose: esse non mi trascinano e non mi entusiasmano. Non c’è neppure una verità […] che abbia di fronte a me una qualche consistenza e alla quale io mi sottometta». Io, continua, «mi sollevo al di sopra delle verità e del loro potere. […] Esse sono parole, nient’altro che parole», e nelle parole così come nelle verità «non c’è alcuna salvezza per me».

In fondo alle verità non si vede nulla perché in se stesse sono senza vita, cadaveri nei quali non è possibile trovare alcuna salvezza. Le verità non ci rivelano alcunché di essenziale: sono «modi di dire», «frasi fatte» ci ammonisce Stirner, interpretazioni a cui vogliamo dare, appunto, il valore di rivelazioni.

Ponendo la verità di fronte a sé quale istituzione umana, Stirner lascia che essa  cada sotto la fredda luce del suo sguardo: la verità perde la sua consistenza, il suo supremo valore. Stirner si sottrae all’abbaglio: la verità è una creatura, un’interpretazione arbitraria, qualcosa che viene posto e che di per sé è lettera morta ovvero qualcosa che non ha alcun potere; come tale non può essere scambiata come l’in sé, come l’incondizionato verso cui l’uomo si protenderebbe. Ma, allora, nei confronti della verità si può mostrare la massima indifferenza: essa non brilla più della luce del vero, non offre alcuna certezza, perde la sua autonomia. Non può più servire come principio, come causa: «Dio, Cristo, la Trinità, la moralità, il bene» scrive a proposito Stirner, sono giudizi arbitrari, cioè sono creature come ogni altra verità, delle quali «io devo permettermi di dire non solo che sono verità, ma anche che sono illusioni».

La verità mantiene il suo potere e il suo fascino fintanto che si rimane invischiati in quell’ingenuità che per Stirner è appunto la credenza nell’esistenza di un mondo a parte, assoluto, in sé, un mondo di essenze, di oggetti assoluti come l’uomo, il bene, la libertà ecc., suscettibili di essere indagati, spiegati, compresi nella loro verità, cioè detti, espressi, rappresentati. In altri termini, fino a che la verità rimarrà inattaccata nel suo essere intesa come fine, come fatto assoluto e incondizionato – al di sopra del creatore per usare le parole di Stirner – ovvero misconosciuta come creatura, come qualcosa di posto e come strumento, essa continuerà appunto ad esprimere il suo fascino persuasivo, a legittimare la necessità di un mondo alla rovescia, e dunque a manifestare il suo potere ideologico e la sua supremazia come funzione predicativa dell’essere, come causa o destinazione, da cui discende un ordine morale e teleologico a cui gli uomini sono chiamati ad aderire e dunque sottomettersi.

La critica stirneriana «scopre così il contenuto ideologico proprio della verità la quale non è nient’altro che una funzione del potere riconosciuto. La verità trae il suo senso dal rapporto gerarchico che l’uomo stabilisce tra sé e un ordine di pensieri e di idee ritenuto a lui superiore», ovvero sacro, autonomo, in se stesso prezioso e rispettabile, che sia Dio o la stessa verità. In sostanza Stirner è dell’idea che la verità non si presenti mai come un dato assoluto, avente valore in se stesso, che andrebbe indagato e scoperto.

La verità è definita per l’appunto una creatura e dunque un prodotto, un farsi, costantemente soggetto al fluire di dissoluzione e creazione, e per questo sempre revocabile: «Nessun pensiero è sacro, perché nessun pensiero dev’essere oggetto di “devozione”; nessun sentimento è sacro […], nessuna fede è sacra. Sono tutti alienabili, mia proprietà alienabile e io li anniento così come li creo».

Allora la verità non si darà mai come qualcosa di presupposto, ma sempre come qualcosa che si crea e di cui si dispone, di cui ci si serve come proprietà, cioè che si fa proprio e di cui pertanto ci si può anche disfare e disinteressare:

la verità è solo «un materiale che io posso utilizzare», scrive appunto Stirner; in questo modo, potremmo dire, essa smette di essere un fantasma che aleggia sopra la testa degli individui per divenire, piuttosto, materia e attrezzo. Infatti, nella storia – «un concetto anch’essa» dice Stirner – non è la verità a svilupparsi o a inverarsi, a dominare o a vincere, come fosse un soggetto autonomo: «la verità non ha mai vinto, ma è sempre stata, invece, un mezzo per la vittoria, come la spada».

 

È come «spada», come strumento, e non come fine o come ideale che la verità esprime il suo valore e il suo senso. Smascherata nel suo carattere ideale e finalistico e compresa invece come proprietà e strumento, nessuna verità risulta immune alla profanazione, nessuna è più in grado di sussistere nella sua sacralità o nella sua presunta inviolabilità. In ultima analisi, non si dà più alcuna verità o bene che restituisca all’uomo la sua giusta costituzione morale. Perciò, dagli interrogativi che si accavallano per stabilire cosa sia infine vero, bene e morale, possiamo prescindere, ci rassicura Stirner, poiché essi appartengono alla gente devota: per quest’ultima, è certo, «morali lo si deve essere senz’altro, il problema è solo quello di ricercare il modo giusto, la maniera giusta di esserlo». Mentre noi possiamo fare meno delle «feroci lotte» della “gente pia” e trattarle con la più spensierata leggerezza e irriverenza: anzi,

se uno sorridesse di degnazione su tutte queste controversie a proposito dell’essere supremo, […] questo vorrebbe dire che per lui l’ipotesi di un essere supremo è del tutto oziosa e le controversie in questo argomento nient’altro che un gioco vano. Che poi l’essere supremo sia rappresentato dal Dio uno e trino o dal Dio di Lutero o dall’être suprême, oppure non da Dio, ma da “l’uomo”, tutto questo non fa differenza alcuna per chi nega l’essere supremo stesso; infatti tutti coloro che servono un essere supremo sono, ai suoi occhi, tutti uguali – gente pia: l’ateo più vemente come il cristiano più devoto

 

 

 

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