IL CORPO E L’IO

 IO

 

 

 

 

 

Ciò premesso, il problema filosofico della morte in relazione alla definizione dell’io è la traduzione post-metafisica della dottrina del commercio tra corpo e anima. Commentando la famosa teoria nietzscheana della “grande ragione”, Jung sviluppa una serie di riflessioni preziose per ricostruirne il nesso intimo, a partire da una fortesottolineatura del senno naturale, che suggerisce la massima cautela nel definire la ragionevolezza della mente pensante.

 

 Il pensiero procede a tentoni, quando elabora modelli per capire il vivente, e deve essere pronto a sottomettersi alle smentite dell’esperienza, per recepirne fedelmente le informazioni e tutelarne la durata in condizioni soddisfacenti. L’approvazione più gradita che può meritare dipende dalla sua capacità di ricostruirne le leggi per applicarle con efficacia, adoperandosi per mantenerlo il più possibile coeso, come se il composto organico fosse la mandria che gli è affidata, perché la difenda dalla rapina della morte.

 

La novità del problema è provocata dall’obsolescenza del concetto tradizionale di mente, sinonimo di “anima razionale” ed espressione dell’esigenza di codificare l’unità sostanziale dell’uomo, a garanzia della verità del suo sapere. Il successo di conoscenze sempre più adeguate allo scopo obbliga la critica filosofica ad abbandonare la mente-sostanza e a concepirla come “io”: un’ astrazione in cui l’uomo simbolizza convenzionalmente la continuità spazio-temporale della propria identità personale, una sorta di software o di interfaccia tra sensibilità generica e sensibilità dell’individuo.

 

L’io non dovrebbe mai trascurare la sua funzione più elementare di presidio. E’ il sostituto di quell’ entità metafisica a cui spettava di “animare” il corpo, guidando l’istinto di conservazione, e successivamente di sospingerlo verso l’eternità, in una lunga iniziazione. Il “sé” è infine il programma centrale, che governa l’intera economia della vita e invia all’io gli ordini, perché si adoperi per la salute dell’uomo intero, controllando che i rimedi escogitati siano conformi all’ assennatezza organica.

Nell’universo post-metafisico non vi è appetito, tuttavia, che non sia stato espropriato della sua meta naturale dalla libido insaziabile dell’io-mente, rispetto a cui la grande ragione, la corporeità vitale totale, appare disarmata. Anche l’umanesimo integrale può essere denunciato come una copertura della sua prepotente volontà di successo. La rivolta positiva contro i falsi valori non sarebbe che una mano di calce sotto cui ricompare un pilastro traballante e sconnesso.

 La soggettività fondativa è simile alla mitica Aracne: intenta a tessere ragnatele di significato, per catturare e divorare l’essere, è destinata al fallimento. Con una metafora minimalista, l’uomo è un passeggero, capitato accidentalmente a bordo del ventesimo secolo, e l’ esistenza è un’area di parcheggio, ubicata tra il non essere ancora e il non essere più. A qualcuno toccherà anche una multa.

 

 

L’unità dell’io ha soppiantato la sostanzialità dell’ anima, espunta dall’epistemologia insieme all’illusione dell’immortalità.

 

Il modello nichilista dell’identità personale è obbligato a trattare uno stato della mente come presupposto del significato della morte. Il pensiero si è fatto carico dell’angoscia del nulla e crolla annichilito dalla constatazione della sua impotenza: essere uno strumento tanto raffinato quanto inutile, quando il tempo è scaduto. Aspettative così scarse di verità e di senso hanno un impatto durissimo, che Gottfried Benn mette a fuoco con sarcasmo sottile in La vita artificiale.

 

Oppressi da una superfetazione illegale del cervello – l’io, una traduzione spicciola della mente – gli uomini sono costretti a difendersi da una cerebralità mutante, che li accascia col peso della civiltà. Perciò, memori di una capacità istintiva della specie, che sa escogitare rituali religiosi appropriati per estranearsi dalla quotidianità, si adoperano per regredire al di là del tempo: se è necessario, nell’Uno mitico e filosofico degli esordi, e se non basta, fin nell’eternità della vita inorganica.

 

La comunione contemporanea non richiede iniziazioni complesse, basta un po’ di chimica. L’io finalmente si decompone e finalmente ricompare il senso, la stabilità, l’eternità, la verità, il miracolo di Dio: “Dio è una sostanza. Dio è una sostanza, una droga! Una sostanza stupefacente con relazione di affinità con i cervelli umani. “

 

Nel Mondo Nuovo di Huxley, la festa domenicale della solidarietà si esalta nella condivisione del “soma”, la più moderna pillola della felicità, che non provoca fastidiosi effetti collaterali.

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