IL DEMONE DALLE INFINITE VOLTE

INFINITEVOLTE

 

 

 

 

 

 

 

L’eterno ritorno non va inteso nel senso del nano, dello “spirito di gravità” raffigurato nel capitolo La visione e l’enigma dello Zarathustra, il quale prende “alla leggera” il “peso più grande” dell’eterno ritorno, riportandolo a una affermazione fattuale di presunto valore scientifico. L’eterno ritorno è legato alla volontà umana, che – per amore della vita – vuole che si ripetano anche gli eventi dolorosi e sgradevoli.

Esso non costituisce un obbligo o una necessità, ma la risposta a una ipotetica sfida, nel senso del paragrafo 341 della seconda edizione della Gaia scienza, intitolato Das größte Schwergewicht, da tradursi (o, meglio, da pensarsi) più che con II peso più grande con il baricentro più grande, ossia capace di ridistribuire un carico massimo sul punto in cui, tecnicamente, passa la retta d’azione del peso complessivo.

L’inizio dell’aforisma è, significativamente, al condizionale, “E se un demone […]”. Se un demone mi proponesse di rivivere la mia vita infinite volte, con gli stessi dolori e piaceri e persino con “questo ragno e questo chiaro di luna tra gli alberi”; se “l’eterna clessidra dell’esistenza” venisse “capovolta sempre di nuovo – e tu con essa, granello della polvere”, malediresti questo demone, digrignando i denti oppure sperimenteresti “l’attimo immenso” in cui accetteresti la sua offerta?

Qualora tale pensiero acquistasse potere su di te, ti trasformerebbe rispetto a quel che sei e forse ti stritolerebbe. Infatti, “la domanda per qualsiasi cosa ‘Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?’ graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! [würde ab das größte Schwergewicht in deinem Handeln liegen!, da intendere nel senso che opererebbe sul tuo agire come centro di gravità di tutte le tue forze, determinandone fatalmente l’orientamento]. Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita per non desiderare più alcun’altra cosa che questa eterna sanzione, questo suggello!.

L’esperienza dell’eterno ritorno conserva in Nietzsche il sapore di un ricordo, di un déjà vu e di una sospensione del tempo. “‘E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna, e io e tu bisbiglianti a questa porta, di cose eterne bisbiglianti – non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta? – e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga orrida via – non dobbiamo ritornare in eterno?’ […] E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare. Non avevo già udito una volta un cane ululare così?

E il mio pensiero corse all’indietro. Sì! Quando ero bambino, in infanzia remota: – allora udii un cane ululare così. E lo vidi anche, il pelo irto, la testa all’insù, tremebondo, nel più profondo silenzio di mezzanotte, quando i cani credono agli spettri: -tanto che ne ebbi pietà. Proprio allora la luna piena, in un silenzio di morte, saliva sulla casa, proprio allora si era fermata, una sfera incandescente, – tacita sul tetto piatto, come su roba altrui […].”

Non si è obbligati a prendere su di sé questo carico (che implica anche l’idea ripugnante dell’eterno ritorno del “piccolo uomo”, meschino e reattivo). Chi ha la forza di reggerlo dice, tuttavia, sì alla vita coltivando il pensiero della sua eternità, del suo sottrarsi così a ogni malinconia a causa di quanto inevitabilmente muore ed è sottoposto alla caducità. Egli non vuole una vita migliore, ma identica. Ha vinto quell’acuto sentimento della morte che ha caratterizzato la prima età moderna e che trova la sua espressione figurativamente più pregnante nel quadro di Holbein Gli ambasciatori, dove fra i ritratti di giovani belli, ricchi e potenti si nasconde – raffigurato con la tecnica dell’anamorfosi e quindi quasi invisibile – un teschio o nel dipinto di Poussin Les bergers d’Arcadie dove i pastori scoprono nell’idillio bucolico, nel tipo di vita considerata più serena, la presenza della morte.

Coloro che soffrono della “malattia storica” adorano invece il passato, perché non sono in grado di dire sì alla vita, di creare nuovi valori. L’abnorme importanza attribuita al senso storico li induce ad assumere un atteggiamento ossequiente e reattivo nei confronti degli eventi. Non si rendono conto che l’Übermensch, il cui avvento è legato alla volontà e non a fiacchi desideri, non è soltanto una meta, ma qualcosa che sempre ritorna: Non solo l’uomo, anche il superuomo ritorna eternamente!”.

Nell’istituire il mito dell’eterno ritorno, che rende paradossalmente possibile sia l’avvento del nuovo,sia la liberazione -mediante il “così volli che fosse” – dai vincoli del passato che ancora trattengono l’uomo attuale (cane invecchiato alla catena), Nietzsche sa anche che pochissimi riescono a sopportare questo grande spostamento di baricentro. La maggior parte degli individui sente con malcelata gioia il passaggio del tempo distruttore, gode della caducità di tutte le cose e non sopporta la spontaneità costruita, l’anarchia organizzata di chi sperimenta e vuole dispiegare nella ruota del tempo tutti i suoi molteplici ego.

E mentre l’uomo del risentimento non solo secerne involontariamente la décadence, ma la desidera come punizione destinata a colpire tutti, dato che egli ne è la prima vittima, lo “spirito libero” vuole invece inasprirla: “Nessuno ha la libertà di essere gambero. Non giova a nulla: si deve andare avanti, voglio dire un passo dopo l’altro più oltre nella décadence (questa è la mia definizione del moderno ‘progresso’) […]. Si può e si deve intralciare questo sviluppo e, intralciandolo, arginare, concentrare, rendere più veemente e improvvisa la degenerazione stessa: di più non si può”.

Nietzsche è certo “attratto dalla fosforescenza che la decadenza emana; sa però che si tratta di una luce che assorbe, ma è insufficiente a illuminare. È figlio della decadenza, eppure lotta e protesta contro di essa”.

Diversamente dal duca Jean des Esseintes, il protagonista del romanzo-emblema della cultura del decadentismo, À rebours di J.-F. Huysmans,non vuole procedere sempre “a ritroso”, come i gamberi, verso la degenerazione, ma neppure trionfalmente in avanti, come prescrive l’ideologia positivistica del progresso. Vuole ritorcere la décadence su se stessa, assumerla fino alle estreme conseguenze, curvare la parabola del declino sino a trasformarla, appunto, nel cerchio, scelto e costruito, dell’eterno ritorno.

Rifiuta di sprofondare nella décadence e di tenere a distanza la società di massa alla maniera di Huysmans o di Wilde, che la esorcizzano attraverso l’esaltazione dello snobismo o l’ostentato sottrarsi ai gusti e alla sensibilità dei contemporanei. Non intende, infatti, presentarsi come l’ultimo raffinato esteta di una società in procinto di essere travolta dai grands Barbares blancs.

Non porta il lutto per l’irreversibilità del passato, né mostra nostalgia per le epoche di tramonto delle civiltà. In ciò si situa agli antipodi di Des Esseintes, spregiatore dei classici come Virgilio e Cicerone, lettore dei poeti latini minori della tarda antichità, organizzatore di un banchetto funebre che celebra l’inizio della sua impotenza sessuale (con piatti e cibi rigorosamente neri).

Pur detestando la natura gregaria delle masse, Nietzsche spera che le nuove generazioni possano aprire la strada all’Übermensch, mentre Des Esseintes non vede sbocco positivo alla décadence e odia indiscriminatamente “con tutte le sue forze le nuove generazioni, figliate di ignobili tangheri che hanno bisogno di parlare e di ridere forte nei ristoranti e nei caffè, che vi urtano senza domandarvi scusa sui marciapiedi, che vi gettano tra le gambe, senza il minimo cenno di scusa o di saluto, le ruote di una carrozzina da bambini” (AR, 55).

Nietzsche è ugualmente lontano dai modelli di uno scrittore che a lui si ispirerà, del D’Annunzio del Trionfo della morte, il cui protagonista, Giorgio Aurispa – malgrado i conati di riscatto, cfr. più avanti, pp. 338, 367 – non è capace di conseguire la volontà di potenza e di autocontrollo della quale va in cerca per uscire dalle incertezze e inadeguatezze della sua esistenza.

Avverte, infatti, “una forza estranea” che si impadronisce di lui, togliendogli ogni capacità di autocontrollo: “Io sfuggo a me stesso. Il senso che ho del mio essere è simile a quello che può avere un uomo il quale, condannato a restare su un piano di continuo ondeggiante e pericolante, senta di continuo mancargli l’appoggio”. Secondo schemi ispirati alla psicologia di Ribot, il protagonista del romanzo dannunziano viene descritto come un uomo attraversato “da un mero flusso di sensazioni, di emozioni, di idee” che ruotano attorno a precari centri di attrazione, a “un’associazione provvisoria di fenomeni” e che abbozzano un essere evanescente colpito da una “malattia della volontà”, dalla “paralisia psichica”.

 

 

 

 

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