IL FANTASMA REMOTO

DEI FANTASMI

 

 

 

 

 

 

 

Insomma: Stirner è convinto che la «figura dell’uomo» chiuda il «ciclo delle concezioni cristiane», e sia al contempo «fine ed esito del cristianesimo: l’«uomo», infatti, è la più recente trasfigurazione dello spirito cristiano, l’ultima apparizione di quel fantasma remoto, ovvero la verità, che «soltanto l’angoscia tormentosa dei cristiani, che vogliono rendere visibile l’invisibile e dare un corpo allo spirito, ha generato».

Dunque, se si vuole farla finita con il cristianesimo e la sua eredità carica di idoli e fantasmi morali, il «pregiudizio uomo» va superato. Di più: propriamente, la stessa morte di Dio – per Stirner – «non può essere pensata fino in fondo se non implica appunto anche la morte dell’uomo».

In Stirner la necessità di accompagnare alla morte di Dio quella dell’uomo rivela una capacità di penetrazione filosofica maggiore rispetto a quella di Feurbach il quale – preso dallo smantellamento del credo cristiano – non si avvede, per così dire, della «consistenza» malleabile e multiforme di Dio. Certamente, l’offesa rivolta all’autorità divina e alle superstiziose irrazionalità dello spirito religioso cristiano non è da considerarsi infruttuosa. Ma nonostante ciò essa ha, in fin dei conti, frainteso l’effettiva portata della morte di Dio.

 

A differenza di Feuerbach, Stirner intuisce che Dio non è un semplice «errore prospettico», una «svista» della ragione: Dio è un «sintomo», il segno diuna fede che opera a un livello più profondo, che per il filosofo di Bayreuth è appunto la fede nella verità. Ed è proprio questa fede, e non quella in Dio – che della prima è solo una manifestazione singolare – che sostiene e «anima» lo spirito credente e religioso: la verità, pensa Stirner, è divina, anzi, è la divinità stessa: «la verità resiste più a lungo di tutti gli dèi, infatti solo per servire la verità e per amore suo gli dèi e infine lo stesso Dio sono stati abbattuti. La “verità” sopravvive alla caduta del regno degli dèi, perché essa è l’anima immortale di questo mondo caduco, è la divinità stessa».

 

Ed è appunto la fede nella verità a rimanere intatta in seguito all’abbattimento di Dio messo in atto dalla critica liberale atea e umanitaria la quale, di fatto, ha lasciato che lo spirito cristiano si trasfigurasse. Peraltro di ciò Stirner non si stupisce poiché – scrive – il segreto della critica «è una qualche “verità”: essa è il mistero che le dà energia». E anche se – aggiunge

 

la devozione ha subito, nell’ultimo secolo, tanti mai colpi, e il suo essere sovrumano si è sentito chiamare tante mai volte “inumano” che ormai non c’è più alcun gusto ad attaccarla […] tuttavia si son fatti avanti quasi sempre, come avversari, soltanto uomini morali, che combattevano l’essere supremo in nome di – un altro essere supremo. […] gli uomini morali hanno scremato dalla religione la parte migliore del grasso e se la sono gustata: adesso hanno un gran da fare per liberarsi della malattia ghiandolare che si sono presa.

 

 

L’erosione che nel tempo la religione ha sopportato a causa della «critica» non ha determinato la sua demolizione. Si è trattato, piuttosto, di un lento processo di purificazione, di raffinazione: scevra dei suoi elementi grossolani e superflui – e dunque raffinata – la religione si è rafforzata, «installandosi» nell’uomo morale come una malattia: ora, più di prima, sarà difficile sbarazzarsene. Così, anche l’opera del critico (contagiato da tale malattia ghiandolare) pur nel suo carattere negatore e ateo, si mostra in definitiva come un’opera affatto amorevole, carica di devozione, un’opera morale, religiosa. La critica, appunta infatti Stirner, è stata  fino a oggi un’opera dell’amore, perché l’abbiamo sempre esercitata per amore di un essere o di un’essenza.

 

 

Tutta la critica servile è un prodotto d’amore, un fenomeno di possessione, e procede secondo la massimaneotestamentaria: “Esaminate ogni cosa e ritenete ciò che è bene”. “Il bene” è la pietra di paragone , il criterio. Il bene, tornando sempre di nuovo sotto nomi e aspetti diversi, è rimasto sempre il presupposto, il punto fisso, dogmatico, della critica, – l’idea fissa. Il critico mettendosi all’opera presuppone senz’altro la “verità” e la cerca perché crede fermamente che vada cercata. Egli vuole scoprire la verità: essa è per lui, appunto, il “bene”

 

Il bene, figurando di volta in volta «sotto nomi e aspetti diversi» ha sempre funzionato come il «movente», il dogma che spinge il critico alla ricerca della verità. Peraltro, come sottolinea Stirner, verità e bene coincidono e questo è, in fondo, il motivo per cui «non si vuole rinunciare alla verità, alla “verità in genere”, anzi la si vuol cercare», ma anche quello per cui, appunto, la ricerca della verità assume un carattere morale.

Si può affermare che nell’Unico Stirner tenti di mostrare come tutta la modernità, dal cristianesimo fino al liberalismo umanitario, non sia altro che la rincorsa di questo «essere supremo», cioè la storia di una volontà protesa nello sforzo di «realizzare l’ideale» ovvero di «dar corpo» alla verità. Realizzare l’ideale, cioè adeguare il «reale» all’ideale è l’anelito dello spirito che brama di farsi corpo, la cui ambizione è quella di fare in modo che la verità si incarni nel mondo per farne la propria dimora. Sotto forma di leggi, princìpi, formule e predicati, lo spirito prova ad abbracciare il mondo nella sua globalità, a penetrarne l’essenza per comprenderlo e dominarlo: esso, cioè, cerca un punto di vista fuori del mondo per osservarlo nella sua universalità.

 

Questo «punto di vista estraneo» puntualizza Stirner, altro non è che «il mondo dello spirito, delle idee, dei pensieri, dei concetti, delle essenze, ecc.: è il cielo». Peraltro l’umanità, aggiunge ancora l’autore «ha sempre lottato per assicurarsi il cielo, per occupare stabilmente e per sempre questa posizione: il punto di vista celeste». Ma a che scopo tanto affanno per acquisire questo «punto di vista»? Perché – risponde Stirner «il cielo non ha per l’appunto altro senso che questo: è la vera patria dell’uomo, dove niente di estraneo può più determinarlo e dominarlo, nessuna influenza terrestre può più estraniarlo da se stesso, dove, insomma, le ceneri del mondo sono state gettate via e la lotta contro il mondo è ormai finita».

 

 

 

Insomma, che «ci sia un assoluto» ma potremmo dire, appunto, un «cielo», sia esso Dio, l’umanità, lo Stato, il Bene o la verità «e che questo assoluto debba venire concepito, sentito e pensato da noi» è qualcosa che da sempre viene fermamente creduto e che con tutte le energie del suo spirito l’uomo si preoccupa di conoscere e rappresentare.

 

Questo perché – così come ci lascia intendere il filosofo di Bayreuth – il «cielo», in qualunque modo esso sia concepito «è la vera patria dell’uomo», il luogo della sua redenzione, della sua liberazione; è, in altri termini, l’approdo dove riconosce di non essere più estraniato da se stesso, dove pertanto può proclamarsi riconciliato con sestesso, con il suo vero sé. Questa patria, scrive poi Stirner, è dove «la lotta con il mondo è ormai finita» ovvero, potremmo anche dire, dove l’esistenza trova la sua pacificazione nel combaciare con l’essenza.

 

 

Ora, il desiderio di questa pacificazione, di questo ricongiungimento, è un desiderio remoto il cui momento germinale coincide con l’avvento del cristianesimo: in effetti, solamente a partire dal momento in cui si è riconosciuto come vero e unicamente reale lo spirito, la cui dimora è – come sottolinea Stirner – «nell’essere che è dietro e sopra le cose, l’uomo ha iniziato a darsi pena per cogliere dietro il mondo un altro mondo, cioè la sua essenza. Ed è appunto il cristiano – scrive a proposito Stirner – che «non si cura della parvenza ingannatrice né delle vane apparenze, ma scruta l’essenza e nell’essenza ha la verità».

 

Egli, insomma, ammette «l’esistenza di un “mondo superiore che si insinua nel nostro”» un mondo «dietro al mondo sensibile, un mondo sovrasensibile, cioè […] un altro mondo». In questo senso – puntualizza Stirner – con il cristianesimo ci troviamo di fronte a un «innegabile ribaltamento»: non solo perché, di qui in avanti, qualcosa come «la verità» si presenta come sacro, auspicabile e insopprimibile, ma soprattutto poiché ciò «a cui prima attribuivamo l’esistenza, per esempio il mondo e altre cose simili, appare adesso come pura parvenza: del resto «quando si ricerca il fondamento di una cosa, cioè la sua essenza, si scopre qualcosa di diverso dalla sua apparenza […].

 

Dando risalto all’essenza, si abbassa l’apparenza, fino allora misconosciuta, a pura parvenza, a illusione». Ecco che allora il mondo «che ci appare attraente e meraviglioso, è, per chi riesca a scrutarlo nel fondo la – vanità: la vanità è l’essenza del mondo» poiché «solo questo mondo alla rovescia, il mondo delle essenze, esiste […] veramente».

 

Qui Stirner va in qualche modo spiegando quello che Nietzsche chiamerà il «pregiudizio dei pregiudizi»: «il mondo apparente non vale per noi come un “mondo prezioso”; l’apparenza deve essere un’istanza contraria alla validità suprema. Solo un “mondo vero” può essere prezioso in sé».

 

Il «mondo vero» di cui parla Nietzsche è il «mondo alla rovescia» di Stirner: per entrambi la supposizione di un mondo in se stesso prezioso e veritiero invalida e degrada questo mondo, così come esso ci appare, a mera parvenza.

 

L’apparenza che – come suggerisce Stirner – prima di questa esigenza di verità dello spirito era in effetti «misconosciuta», diviene ora illusione, pura parvenza, fatto che richiede di essere indagato da uno sguardo che sa, appunto, scrutare. E allora sarà proprio l’atto di scrutare questo mondo, la necessità di «vedere» al di là delle parvenze, di non lasciarsi ingannare a caratterizzare l’uomo spirituale che crede nella verità e la desidera.

Dal cristianesimo in poi, insomma, gli uomini non fanno altro che tentare la via verso il proprio fondamento, verso la propria essenza, ponendosi senza sosta il compito di indagare a fondo questo  fantasma, di comprenderlo, e di trovare in lui una realtà […] e si tormentano così con l’atroce impossibilità, con l’interminabile lavoro da Danaidi di trasformare il fantasma in un non-fantasma, l’irreale in qualcosa di reale, lo spirito in una persona completa e corporale. Dietro il mondo esistente cercarono la “cosa in sé”, l’essenza, e dietro la cosa la non-cosa, l’assurdo […]

 

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