IL FONDO PRAGMATICO

PRAGMATIST

 

 

 

 

 

Prima di tutto, un chiarimento sulla distinzione tra “pratico” e “pragmatico”, dal momento che in molti casi detti termini vengono indebitamente considerati intercambiabili.

 

Secondo una definizione ormai largamente accettata, si può dire della prospettiva “pragmatica”, che essa è quel punto di vista che si interessa dei rapporti dei segni con coloro che ne fanno uso in una data situazione. Essendo il suo riferimento etimologico il greco pragma , si può dire che la prospettiva pragmatica si interessa della lingua guardandola nell’uso che i parlanti ne fanno in determinati contesti, per date attività e secondo certe interazioni sociali65. Di altro dominio ci si occupa, invece, allorché ci si approccia alla “pratica”. Di chiara derivazione dal greco praxis, la parola “pratico” indica tutto ciò che concerne l’azione, in quanto, in qualche modo, contrapposta alla contemplazione teorica.

 

Ci pare, dunque, di poter dire che in una qualche misura i due domini sono intersecati, ma non coincidenti. Se è certo che ogni esecuzione pratica del linguaggio (ovvero ogni proferimento fisico di una voce significante) è insieme pragmatica (in quanto, proprio il fatto che la voce sia significante, fa sì che in gioco ci siano dei segni utilizzati in modo coerente con un qualche contesto contingente), non è vero che ogni osservazione pragmatica concerne sempre anche un’osservazione pratica: si consideri, per esempio, un dizionario, nel quale i segni hanno una qualche valenza semantica e sono legati secondo una combinazione sintatticamente corretta, ma non sono attualmente coinvolti in una qualche pratica – si escludano l’attività di scrittura, di

stampa e di lettura delle pagine del dizionario.

 

Ma non è da escludere che ogni pratica sia in un qualche senso pragmaticamente osservabile. Certo, non si fa riferimento a una pragmatica verbale, bensì all’uso di segni linguisticamente interpretati e interpretabili: si prenda il caso di un’attività sportiva, in cui ogni azione è segno di una qualche intenzione ed è letta da compagni, avversari e osservatori in analogia a quella intenzione; ma, allo stesso modo, si considerino una qualsiasi attività lavorativa, persino il girare in automobile o il mangiare, anche in solitudine, come possibili pratiche codificate pragmaticamente.

 

La distinzione si è manifestata necessaria già nell’analisi dell’élenchos aristotelico: il terzo tipo di esecuzione è stato lì chiamato “pratico” dato che “pragmatico” poteva coerentemente dirsi ogni tipo di esecuzione, anche quello di interesse semantico o sintattico. Se, infatti, solo l’ultimo tipo di esecuzione si palesava essere prettamente di tipo pratico, dall’altra parte sia l’esecuzione semantica, sia quella sintattica, sia quella pratica possono essere analizzate come un uso contestuale di segni. Utilizzando, come è stato fatto da alcuni critici, l’aggettivo “pragmatico” per indicare il terzo tipo di esecuzione, da un lato si rischia di dimenticare che anche gli altri due tipi di esecuzione riguardano un uso di segni (un uso, dal momento che la confutazione inizia proprio con un impegno concreto), e dall’altro lato si rischia di sdoganare l’altro aggettivo, “pratico”, come attributo di tutte e tre le esecuzioni (che a questo punto sono semantica, sintattica e pragmatica), inficiando la purezza teoretica delle prime due.

 

 

Così, anche in questa seconda messa all’opera dell’élenchos in difesa dell’intersoggettività, non si è potuto manifestare un qualche (atteso) imbarazzo al momento di trattare la semantica e la sintattica in modo puro e senza alcun riferimento alla pragmatica. In altri termini, il progetto iniziale era sì quello di fare riferimento alle tre dimensioni (semantica, sintattica e pratica) in modo separato; ma era preventivata l’impossibilità di restare in questa distinzione artificiosa, dal momento che, quanto all’uso intersoggettivo del linguaggio, la pragmatica unisce e accomuna strettamente le tre.

E allora si è dovuto ammettere, con Wittgenstein e Peirce, che il valore semantico attribuito un segno non può prescindere dall’uso che di quello si fa. E così non si è potuto prescindere, quanto alla regola sintattica, dall’uso che di quella regola si fa in un contesto intersoggettivo. Quanto, infine, alla dimensione pratica, essa da un lato non può non riprendere il coinvolgimento pragmatico attribuito alle altre due dimensioni, se vuole essere significativa e valida; dall’altro, non può che riguardare la stretta contingenza in cui l’azione linguistica avviene.

 

Si è scritto, all’inizio di questa parte, che tale imbarazzo aveva una qualche parte nella nostra argomentazione. Ebbene, crediamo di poter considerare l’ampiezza della prospettiva pragmatica come una dimostrazione del fatto che il linguaggio, in tutte le sue dimensioni, non può prescindere da un qualche contesto. Un contesto che, possiamo ora dire, coinvolge altri come poeti, istruttori e istruiti del significato; come controllori e come attori di regole; come proponenti progetti di sé.

 

PASSAGGIO

 

La riflessione intorno al contesto intersoggettivo è sorta come una risposta alla critica severiniana per cui

 

l’esistenza di questa situazione è problematica. Solo stando all’interno della fede,

cioè, della volontà interpretante, si può pensare che la negazione della verità si

incarni in un negatore della verità e in un linguaggio in cui essa si esprime; in una

coscienza diversa da quella in cui consiste l’apparire attuale.

 

 

 

La critica di Severino muove precisamente dall’affermazione per cui tutti gli elementi in gioco, quali il linguaggio, il linguaggio che esprime la negazione della verità, una coscienza diversa dall’apparire attuale del mondo che pensi quella negazione della verità, il “mio” linguaggio, il “prossimo”, siano elementi non fenomeno logicamente manifesti, bensì contenuto di una fede, di una volontà che interpreta così.

Conseguirebbe da questo che l’intera movenza elenctica verrebbe ad assumere unastruttura ipotetica:

 

 

se il contenuto intersoggettivo che viene affermato dall’interpretazione esiste,

allora il negatore dell’incontraddittorietà dell’essere riconosce ed afferma ciò che

egli intende negare.

 

 

Ma si è già riferito di come la movenza elenctica abbia valore anche a prescindere da un contesto intersoggettivo. Eppure, non è possibile, anche in una prospettiva trascendentalistica, eliminare l’istanza dialogica, fosse anche quella del dialogo tutto interiore alla coscienza. Anche rimanendo in solitudine con se stesso, quello intrapreso con il pensiero con se stesso, è un dialogo: «pensiero e discorso non sono forse la stessa cosa, salvo che il dialogo silenzioso che si svolge all’interno dell’anima con se stessa, proprio questo lo abbiamo denominato ‘pensiero’?».

 

Indagando le dimensioni semantica, sintattica e pratica del linguaggio, però, non abbiamo potuto sottrarci dal dubbio che ci debba essere, anche nel caso di un dialogo silenzioso e solitario, un previo scambio intersoggettivo che istituisca i valori semiotici e le relazioni sintattiche. Insomma, non siamo riusciti a sottrarci dal presentimento che, anche il caso di un dialogo tutto interiore all’anima, debba prevedere una vita intersoggettivamente coinvolta per poter essere. Un presentimento che, man mano si avanzava nell’argomentazione, diveniva il sintomo sempre più forte dell’esistenza di altri.

Come conclusione di questo studio, però, vorremmo proporre un’ultima argomentazione a sostegno della nostra tesi. Si tratta di un’argomentazione ad hominem, che chiama in causa ancora una volta Severino, come propositore di quella che ambisce a essere la critica più radicale al vivere morale.

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