IL METODO EXTRAMORALE

VERITAEXTRA

 

 

 

 

Su verità e menzogna in senso extramorale, saggio dettato da Nietzsche a Gersdorff nell’estate del 1873 e mai reso pubblico, appare del tutto distante dall’impostazione metafisica su cui si costruisce La Nascita della tragedia pubblicata solo un anno prima.

 

Ma un’analisi dei quaderni di appunti gravitanti intorno al biennio in questione ci permette di colmare parzialmente tale distanza, nel senso che ci informa di un intenso periodo di riflessione durante il quale Nietzsche sembra orientato a dare una diversa impostazione alla sua “filosofia”.

I frammenti postumi degli anni 1872-’73 suggeriscono, infatti, già la complessità della nuova direzione del pensiero critico nietzschiano che, nel progetto dell’autore, doveva esprimersi in un’opera di svolta teoretica. Mi riferisco al meditato Philosopenbuch, che Nietzsche non riuscì a portare a termine e del quale ci restano gli appunti di quaderno risalenti all’Estate 1872, inizio.

 

Su verità e menzogna in senso extramorale, sarebbe stata l’introduzione al Libro del filosofo. Un’analisi dei frammenti degli anni 1872-1873, ci fornisce la possibilità di individuare i nuclei essenziali della riflessione giovanile nietzschiana sulla ricerca genealogica del linguaggio e della conoscenza filosofica.

 

1. IL VALORE DELLA CONOSCENZA

Tema ricorrente e fondamentale del quaderno di appunti corrispondente ai frammenti dell’Estate 1872- inizio 1873 è la critica genealogica della conoscenza, ovvero lo smascheramento del concetto di origine causale della conoscenza. Il giovane professore di filologia, che proprio in questi anni di insegnamento a Basilea comincia a dedicare gran parte dei suoi corsi universitari ai filosofi preplatonici5, si dimostra particolarmente interessato al problema filosofico dell’origine della conoscenza e della scienza. Tale interesse verrà orientato sia in senso teoretico che in senso storico-filosofico (lo studio dei filosofi preplatonici).

L’indagine teoretica del concetto di causalità della conoscenza approda alla sua definitiva negazione. Il sorgere e lo scopo “ultimo” della conoscenza sono, infatti, casuali.

“Io non ricerco lo scopo della conoscenza: essa è casuale cioè non è sorta con un’intenzione finalistica razionale”.

 

La ricerca della verità prodottasi per ragioni fisiologiche sviluppatesi a partire dalla comparsa dell’uomo sulla terra dipende da motivazioni legate allaconservazione della specie. Le ragioni darwiniane applicate alla vita dell’uomo, escludono la possibilità di fini cosmici aderenti al significato dell’esistenza.

“La verità e la menzogna sono qualcosa di fisiologico.”

“Tremende conseguenze del darwinismo, che considero d’altronde come qualcosa di vero. Ogni nostra venerazione si riferisce a delle qualità, che noi riteniamo eterne: qualità morali, artistiche, religiose, ecc.”

“La conoscenza non possiede supremi fini cosmici. Il suo sorgere è casuale”.

L’origine totalmente umana della conoscenza ed il suo successivo sviluppo in forme utilizzabili, conduce ad ipotizzare con certezza la natura antropomorfica di ogni visione del mondo e dei suoi relativi canoni di costruzione del vero e del falso.

 

Entro questi termini non c’è distinzione tra scienza, religione o morale; si tratta, in ogni caso, di costruzioni umane di ordini che l’uomo ha imposto al divenire contraddittorio delle cose nel mondo. Le forme dei diversi canoni di verità, non esistono da sempre e non hanno alcuna garanzia ontologica di origine e sussistenza. Sono forme di prospettive umane.

“Occorre dimostrare che tutte le costruzioni del mondo sono antropomorfismi: anzi, che lo sono tutte le scienze, se Kant ha ragione”.

 

Il processo logico di causa- effetto su cui si è fondata originariamente la certezza della conoscenza scientifica viene ricondotto, nell’analisi nietzschiana, ad una semplice “inferenza analogica” dell’effetto alla causa. Il sentire come un’attività, e quindi come causa di un effetto, la risposta ad uno stimolo esterno è un processo di inferenza causale trasferito successivamente a tutte le cose. Noi sentiamo gli effetti (per esempio il vedere è la risposta ad uno stimolo, quindi è un “effetto”) come cause, la parte, come il tutto: uno scambio che in termini linguistici corrisponde alla figura retorica della “metonimia”.

Che dietro ci sia la presenza del Kant schopenhaueriano e dello stesso Schopenhauer, è evidente fin dal riferimento allo stimolo esterno come causa “indeterminata” agente sull’uomo. Ciò, tuttavia, non indebolisce la forza smascherante della critica nietzschiana del concetto di causalità.

“Non c’è una sola causalità, di cui noi conosciamo la vera essenza”.

Nietzsche riassume nei termini linguistici di metonimia e metafora la critica del concetto di causalità come inferenza analogica della causa all’effetto (come scambio dell’effetto per la causa).

Il processo di smascheramento del principio di causalità è letto, nei frammenti in analisi, in chiave linguistica come processo di “trasposizione”. Si tratta dello stesso gioco di trasposizioni (die Übertragungen) tra due sfere diverse tra le quali non esiste alcuna relazione ontologica di causalità, cui Nietzsche si riferisce nel saggio Su verità e menzogna in senso extramorale. Attraverso trasposizioni significanti dell’immagine al suono e del suono al concetto l’uomo si costruisce le sue verità, le assume come forme linguistiche assolute e valide in quanto fondate logicamente e necessarie alla convivenza sociale. Qui la convenzione linguistica è un atto di reciproca convenienza dettato dal bisogno di conservarsi ed è successivamente naturalizzato come “moralità politica”, “dovere della verità”, o, come verrà definito nel saggio, “sentimento morale riferentesi alla verità.

 

Interessante è, comunque, rilevare il fatto che l’indagine condotta da Nietzsche sul valore della conoscenza porta ad un dato irrevocabile: la conoscenza non si fonda su un principio di causalità razionale che ne assicuri il rapporto con un’origine metafisica, e ne determini il valore di certezza scientifica.

La conoscenza scientifica è una forma umana di costruzione del mondo e la sua modalità di formazione risiede in procedimenti linguistici originariamente analogici.

 

Sembra che le analisi linguistiche proposte nel saggio in questione siano state precedentemente meditate da Nietzsche: l’autore, infatti, le ha appuntate nei quaderni corrispondenti ai Frammenti degli anni 1872-’73. Qui egli si riferisce alle astrazioni scientifiche come ad inferenze causali di cui si è dimenticata la natura “metonimica”.

 

“Le astrazioni sono metonimie, cioè scambi di causa ed effetto. Ora però ogni concetto è una metonimia, ed è per concetti che procede il conoscere”.

La ricerca della verità e la conoscenza come costruzione di una visione del mondo si fondano su procedimenti analoghi a quelli linguistici della trasposizione, della metafora e della metonimia.

 La comunicazione, l’utilizzo comune delle verità formulate depone nel linguaggio la legislazione convenzionale del vero e del falso: il linguaggio, che ha un’origine illogica, si impone come il mezzo di espressione sensata ed adeguata della scienza, della filosofia.

“Lotta nel filosofo. […] lo smisurato pathos della verità, prodotto dall’ampia prospettiva del suo punto di vista, lo costringe alla comunicazione, spingendo poi questa sino alla logica”

 

Nella storia della filosofia si impone, con la “metafisica della logica”, l’ “anthropos theoreticos” che stabilisce nei termini dell’identità di pensiero ed essere, le formule logico-linguistiche della verità. Il linguaggio si origina istintivamente come risposta umana a bisogni fisiologici, adopera la modalità della trasposizione, della relazione del soggetto all’oggetto, dello scambio metonimico dell’effetto per la causa.

Successivamente, imponendosi “politicamente” come risultato sintetico, nasconde la sua origine istintiva ed analogica sotto una forma assolutamente logica. Così, entro i margini formali che stabilisce, orienta lo sviluppo e l’espressione successivi del pensiero filosofico.

“Forse che il linguaggio non ha già lasciato trasparire l’attitudine dell’uomo a produrre la logica? Senza dubbio, si tratta della più mirabile operazione e distinzione logica. Ma il linguaggio non è sorto ad un tratto, piuttosto, esso è il risultato logico di periodi di tempo infinitamente lunghi. È il caso qui di pensare al sorgere degli istinti: è una crescita del tutto graduale. L’attività spirituale di millenni è depositata nel linguaggio”.

 

Sembra che il pensiero logico si sia sviluppato nei termini posti dal linguaggio.

L’origine umana del linguaggio dimostra quanto il relativo lavoro di formulazione ordinata del mondo sia puramente antropomorfico e privo di garanzie metafisiche. Le forme linguistiche sono, così, la realizzazione immediata di tali potenzialità umane; l’indagine sull’origine della conoscenza approda alla ricostruzione del processo linguistico di formulazione del mondo.

Esso sembra fornire, quindi, nella riflessione giovanile nietzschiana, le fondamentali regole metodologiche per poter ricostruire una storia dell’uomo filosofico d’occidente da una prospettiva critica, originale. La storia della filosofia e le ragioni teoretiche  del pensiero, possono essere indagate linguisticamente. La logica si è definita a partire dalle astrazioni concettuali che si ricavano metaforicamente dalle parole, quindi dai suoni e dalle immagini.

C’è un punto di partenza metodologico da cui l’indagine filosofica può procedere (e dietro il quale la riflessione teoretica nietzschiana nega un concetto sostanziale di origine): esso è l’origine antropologica, istintiva e, soprattutto per il giovane Nietzsche, estetico-analogica del linguaggio. A tale origine del linguaggio, cui seguirà uno sviluppo del tutto logico, deve essere legata un’analoga origine del pensiero filosofico, se “l’attività spirituale di millenni è depositata nel linguaggio”.

“Vediamo che inizialmente il progresso del filosofare si svolge come il sorgere del linguaggio, cioè in modo non logico”.

 

Il riferimento filosofico originario è chiaramente all’ “epoca tragica dei Greci”: il giovane filologo ritiene di poter “abbreviare” la storia del mondo “in base alle conoscenze filosofiche significative”, ed è nella cultura greca che coglie la produzione reale di “tutti i tipi”.

Vedremo più avanti quali modalità linguistiche Nietzsche rintracci nell’epoca tragica dei Greci, quando la prima filosofia si proponeva per bocca dei pensatori anteriori a Socrate.

 

 

 

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