IL NOME E LA COSA

RETORICO UMAN

 

 

 

 

 

1. DAS ALTE RÄTSEL

Nella breve introduzione al corso di grammatica latina del semestre invernale  Nietzsche ripropone rapidamente l’“antico enigma” dell’origine del linguaggio. I termini dell’argomentazione sono certo ancora molto lontani dai modi critici di indagine del problema linguistico e il testo si appoggia in gran parte sulle fonti di Hartmann e di Rousseau.

Roussoviana è la suggestione protoromantica sullo svilimento della vitalità e della poeticità del linguaggio a causa dello sviluppo della cultura.

Ma in posizione evidentemente critica è il riferimento all’idea roussoviana che l’origine del linguaggio non possa essere puramente umana. “Jean Jacqes Rousseau pensava che fosse impossibile che il linguaggio potesse originarsi attraverso mezzi puramente umani”.

Tale osservazione è posta all’interno dell’argomento fondamentale del testo: la trattazione storico-filosofica del problema dell’origine del linguaggio.

 

Per quanto l’analisi nietzschiana risulti rapida ed appena approfondita storicamente (del resto non si tratta che di un’introduzione ad un corso di filologia) tuttavia è sorretta da un nodo teorico fondamentale: come la riflessione sull’origine del linguaggio si accompagni al presupposto metafisico di una realtà anteriore al linguaggio, o meglio di un vero e proprio “linguaggio ideale” garante della successiva nominazione delle cose.

Nella tradizione ebraico-cristiana è il mito ad esemplificare questo punto di partenza. Dio fa dono all’uomo del linguaggio a partire dal quale tutto diviene pensabile: Dio, il mondo e l’uomo stes-so. Il linguaggio è un presupposto divino donato all’uomo.

Nella tradizione ellenica Nietzsche sembra individuare nel Cratilo di Platone lo spartiacque tra la cultura arcaica e quella classico-ellenistica.

È in questo scritto che Platone, infatti, ripercorrendo le due principali posizioni storiche antecedenti, e intessendone una doppia confutazione, lascia emergere una concezione metafisica del nome. Nietzsche passa rapidamente in rassegna le due fondamentali posizioni che caratterizzano la riflessione arcaica sull’origine del linguaggio e che Platone stesso aveva ripercorso e superato nel Cratilo: se il linguaggio sorga per convenzione (thesei) o per natura (physei):“Bei den Griechen, ob die Sprache thesei oder physei sei”.

Subito dopo, riferendosi alla necessità di “correttezza”88 che esigono i nomi rispetto alle cose e tuttavia all’arbitrarietà che presiede alla loro costituzione, Nietzsche cita esplicitamente il Cratilo come opera filosofica di riferimento ed identifica nell’assunzione di “un linguaggio prima del linguaggio” il suo presupposto fondamentale: “Una volta, attraverso il confronto tra linguaggi, era chiaro che non era dimostrabile l’origine [del linguaggio] dalla natura della cose. Già nel Cratilo di Platone l’arbitraria nominazione: questo punto di vista presuppone, infatti, un linguaggio prima del linguaggio”.

 

Il riferimento al Cratilo, testo di rottura e di superamento della tradizione linguistica presocratica, non è affatto casuale.

La teoria linguistica esposta da Platone nel Cratilo, attraverso una doppia confutazione delle due posizioni preplatoniche (quella “sofistica” e quella “naturalistica”), ci fornisce un’esemplare sintesi del modello linguistico che Nietzsche medesimo si propone di superare. Un modello linguistico che, secondo le parole di Nietzsche, presuppone “un linguaggio prima del linguaggio” ed un impianto metafisico fondante.

La “decisione platonica” di ridimensionare nella sfera della metafisica il problema del linguaggio può essere assunta come l’inizio della storia della metafisica. Vediamo, nello specifico, come ciò può avvenire seguendo i riferimenti teorici che emergono da una rapida analisi del Cratilo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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