IL NULLA DEL NIENTE PRIMA

VIANDANTEOMBRA

 

 

 

 

 

 

2.Parmenide

Del tutto diverso come modo approccio filosofico è quello di Parmenide, logico e razionale. A lui il merito di aver applicato la logica alla filosofia.

 

Servendosi dei principi di identità e di non-contraddizione, afferma che non solo l’essere è, ma è in determinato modo e solo quello: ingenerato, immortale ed eterno (altrimenti sarebbe non-essere prima di essere e dopo essere stato), indivisibile (poiché sennò dovremmo ammettere il non-essere come elemento separatore), finito (dal momento che per i greci la perfezione consisteva nel finito come qualcosa di concluso ed appunto in sé perfetto, diversamente dalla concezione cristiana in cui Dio non può che essere infinito per essere perfetto), uno (perché se fossero due, l’uno sarebbe essere, l’altro essendo diverso da esso sarebbe non essere), immobile (altrimenti sarebbe soggetto al divenire per cui ora sarebbe e ora non sarebbe). Il non essere non è e non può essere.

 

Dall’essere la Via della Verità (alétheia); dal non essere la Via dell’Opinione (dóxa).

Da un lato l’Essere, dall’altro il Nulla. Non solo dunque per Parmenide il nulla è confinato al di là del pensabile ma di esso non si può neanche dire che non sia poiché ogni dire e ogni pensare, pensano e dicono sempre un qualcosa che è.

“Perciò ti dirò – e ascolta bene il discorso (mythos) che ti faccio – quali siano le vie di ricerca che sole son da pensare. La prima: che è e che non è non essere, questa è la strada della Persuasione, la quale costituisce la traccia della Verità (alétheia). La seconda: che non è e che è necessario che sia non essere, questo, ti dico, è un sentiero inaccessibile ad ogni ricerca, perché il non essere non lo so potrebbe mai conoscere (infatti è impossibile), né esprimere”. (Fr. 2)

 

Ma il mondo in cui viviamo è molteplice e mutevole, le cose che ora sono, domani non saranno più (come ben aveva inteso Eraclito dicendoci che non ci si bagna due volte nello stesso fiume). E allora come conciliare l’essere immutabile e immortale con il divenire e perire delle cose che sono?

“Così, secondo l’opinione, tali cose sono sorte e ora sono, dopodiché, una volta cresciute, avranno un fine: ad esse gli uomini posero dei nomi, che di ciascuna fossero segno distintivo”. (Fr. 19)

 

 

L’unico modo che i mortali hanno per orientarsi in questo mondo è quindi assegnare di volta in volta dei nomi alle cose, nomi che neanche sono assegnati liberamente dai mortali ma dal destino poiché è stato dall’origine stabilito dalla Necessità che il mondo sia in tal modo.

Ma i nomi sono ambigui, indicano la cosa ma non sono la cosa che indicano, delle realtà intermedie potremmo dire, che tanto possono avvicinarci al vero quanto dal vero possono allontanarci producendo false apparenze spacciate per verità. Questo però è l’unico modo di avvicinarci al vero perché la Verità (non diversamente dal Nulla) in quanto tale non è visibile né dicibile. Viviamo dunque in un mondo di immagini. Il lógos indica e rinvia a ciò di cui l’immagine è immagine e indicazione.

 

 

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