IL NULLA DEL PENSIERO ABISSALE

NULLAABISSALE

 

 

 

 

 

 

Finalmente lo sguardo si è posato sul sentimento della condizione umana e se anche, come scriveva Pascal, si era ancora incapaci di uno studio sull’uomo, da lì a poco i tentativi sarebbero stati sempre più importanti e più specifici fino ad arrivare al già citato Freud, padre della psicanalisi, e a tutte le discipline che ne deriveranno e che alla fine conquisteranno il nome di scienze.

Ma il “filosofo del cuore”, che pur viveva l’epoca di maggior risonanza e confusione che ebbe l’impatto della rivoluzione copernicana, aveva dalla sua parte ancora Dio. Erano grandi stravolgimenti, tanto per la religione quanto per le istituzioni, per la cultura e soprattutto per la nuova visione del mondo che ne conseguì, ma Dio non era morto, era lì pronto a tendere una mano a chi l’avrebbe accolta.

Perciò per quanto sbigottiti potessero essere gli animi, per quanto potesse l’uomo sentirsi un re decaduto gettato nella nuova infinità degli spazi, non si poteva ancora parlare di angoscia e annichilimento propri dell’uomo moderno.

A quasi due secoli di distanza, il poeta recanatese Giacomo Leopardi affrontò il problema del nulla con il pensiero abissale che è proprio della sua filosofia, analizzandolo non soltanto dal punto di vista del sentire umano ma anche ripercorrendone gli sviluppi etimologici, linguistici e metaforici. Certamente, come vedremo più avanti, il sentimento della nullità della condizione umana in generale e la vita dolorosa particolare del poeta, sono stati un ‹‹formidabile strumento conoscitivo›› ma non può, e non deve, passare in secondo piano la costante ricerca e formazione culturale che impegnò tutta la sua vita.

Inoltre, per quanto giusto sia studiare la filologia leopardiana in rapporto alle sue produzioni poetiche, non dobbiamo lasciare che questa sia l’unica strada possibile da intraprendere poiché il Leopardi filologo, pur essendo un completamento dell’intera sua personalità, ha avuto un’importanza fondamentale anche da un punto di vista strettamente tecnico, seppur, proprio per la specificità di tale ambito, poco conosciuto e apprezzato.

 

E’ partendo dal problema filologico infatti che Leopardi iniziò a confrontarsi col nulla, utilizzando, al fine di tale studio, tanto l’approccio filosofico ed archeologico quanto il ruolo centrale delle metafore e della nota teoria del piacere. E’ doveroso quindi, nonché utile, prima  di analizzare il nulla etimologico, assiologico ed ontologico, porre la nostra attenzione allo studio delle lingue in generale, e ai risvolti filosofici e linguistici che ne seguiranno.

Innanzitutto dobbiamo tener presente che l’autore parte dall’idea che la linguistica è un problema filosofico, strettamente connesso all’evoluzione e alla storia delle nazioni e allo studio dell’antropologia poiché da un’unica lingua madre sono state generate un numero esorbitante di lingue figlie e sempre di nuove ne nasceranno grazie alla nascita di nuove culture, dei rapporti sempre più intricati tra di esse e non solo al loro interno, grazie alla conquista dell’uomo di sempre nuovi spazi e alle condizioni naturali che hanno permesso queste evoluzioni. Bisogna quindi che i gramatici tengano conto di tali cambiamenti e che si facciano affiancare nei loro studi dai filosofi e dagli archeologi, tenendo l’uno conto della storia del genere umano e dei rapporti tra le parole e l’altro scavando e cercando l’origine delle lingue nei tempi remoti della lingua madre. Infatti:

 

“[…] Ma bisogna perdonare ai gramatici se finora non sono stati ideologi; bensì non bisogna che il filologo illuminato dalla filosofia, si lasci imporre dalla loro opinione in quelle cose che ripugnano all’analisi e alla scienza dell’umano intelletto”.

 

Ed ancora:

“Raccogliendo il sin qui detto, io penso che se tali osservazioni si facessero in maggior numero e con più diligenza che non si è fatto finora, […] lo studio dell’etimologie diverrebbe infinitamente più filosofico, utile, ec. e giungerebbe tanto più in là di quello che soglia arrestarsi; facendosi una strada illuminata e sicura per arrivare fin quasi ai primi principii delle parole […]; si conoscerebbero assai meglio le origini remotissime, le vicende, le gradazioni, i progressi, le formazioni delle lingue e delle parole, e la loro primitiva (e spesso la loro vera) natura e proprietà; e si scoprirebbero moltissime bellissime ed utilissime verità, non solamente sterili e filologiche, ma fecondissime e filosofiche, atteso che la storia delle lingue è poco meno (per consenso di tutti i moderni e veri metafisici) che la storia della mente umana; e se mai fosse perfetta, darebbe anche infinita e vivissima luce alla storia delle nazioni”.

 

L’approccio filosofico diviene perciò illuminante per lo studio della linguistica, rendendola maggiormente capace di cogliere i rapporti tra le parole, essendo questi ultimi a caratterizzare lo sviluppo di ogni lingua; in modo analogo Leopardi procedette per il problema filosofico del vero e della conoscenza per il quale, lo ricordiamo, conoscere il vero significava conoscere i giusti rapporti tra le cose:

 

“Non si conoscono mai perfettamente le ragioni, nè tutte le ragioni di nessuna verità, anzi nessuna verità si conosce mai perfettamente, se non si conoscono perfettamente tutti i rapporti che ha essa verità con le altre. E siccome tutte le verità e tutte le cose esistenti, sono legate fra loro assai più strettamente ed intimamente ed essenzialmente, di quello che creda o possa credere  concepire il comune degli stessi filosofi; così possiamo dire che non si può conoscere perfettamente nessuna verità, per piccola, isolata, particolare che paia, se non si conoscono perfettamente tutti i suoi rapporti con tutte le verità sussistenti. Che è come dire, che nessuna (ancorchè menoma, ancorchè evidentissima e chiarissima e facilissima) verità, è stata mai né sarà mai perfettamente ed interamente e da ogni parte conosciuta”.

 

 

Indagando sui limiti della conoscenza, a questa difficoltà evidentissima Leopardi ne aggiunge un’altra che concerne non soltanto l’impossibilità di conoscere perfettamente ed interamente una verità per pur piccola che sia, ma si spinge ben oltre riflettendo sul come non solo ciò non sia possibile ma se anche per assurdo lo fosse non si potrebbe comunicare ad un altro soggetto  la verità in questione se non al prezzo di travisarne il significato, alterarne i rapporti ed avere solo l’illusione di essersi compresi.

Basti pensare ad esempio che le diverse viste vedono uno stesso oggetto in diversissime misure.

 

“Così gli uomini concepiscono diversissime idee di una stessa cosa, ma esprimendo questa con una medesima parola, e variando anche nell’intender la parola, questa seconda differenza nasconde la prima: essi credono di esser d’accordo e non lo sono. ec. ec. ec. Pensiero importantissimo, giacchè si deve riferire non solo alle idee materiali, ma molto più alle astratte (che tutte infine derivano dalla materia) e agli stessi fondamenti della nostra ragione. Molto più poi alle idee del bello del grazioso ec.”.

 

Servendoci di questa analogia possiamo quindi meglio comprendere come il Leopardi indaghi, con il metodo dei rapporti, non solo le verità delle cose ma anche, filosoficamente, la storia delle lingue e l’etimologie delle parole.

 

Tutte le lingue infatti derivano da poche parole primitive con le quali, attraverso metafore ed analogie, si costruiscono i rapporti con parole sempre nuove. Inoltre, come detto altrove, la storia delle lingue è poco meno che la storia della mente umana, nonché dell’evoluzione dei popoli che spostandosi ed espandendosi in quasi tutto il globo terrestre portarono il linguaggio originario a specializzarsi e ad assumere sempre nuove forme e nuove pronunce e a generare, dalle poche primitive parole, il proprio vocabolario, a tal punto che oggi ogni nazione ha la sua lingua ufficiale e una miriade di altre lingue locali parlate da un numero ristretto di persone a seconda della propria evoluzione particolare nonché della posizione geografica.

 

“Lo studio dell’etimologie fatto coi lumi profondi dell’archeologia, per l’una parte, e della filosofia per l’altra, porta a credere che tutte o quasi tutte le antiche lingue del mondo, (e per mezzo loro le moderne) siano derivate antichissimamente e nella caligine, anzi nel buio de’ tempi immediatamente, o mediatamente da una sola, o da pochissime lingue assolutamente primitive, madri di tante e sì diverse figlie. […]

Diffondendosi dunque pel globo il genere umano, e portando con se per ogni parte quelle scarsissime e debolissime convenzioni di suono significante, che formavano allora la lingua; si venne stabilendo nelle diverse parti, e la società cominciò lentissimamente a crescere e camminare verso la perfezione. […] Secondariamente il genere umano diviso, e diffuso pel mondo, si differenziò nelle sue parti infinitamente, non solo quanto a tutte le altre appartenenze della vita umana, e de’ caratteri ec. ma anche quanto alle pronunzie, alle qualità de’ suoni articolati, e degli alfabeti parlati, diversissimi secondo i climi ec. ec. come vediamo. […] Nel terzo luogo, la lingua primitiva dovette immancabilmente servirsi delle stesse parole per significare diversissime cose, scarseggiando di radici, e mancando o scarseggiando d’inflessioni, di derivati, di composti, ec. […]

Così che non è da far meraviglia se bene spesso in diversissime lingue si trovano tali e tali radici uniformi e somiglianti nel suono, ma disparatissime nel significato. […] Chi non vede p.e. che wolf, voce che in inglese e in tedesco significa lupo, è la stessa che volpes o vulpes, che significa un altro quadrupede pur selvatico, e dannoso agli uomini? Frattanto la detta osservazione dimostra la immensa differenza che appoco appoco dovette nascere fra le varie lingue, e l’infinita oscurazione che ne dovette seguire del linguaggio primitivo e comune una volta, ma già non più intelligibile nè riconoscibile”.

 

Ma primitivamente gli uomini non erano in grado di concepire alcuna cosa che non avesse origine nella materialità, a tal punto che ciascuna idea, anche la più astratta, derivò sempre, per analogie, da segni linguistici che originariamente esprimevano concetti sensibilmente esperibili, come ci dice ad esempio per l’etimologia del verbo aspettare derivante da adspectare che significa guardare (verbo che descrive un’azione dei sensi).

 

 

 

 

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