IL NULLA ORIGINARIO

ORIGINARIONULLA

Il nulla è analizzato secondo varie modalità da Heidegger, vi è infatti il nulla come “nullità”, come ciò che non importa, ciò che può essere tralasciato o il “nient’altro” rispetto a ciò che veramente interessa oppure il nulla come ciò che “non c’è” e può quindi essere abbandonato. Questo stesso nulla “che non c’è” è anche considerato come l’opposto di ciò che c’è, di ciò che esiste ed è oggetto di scienza, ma questo nulla alternativo è fuorviante in quanto si pone al domandare allo stesso modo dell’ente divenendo un qualcosa di argomentabile.


In questo senso il nulla diverrebbe un qualcosa, violando il principio di non contraddizione. Tale principio propone il nulla come negazione, «il niente è la negazione della totalità dell’ente, il puro e semplice non–ente». Questo è il principio formale della negazione secondo il pensiero logico, ma anche questo niente di negazione è posto dall’intelletto, è un niente «immaginario» e non il niente di per sé. Così, utilizzando le parole di Heidegger, «Al massimo noi possiamo pensare la totalità dell’ente come “idea”, e poi negare nel pensiero e “pensare” come negato ciò che abbiamo così immaginato».
Inoltre, sempre seguendo Heidegger, possiamo affermare che non vi è il niente a partire dalla negazione perché c’è il “non”, semmai ciò che si vuole raggiungere è un niente più originario da cui possa derivare al limite la negazione, cioè un niente che disponga la cosa come «ordine d’origine». Il riferimento è la differenza ontologica, ovvero, per quanto sia ancora, una definizione limitata, la differenza tra essere e ente, cioè la differenza tra una dimensione preliminare e ciò che in essa vi trova eventualmente posto.

Altra modalità del niente è l’inutilità di qualcosa, il nulla difettivo di un oggetto che abitualmente utilizziamo come strumento e che all’improvviso diviene inefficace, ad esempio «Uno strumento è guasto, un materiale inadatto». Questa defezione non è un semplice mutamento, una variazione, ma è un togliersi dell’abituale funzione a cui era destinata la cosa e un annullamento della nostra stessa operazione, dunque una temporanea sospensione della situazione scaturita da questa «mancata» prestazione.
Anche l’inutilizzabilità, ciò che è inutile, non esprime il nulla della differenza ontologica, difatti anch’essa nasce dal riferimento al suo opposto positivo di partenza, cioè l’oggetto funzionante che consegue al suo scopo, che riempie il suo adempimento.
Il nulla difettivo rientra quindi nel carattere della «privazione » che sorge sempre da ciò che prima deve essere già manifesto, deve essere già presente, ecco perché questo nulla difettivo è una mancanza e non l’indicazione del nulla.
Tra i caratteri del nulla derivati dalla presenza rimane ancora il nulla come annullamento, nel senso che ciò che è presente può cioè essere annientato in modo tale che del singolo ente non rimanga più niente, in questo modo il niente verrebbe paradossalmente prodotto, causato da una attività.
Il nulla come nullità da tralasciare, il nulla che non c’è, che non esiste, il nulla come non ente della logica formale, cioè la negazione, il nulla dell’inutilizzabilità che difetta e il nulla come annullamento, non hanno a che fare con il nulla originario ricercato e casomai contribuiscono a spostare l’attenzione continuamente verso ciò che ogni volta viene negato e indirettamente verso il loro corrispettivo di partenza che rivela sempre la semplice presenza, quindi un qualcosa di determinato, un ente, mancando il quesito posto da Che cos’è metafisica? sul niente e la metafisica stessa. Queste modalità del nulla, essendo dunque derivate dalla presenza di qualcosa, arrivano sempre in ritardo, quando già qualcosa c’è.
L’accesso al nulla che equivale all’essere, il nulla originario da cui si porrà la differenza ontologica, si offre al pensare cambiando l’atteggiamento del riferimento alle cose e riconoscendo in tale riferimento, l’intenzionalità di Husserl che risale a Brentano, a cui Heidegger aggiunge la trascendenza, cosa effettivamente dal nostro pensare può dipendere e cosa invece venga già offerto preliminarmente e come tale non possa essere abbracciato dal pensiero, ma vada solo accettato.
Per quanto riguarda l’essere non è possibile cogliere razionalmente la totalità dell’ente in sé in modo assoluto, eppure, «in qualche modo» nella totalità dell’ente, nel mondo, noi ci troviamo.
Dice Heidegger:

«In fondo c’è un’essenziale differenza tra il cogliere la totalità dell’ente in sé e il sentirsi in mezzo all’ente nella sua totalità. La prima cosa è impossibile, l’altra accade costantemente nel nostro esserci».

 

Il mondo come totalità è dunque svelato solo, ma non accidentalmente, nello stato d’animo: è avvertito, ma non è quantificabile empiricamente.
Già questo è secondo Heidegger «l’accadimento fondamentale del nostro esserci». Il mondo come totalità dell’ente è av-vertito, perché in esso ci sentiamo, ma non possiamo dire di esso che c’è tutto insieme come quando diciamo che un quadro è appeso alla parete. Questa totalità rimane in questo caso indeterminata non come un nulla difettivo, ma è concretamente una impossibilità della determinatezza che pur viene avvertita come totalità. Sentiamo quindi di partecipare alla presenza dell’esistenza, ma non siamo in grado di oggettivarla.
Heidegger riserva all’angoscia e alla noia profonda la capacità di manifestare il mondo come totalità, cioè di manifestarne la presenza, partendo però dalla totale sospensione del tutto.
Nell’uomo che si angoscia emerge lo spaesamento, non determinabile da alcun oggetto particolare, proprio perché l’uomo si sente spaesato di fronte a tutto. Da ogni cosa proviene lo spaesamento perché tutto nell’insieme affonda come indifferente.
Nulla può andar bene, può alleviare, ma tutto si dilegua, non nel senso dell’andar via, del non esserci o dell’annientamento precedentemente osservati, ma nel senso che tutto si allontana ed è sentito come inconciliabile. Dice Heidegger, «uno è spaesato», l’unità come totalità che ci sta di fronte si offre nello spaesamento.
Nella noia profonda allo stesso modo «uno si annoia», cioè tutte le cose e gli uomini, tra cui noi stessi, cadono nell’indifferenza, tutto si distanzia rivelandosi come unità che non può interessarci. Nell’angoscia e nella noia profonda si indietreggia di fronte al mondo come totalità che così si manifesta e il tutto emerge proprio in quanto avvertito come nullo nel suo insieme.
Questa volta il nulla non si mostra dalla negazione della presenza, ma equivale alla totalità stessa, non è dunque un derivato, ma è sentito.
Lo spaesamento e l’indifferenza del tutto, nel linguaggio heideggeriano l’equivalente sospensione dell’ente nella sua totalità, fanno si che il niente venga avvertito e porti con sé l’evidenza di ciò che sospende, il mondo come tutto.

Dice Heidegger:

«Poiché l’ente nella sua totalità si dilegua [e per questo non esserci viene evidenziato] e poiché così proprio il niente ci assale, tace al suo cospetto ogni tentativo di dire “è”», «In effetti il niente adesso, in quanto tale, era presente [cioè: si scopriva]» raggiungendo «quell’accadere dell’esserci [l’evento] nel quale il niente è manifesto».

Questo nulla è originario in riferimento a ciò che riesce a manifestare, è un nulla che origina l’essere come totalità di ciò che è presente (l’evento) non perché crei l’essere originandolo dal nulla, ma è originario in quanto lo mostra, lo evidenzia. In questo sta la coincidenza di nulla ed essere, il vuoto pieno, nel fatto che l’essere sia compreso proprio quando viene sospeso o nello spaesamento o nell’indifferenza che pongono il nulla. Che cos’è metafisica?, edito da subito nel 1929, successivo a Essere e tempo, ma precedente di un anno Dell’essenza della verità, che molti considerano, pur nell’edizione tardiva del 1943, il momento in cui Heidegger espose l’essere a partire direttamente dall’evento, sottolinea già, in tutta la sua seconda parte, questa equivalenza di niente ed essere legati come unica manifestazione che accade.
Già in Che cos’è metafisica? Heidegger dichiara in successione che «il niente ci viene in contro insieme alla totalità dell’ente» e che «il niente si manifesta piuttosto con l’ente e nell’ente, in quanto questo si dilegua nella sua totalità», ma «non nel senso che il niente appaia per suo conto “accanto” all’ente», e ancora che «L’essenza del niente originariamente nientificante sta in questo: è anzitutto esso che porta l’esser–ci davanti all’ente come tale», cioè davanti all’essere dell’ente inteso come ciò che rende «preventivamente possibile » ogni ente, «cioè l’essere». Heidegger già nel 1929 ha chiarito che il niente manifesto concerne lo svelamento, per questo dice che «Solo sul fondamento dell’originaria evidenza del niente, l’esserci dell’uomo può dirigersi all’ente e occuparsene» e infine che «l’esserci, in quanto esserci [cioè l’uomo che comprende di essere come la totalità del mondo], già da sempre proviene dal niente che è manifesto».

 

 

 

 

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