IL NULLA

NULLA 3

 

 

 

 

Il nulla, pur essendo stato tematizzato filosoficamente, sia nell’antichità che nel periodo medioevale, si pensi ai casi di Gorgia o alla Questio naturae di Scoto Eriugena, venne, sotto il profilo emotivo-esistenziale, esperito per la prima volta in modo drammatico, in coincidenza con la rivoluzione cosmologica seicentesca.

 

Pascal, visse profondamente lo spaesamento in lui prodotto dall’irrompere dell’idea di infinito spaziale, che gli apporti bruniani alla posizione astronomica copernicana avevano reso un dato di fatto. La sua prospettiva faceva, però, ancora aggio sul deus absconditus, conoscibile nella opzione di fede attraverso il pensiero, e pertanto in grado di strapparlo all’insensato e alla estrema solitudine.4 Presto, anche dio si inabisserà nel nulla.

 

La sua morte spingerà a ripensare il senso autentico dell’esistere, che si configurerà come pura libertà. Macertamente, in epoca moderna, il termine nichilismo trova una propria caratterizzazione filosofica, nella contrapposizione che l’idealismo costruì nei confronti del realismo e del dogmatismo.

Se, in senso positivo, il termine è assunto nel significato di distruzione di ogni presupposto e di ogni dato immediato, in senso negativo esso ha indicato, in questo contesto culturale, l’eliminazione delle evidenze e delle certezze del senso comune. Jacobi, secondo questa stessa modalità esegetica, accusò di nichilismo l’atteggiamento speculativo idealista (lettera a Fichte del 1799): infatti, nella sua prospettiva, dio, reso oggetto di argomentazione filosofica, perde il suo carattere realmente assoluto. Da ciò, la sua difesa dell’intuizione. Nella stessa congerie romantica è rilevante la posizione di Jean Paul.

 

Questi, attraverso Roquoirol, protagonista del suo romanzo Titan, critica l’atteggiamento prometeico che esalta l’io a scapito di dio, e risolve l’intera realtà in una miriade di io isolati: è questa la strada, attraverso la quale, il nulla finisce, apocalitticamente, per inabissare la chiave di volta della stessa costruzione idealista: l’io.

 Non è casuale, al riguardo, la posizione sostenuta in Fede e sapere, da Hegel.

 

Questi, ovviamente, parte dalle premessa, tipicamente panlogista, della necessità di risolvere completamente l’essere nel pensiero, aggiungendo, però, in opposizione apparente alle posizioni più tardi sostenute nella Scienza della logica, che primo compito della filosofia è di arrivare a conoscere il nulla assoluto.

 

 

Ma, all’inizio dell’ottocento, probabilmente, il tema in questione trovò una tematizzazione più ampia al di fuori della filosofia accademica. Infatti, da un lato caratterizzò fortemente il pensiero-poetante di Giacomo Leopardi e fu presente, al contempo, nei romanzi filosofici di Feodor Dostoevskij. In Russia, il termine ricevette l’imprimatur da Turgenev, nel romanzo Padri e figli.

 

Il protagonista, Bazarov, giovane medico, critica i valori umanisti dell’oziosa nobiltà in decadenza. Ha coscienza di dover fare tabula rasa dei falsi valori su cui è costruita la società del tempo e di doversi impegnare nella professione medica, scelta per filantropia. Per questa sua prospettiva di vita, egli viene definito nichilista dai rappresentanti della società e dell’ordine politico in disfacimento. Da questo breve riferimento,si comprende che il termine è qui usato in un’accezione storico-politica, sicuramente meno profonda del senso e del significato che invece assume in Leopardi, del quale ora passiamo a occuparci.

 

 

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