IL PARRICIDIO DI PLATONE

PARRICIDIOPLA

Da quanto emerso nella nostra indagine abbiamo fin qui visto che Leopardi è stato un grande teorizzatore del nulla, concettualizzandolo etimologicamente, assiologicamente ed ontologicamente. Partendo da tali presupposti dobbiamo ora cercare di capire se, oltre ad aver portato il concetto del nulla fino alla sua estrema concettualizzazione, si possa anche fare del nihil la sua filosofia, se si possa, in altri termini, definire il suo sistema entro i termini del nichilismo.


Tale percorso risulta particolarmente intricato e complesso, e questo è sicuramente dato dal particolarissimo sistema leopardiano, di cui possiamo forse dire che i pensieri “compiuti” si trovano racchiusi nelle opere che noi tutti conosciamo,
dagli Idilli ai Canti, dalle Operette morali ai Saggi e discorsi (ma anche qui dobbiamo sempre distinguere il pensiero giovanile da quello maturo del poeta), mentre tutto il percorso che egli ha compiuto a gran fatica lo possiamo leggere qui e lì nella intricatissima vicenda letteraria che è lo Zibaldone, quelle 4526 pagine autografe che comprendono pensieri ed appunti di varia natura. E’ proprio qui, in questo testo (o metatesto) che Leopardi ci rende partecipi dei suoi studi (analisi critiche dei classici, letture dei moderni, indagini filosofiche, sociologiche, antropologiche, filologiche, linguistiche ec.) nonché del formarsi del suo sistema, delle sue conversioni letteraria e filosofica, della sua vita privata grazie ad annotazioni autobiografiche, della formazione giovanile, e, attraverso questi “stadi”, dell’evoluzione del suo modo di vedere il mondo, da che aveva avuto una formazione classica e religiosissima, a che l’abbandonò lentamente e faticosamente per approdare ad un materialismo tutto personale, non assimilabile a nessun sistema, a nessuna corrente di pensiero, a nessun altro filosofo neppure il più estremo.
Qualunque tentativo di racchiuderlo è destinato a fallire, proprio perché l’idea che sottende al suo pensiero è la possibilità. Infatti forse proprio a partire dal suo concetto del nulla, e strettamente correlato ad esso, possiamo giungere a quella che è stata la grande intuizione leopardiana: la “possibilità”.

“Da che le cose sono, la possibilità è primordialmente necessaria, e indipendente da checchè si voglia. Da che nessuna verità o falsità, negazione o affermazione è assoluta, com’io dimostro, tutte le cose son dunque possibili, ed è quindi necessaria e preesistente al tutto l’infinita possibilità”.

Questa la frase che suggella l’inizio della nuova era filosofica, questo il poros attraverso cui dal nulla si giunge al mondo, alla vita. Leopardi fonda il suo pensiero ontologico, antropologico e politico-sociale su quest’idea base. Ed è questa l’idea che segna tutto il percorso del pensiero contemporaneo.

“In somma il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla. Giacchè nessuna cosa è assolutamente necessaria, cioè non v’è ragione assoluta perch’ella non possa non essere, o non essere in quel tal modo ec. E tutte le cose sono possibili, cioè non v’è ragione assoluta perchè una cosa qualunque, non possa essere, o essere in questo o quel modo ec. E non v’è divario alcuno assoluto fra tutte le possibilità, né differenza assoluta fra tutte le bontà e perfezioni possibili. Vale a dire che un primo ed universale principio delle cose, o non esiste, nè mai fu, o se esiste o esistè, non lo possiamo in ni un modo conoscere, non avendo noi nè potendo avere il menomo dato per giudicare delle cose avanti le cose, e conoscerle al di là del puro fatto reale”.

Ribaltiamo quindi l’idea della necessità in quella possibilità, in cui Leopardi crede, e quello che ne avremo sarà non soltanto il parricidio compiuto da Platone nei confronti di Parmenide, ma sarà insieme, in maniera ancor più radicale, il rovesciamento esatto dell’eleate e il parricidio di Platone.

“Noi, secondo il naturale errore di credere assoluto il vero, crediamo di conoscere questo principio, attribuendogli in sommo grado tutto ciò che noi giudichiamo perfezione, e la necessità non solamente di essere ma di essere in quel tal modo, che noi giudichiamo assolutamente perfettissimo. […] Certo è che distrutte le forme Platoniche preesistenti alle cose, è distrutto Iddio”.

Il non essere infatti diviene ad essere poiché il nulla è fondamento infinito di ogni possibilità, mentre l’essere non è, in quanto possibilità che si individualizza e che si rende necessaria, non solo in quanto esistenza ma ad esistere in tal modo ec., il che consisterebbe nell’errore di credere in un qualche assoluto. Il principio delle cose è il nulla, tutte le cose sono possibili, e non c’è differenza tra tutte le possibilità né tra tutte le perfezioni possibili, la conoscenza sintetica è sempre “a posteriori”. Muoiono così le Idee platoniche e noi possiamo giudicare del vero, del bello, del giusto, ec. soltanto dalla nostra relativa ed incompleta esperienza, solo attraverso la limitatezza dei nostri sensi e della nostra ragione.
In un altro passo Leopardi dirà che:

“Niente presiste alle cose. Né forme, o idee, né necessità o ragione di essere, e di essere così o così ec.ec. Tutto è posteriore all’esistenza”.

Le nostre idee di assoluto, di perfezione, vengono a crollare; l’unico assoluto è l’infinita possibilità:

“l’infinita possibilità è l’unica cosa assoluta. Ell’è necessaria, e preesiste alle cose”;

quindi se anche Dio esistesse si conformerebbe a questa unica necessità. L’essere del nulla si contrappone al non essere dell’essere, alla finitezza dell’esistenza si contrappone l’infinità del nulla. Ma gli assoluti non vengono a scomparire, ad essi si supplisce con un altro assoluto: il relativismo. L’infinita possibilità così non distrugge l’assoluto, ma lo moltiplica nelle infinite perfezioni possibili:

“Si può dire (ma è quistione di nomi) che il mio sistema non distrugge l’assoluto, ma lo moltiplica; cioè distrugge ciò che si ha per assoluto, e rende assoluto ciò che si chiama relativo. Distrugge l’idea astratta ed antecedente del bene e del male, del vero e del falso, del perfetto e imperfetto indipendente da tutto ciò che è; ma rende tutti gli esseri possibili assolutamente perfetti, cioè perfetti per se, aventi la ragione della loro perfezione in se stessi, e in questo, ch’essi esistono così, e sono così fatti; perfezione indipendente da qualunque ragione o necessità estrinseca, e da qualunque preesistenza. Così tutte le perfezioni relative diventano assolute, e gli assoluti in luogo di svanire, si moltiplicano”.

Lo stare, l’esistere, l’individuarsi dell’essere ne annuncia la sua contingenza, la sua finitezza.
L’essere di cui si predicava infinità, onnipotenza, necessità, si ritrova contingente: da universale a particolare, un essere occasionale. L’infinito possibile non ammette un individuarsi eterno e necessario, ma il nulla non impedisce l’individuarsi dell’esistenza, è anzi la condizione ontologica che permette che le cose siano:

“Il nulla non impedisce che una cosa che è, sia, stia, dimori. Dove nulla è, quivi niuno impedimento è che una cosa non vi stia o non vi venga.”

Il nulla quindi è l’apertura sulla quale si pone il divenire, ed anche nella quale si dissolve, poiché tutte le cose venendo dal nulla ad esso torneranno. Ed è proprio
l’infinita possibilità del nulla a rendere possibile l’individuarsi di un essere contingente e, dal più semplice degli esseri alla natura tutta intera, compreso ovviamente l’uomo, con le sue altrettanto possibili infinite conformazioni sociali, culturali, politiche, morali, estetiche. Non esistono contraddizioni nell’infinita possibilità, né all’interno delle sue fattezze.

“Pare che solamente quello che non esiste, la negazione dell’essere, il niente, possa essere senza limiti, e che l’infinito venga in sostanza a esserlo stesso che il nulla. Pare soprattutto che l’individualità dell’esistenza importi naturalmente una qualsivoglia circoscrizione, di modo che l’infinito non ammetta individualità e questi due termini sieno contraddittorii; quindi non si possa supporre un ente individuo che non abbia limiti”.

 

 

 

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