IL “PROPRIETARIO”

PRORP

Descrivere la figura stirneriana del “Proprietario” solleva tuttavia alcuni problemi particolari perché l’opera L’Unico e la sua proprietà di Stirner, che somiglia piuttosto ad uno scritto di circostanza, non è esente da imprecisioni terminologiche. Bisogna aggiungere a ciò che Stirner si guardò del tutto deliberatamente dal dare al Proprietario dei tratti ben precisi. È per questo che abbiamo a che fare qui, a dir il vero, con una forma senza forma. Dobbiamo dunque cominciare con il mostrare che è pertinente, malgrado tutto, parlare della “forma del Proprietario”.

Stirner sviluppò la forma, la figura o la visione del Proprietario in un confronto tanto con Hegel quanto con i suoi critici razionalisti di “sinistra”, Ludwig Feuerbach e Bruno Bauer. Conviene sin d’ora caratterizzarli brevemente sotto l’aspetto qui in questione.

Hegel rimproverava al pensiero dei Lumi la sua unilateralità: perché soltanto la natura era secondo esso, dotata di una ragione inerente che si trattava di conoscere — ma non il “mondo etico”, la storia della civiltà, lo stato, la fede, ecc. Per questo motivo egli si fece un dovere di sopprimere la “funesta divisione” dello spirito occidentale generata dai Lumi, attraverso una filosofia universale della “conciliazione” tra il sapere e la fede e un concetto [Begriff] universale della ragione. Pensava così di contribuire a fare ammettere a tutti coloro ai quali mancava la “semplicità naturale dei costumi” che la vera ragione non si manifesta nel modo di ragionare dei Lumi — che aveva in testa di prescrivere al mondo come esso deve essere — ma al contrario nella “saggezza di vivere come il proprio popolo”, frutto di un paziente lavoro contro la soggettività.

Sapendo quanto fosse difficile per l’intelletto prenderne coscienza, Hegel ritenne indispensabile l’elaborazione di una formazione precoce dell’anima [Gemüt] secondo la formula: “La disciplina costituisce un elemento essenziale dell’educazione: essa ha per scopo quello di spezzare l’intestardimento del bambino ( … ). L’elemento razionale deve apparire in lui come la sua soggettività più peculiare ( … ). La vita etica deve radicarsi nel bambino come sentimento”.

La sinistra critica di Hegel, apparsa poco dopo la sua morte, aveva come ambizione la rianimazione delle idee francesi dei Lumi, in particolare le più radicali, di orientamento ateo, sino ad allora mai realmente giunte in Germania e nel frattempo dissoltesi nella stessa Francia. In effetti, essa voleva opporre alla filosofia contemplativa e retrospettiva di Hegel una “Filosofia dell’azione” volta verso l’avvenire e non più interpretare il mondo ma cambiarlo, cioè (secondo uno dei criteri immaginati da essi) migliorarlo, dettargli espressamente come esso doveva essere.

Su questo punto, giustamente, in un campo tanto importante come quello dell’educazione, i critici razionalisti e rivoluzionari di Hegel si accordarono ampiamente con lui senza rendersene conto. Così lo stesso anarchico Bakunin esigeva che i bambini “siano sottoposti al regime … dell’Autorità sino alla loro età maggiore”. Certo, con l’età, la detta autorità doveva addolcirsi, ma soltanto per questo motivo: “affinché questi giovani in divenire, quando fossero affrancati dalla legge, potessero dimenticare come essi furono guidati e dominati durante la loro infanzia da qualcosa d’altro che la libertà”.

Per formare questo uomo “razionale”, in Hegel, uomo “morale” e nei razionalisti post-hegeliani, uomo “libero” o “essere generico”, i rappresentanti di queste due posizioni fondamentali, d’altronde opposte, fecero dunque appello in modo evidente ad uno stesso principio, uno stesso metodo: l’introiezione nel bambino di pochi anni attraverso la forza bruta e se necessario attraverso la manipolazione — in ogni caso in modo “irrazionale” — di questo o quel sistema di valori considerato razionale, buono, giusto, ecc, che sia ereditato dalla tradizione, ritrovato, costruito o semplicemente inventato.

Soltanto Stirner riconobbe in questo tipo di “formazione” predicato da ogni parte il male radicale. I suoi stessi migliori risultati gli apparvero poco attraenti: “Cosa sono, per la maggior parte, i nostri personaggi spirituali e colti? Dei disdegnosi proprietari di schiavi, essi stessi schiavi”. Dai “serragli” pedagogici non possono uscire al massimo che degli eruditi e dei “cittadini buoni a qualcosa”, ma in definitiva costoro “non sono malgrado ciò che degli esseri assoggettati”. Come per Hegel, il metodo di educazione è tanto decisivo per Stirner. È per questo, in un articolo precedente, contro Hegel e gli hegeliani di sinistra, egli dichiarava fermamente: “la volontà, che sino ad oggi si è voluto così violentemente oppressa, non dovrà essere indebolita ulteriormente” affinché appaiano ” delle persone libere, dei caratteri sovrani”.

Nella sua opera L’Unico e la sua Proprietà, Stirner non parla più di uomo “libero”, “sovrano”, “autentico”, ecc., ma, volendo fissare la terminologia, di “Proprietario”. Là ancora, contemporaneamente contro i sostenitori e gli oppositori dei Lumi, egli considera come male fondamentale che “l’influenza morale [sia] l’ingrediente principale della nostra educazione”.  ”L’influenza morale ha inizio dove comincia l’umiliazione, anzi non è altro che questa umiliazione stessa, cioè lo scoraggiamento del coraggio che, così spezzato e piegato, diventa umiltà”.

 Il male risiede nel fatto che “tutta la nostra educazione riposa sulla volontà di produrre in noi dei sentimenti determinati, cioè di inculcarceli piuttosto che di lasciarcene produrre da noi stessi, come capitano”. Soltanto questi ultimi pertanto potrebbero essere detti “miei”, autentici sentimenti di cui sarei il “Proprietario”; i primi al contrario, benché innanzitutto estranei a me, mi apparterebbero subito, da questa specie di fondazione, come “sacri”; non ne sarei il loro proprietario, ma, dipendendo da essi, per essi — “posseduto”.

Il concetto di sacro in Stirner è la chiave per comprendere la figura del suo Proprietario. “Tutto ciò per cui provate rispetto o venerazione merita il nome di sacro.” Allorché ogni paura naturale ci spinge a liberarci dal giogo della cosa temuta, “con la venerazione, invece, le cose vanno assai diversamente. L’oggetto del nostro timore viene adesso non soltanto temuto, ma anche onorato: diventa una potenza interiore a cui non posso più sottrarmi … sono completamente in suo potere … L’oggetto temuto ed io siamo una cosa sola.” Il sacro, secondo Stirner, costituisce dunque la struttura normativa stessa di qualunque società, interiorizzata dal bambino dopo introiezione, benché all’origine a lui estranea. È qui il risultato essenziale sino ad ora di ogni educazione.

È “in breve, ogni questione di — coscienza”, è “inavvicinabile per l’egoista, intoccabile, al di fuori del suo [posseduto dal sacro] potere, cioè sopra di lui; (81) è, secondo un’espressione più moderna impiegata dopo Freud (Das Ich und das Es [L’Io e l’Es], 1923) il Super-Io.

L’idealtipo del “Proprietario” è dunque innanzitutto proprietario di quel che è suo, dei suoi pensieri come dei suoi impulsi; ma è egualmente proprietario del “mondo” (della natura, degli uomini, delle cose, dello stato, ecc.) per poco che non si ponga di fronte ad essi con “rispetto e devozione”.

Il Proprietario (“il suo io”) non vive, non pensa e non agisce sotto il controllo dell’irrazionale, sotto la costrizione inconscia di un Super-Io estraneo. La sua autonomia è vera e non, come in quelle diverse filosofie sostenitrici o oppositrici dei Lumi, una finzione del “come sé”, una eteronomia semplicemente integrata in un modo o in un altro. È il vero tipo di maturità, non soltanto una forma vuota evocata e possiede una “propria” comprensione di se stesso tale, che non è utile pregarlo di mostrarsi conseguente.

A proposito del Proprietario non è dunque detto nulla più di questo: non è né influenzato né condotto nei suoi giudizi di valore da un qualunque Super-Io irrazionale. D’altronde, a cosa somiglierebbe un mondo di proprietari, la questione non si pone nemmeno. Stirner nota tuttavia che questo “mondo sacralizzato sino alla minima delle sue parti”, con le sue molteplici etiche, religiose o non, esortanti tutte al sacrificio ed alla negazione del sé, “dovrebbe ormai aver perso la sua apparenza attraente, dopo che i suoi effetti millenari non hanno portato ad altro che all’attuale miseria”.

Rimprovera ai rivoluzionari del suo tempo di conservare essi stessi la suddetta miseria tanto a lungo poiché non combattono che “l’aldilà fuori di noi”, e lasciano al contrario intatto l’”aldilà dentro di noi” (il sacro, la coscienza irrazionale, il Super-Io). Essi restano in tal modo, malgrado il loro ateismo, spesso fanatici, prigionieri del “cerchio magico del cristianesimo”.

La fine di questa miseria dell’uomo condotta da qualche Super-Io sarebbe un mondo di proprietari. Questo mondo non saprebbe malgrado ciò essere conquistato da qualche “rivoluzione” perché dei proprietari non apparirebbero che qui o là, in casi particolari di disposizioni favorevoli, sotto forma di autoliberazione individuale (“ribellione” ; essi non potrebbero apparire su scala sociale soltanto se gli educatori volessero rinunciare una volta per tutte alla loro “influenza morale” sui bambini e ne accettassero almeno le conseguenze:

“Quei monelli insolenti non si lasceranno più abbindolare con chiacchiere e piagnistei e non proveranno alcuna simpatia per tutte le scemenze per le quali voi vi esaltate e di cui vaneggiate da sempre: essi aboliranno il diritto ereditario, cioè non vorranno ereditare le vostre cretinate che voi invece avete ereditario dai vostri antenati; essi cancelleranno il peccato originale”.Che una simile evoluzione, se dovesse accadere un giorno, non potrebbe essere che di ampio respiro e si estenderebbe necessariamente su molte generazioni, Stirner ne era cosciente: “Al futuro, invece, sono riservate le parole: ‘Io sono proprietario del mondo delle cose e io sono proprietario del mondo dello spirito’”.

 

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