IL PROPRIO DEL PENSIERO

NEGATIONIS

 

 

 

 

 

 

 

Si ricordi infatti come l’estremo esito della spersonalizzazione operata dal liberalismo consistesse nella privazione del singolo della propria opinione, della propria Meinung, la quale doveva diventare propria solo dell’astrazione “uomo”, giungendo in tal modo al massimo della generalità, ossia dell’astrattezza e della coercizione.

Ma tale esito estremo del liberalismo umano altro non è, ancora una volta, che lo sviluppoconseguente di un assunto hegeliano, appunto riferito alla stessa opinione. È pertanto su di esso che bisogna brevemente concentrarsi per comprendere a pieno la portata della risposta stirneria-na. Di tale problema, tra gli altri, se ne è occupato Fabio Bazzani, di cui seguiremo qui l’utile ricostruzione:

 

“Per la Meinung, il vero, scrive Hegel, sta nell’immediatezza. Ma la Meinung stessa è pensiero, anche se al grado più basso del sapere. Ora, dal momento che quando subentra pensiero subentra mediazione, anche nella Meinung vi è un quid di verità, essendovi pensiero e dunque mediazione. La Meinung, però, di ciò non si rende conto, si lega al sensibile, al questo, scindendolo in un qui e ora, ritenendolo immediato e singolare. In realtà, né il qui né l’ora né il questo, sono singolari: [essi] non appena vengono posti sono superati […] e non possono determinare un dato qui e un dato ora, ma tutti i qui e tutti gli ora.

Entrambi,

dunque, si mostrano come un «negativo in generale», conservandosi quali universali indipendentemente dall’asserzione della loro singolarità. La medesima cosa vale per il questo, che funziona non tanto come questo singolo determinato, ma, al contrario, come una categoria determinante la singolarità nel suo essere generale. Conseguentemente, appunto per il suo portato determinante, il questo, che nella Meinung appare immediato, concreto e singolare, in realtà è astratto – non determinato, ma determinante – ed, essendo mediato, è universale. Il questo, il qui e l’ora sono parole e, perciò, universali. […]

 

Il linguaggio, secondo Hegel, è verace perché, di per sé, costringe la Meinung a palesare le contraddizioni in cui si avvolge, la costringe ad uscire allo scoperto, a riconoscere l’universale in ciò che definisce singolare ed individuale”.

 

Si avanza così “un concetto di singolarità mediata al massimo grado” e “più in generale, alla Meinung che non coglie l’universalità che si dà nel linguaggio medesimo e, quindi, pure nel linguaggio della Meinung, che è universale ma che non sa di esserlo, si contrappone un sapere che si manifesta quale coincidenza con il linguaggio e con l’essere”. Si tratta cioè di un sapere e di un pensiero che si qualificano come assoluti mediante, se non addirittura a causa del linguaggio stesso.

 

Stirner coglie allora perfettamente il punto quando parla della tirannia del linguaggio e del pensiero:

 

“Il linguaggio o «la parola» ci tiranneggiano nel modo più brutale perché sollevano contro di noi un intero esercito di idee fisse. […] Se il pensiero non è il mio pensiero, esso è soltanto lo svolgimento di un’idea già pensata, è lavoro da schiavi o lavoro da «servi della parola». [..] Per il pensiero libero o assoluto […] l’inizio è il pensiero stesso ed esso si tormenta cercando, per cominciare, l’«astrazione» più alta, per esempio l’essere). Appunto questa astrazione o questa idea viene poi svolta e articolata”

 

 

E continua:

 

“Ma io sono non soltanto astrazione, bensì il tutto in tutto, quindi anche l’astrazione o il niente, io sono tutto e niente, io non sono un puro pensiero, ma sono però pieno di pensieri, un mondo di pensieri.

Hegel condanna ciò che è mio proprio, ciò che è mio personale (das Meinige) – «l’opinione» (die Meinung). Il «pensiero assoluto» è quel pensiero che dimentica di essere mio, dimentica che sono io a pensare e che esso esiste solo attraverso di me. Ma se io mi rimangio ciò che è mio, ne sono padrone, esso non è che una mia opinione personale che io posso cambiare ad ogni momento, cioè annientare, ri-tirare in me e dissolvere. Feuerbach pensa di battere il «pensiero assoluto» di Hegel con l’essere, che non si può superare. Ma l’essere viene superato, in me, esattamente come il pensiero. È mio così come il pensiero è mio”

 

 

Per dirla con le parole di Bazzani:

 

“Non esiste dunque un pensiero indipendente, sciolto, dal singolo pensante, un sistema concettuale che abbia un fondamento extraindividuale. La verità non è corrispondenza tra il pensiero e l’essere, ma è l’opinione dell’individuo stesso. […] Stirner muove dal questo, dal qui e dall’ora, un qui ed un’ora che questo singolo riconduce a sé nel suo inarrestabile porsi e togliersi, nel suo costante mutarsi. […] Stirner,

rispetto a Hegel, sposta il «luogo» della verità e della corrispondenza essere/pensiero/linguaggio all’esserci singolare dell’unico pensante e parlante, riuscendo a dissolvere, grazie alla Meinung, quella ontologica corrispondenza”

 

La Meinung diventa quindi per Stiner l’organo della riappropriazione del proprio del pensiero di cui il singolo era stato espropriato da Hegel e dai suoi epigoni liberali-umanitari e della dissoluzione della estraneità della verità stessa:

“Contro la fissazione e l’estraneazione della verità Stirner sostiene la proprietà del mondo [e del pensiero]: la sua realtà si identifica con la sua utilizzabilità e trasformabilità da parte del singolo”

 

Stirner infatti scrive:

 

 

“Tu ti avvicini ai pensieri e alle rappresentazioni, così come alle apparenze delle cose, solo per rendertele più godibili e farne tua proprietà. Tu vuoi solo dominarle e farti loro proprietario, vuoi orientarti in esse e sentirtici a tuo agio, e le trovi vere o vedi in loro una luce di verità precisamente quando esse non ti possono più sfuggire, non presentano più alcun aspetto che tu non capisca o padroneggi, ossia quando ti vanno giuste, quando sono tua proprietà. Se poi ridiventeranno oscure e sfuggiranno al tuo potere, questa è per l’appunto la loro non verità, cioè la tua impotenza. La tua impotenza è la loro potenza, la tua umiliazione è la loro esaltazione. La loro verità, dunque, sei tu stesso, ossia è il nulla che tu sei per loro e nel quale esse svaniscono, la loro verità è la loro nullità”

Il ripensamento della nozione di verità che Stirner propone è quindi totale, ma non in quanto egli la costringa nel relativismo, piuttosto perché egli, scoprendo “il contenuto ideologico proprio della verità, la quale non è altro che una funzione del potere di volta in volta trionfante”, lo riconduce al potere e alla potenza del proprietario, svelandone, crudelmente, la natura strumentale:

 

“Solo come mia proprietà gli spiriti, le verità, si acquietano e sono reali solo quando io strappo loro la loro esistenza maledetta e ne faccio mia proprietà, quando non si dirà più: la verità si sviluppa, domina, si fa valere, la storia (un concetto anch’essa) vince, ecc. La verità non ha mai vinto, ma è sempre stata, invece, un mezzo per la vittoria, come la spada («la spada della verità»). La verità è morta, è una lettera dell’alfabeto, una parola, un materiale che io posso utilizzare. Ogni verità per se stessa è morta, un cadavere; essa non vive che nella stessa maniera in cui si può dire che il mio polmone è un organo vivente, cioè nella misura della mia vitalità. Le verità sono un materiale, come le erbe buone o cattive: se siano buone o cattive, sono io a deciderlo”

 

 

La stessa valutazione della verità perde quindi del tutto ogni carattere assiologico e si qualifica nel rango in misura alla vitalità dell’unico proprietario. In questo senso va letta la famosa espressione:

 

“Tutte le verità sotto di me mi sono care; una verità sopra di me, una verità in base alla quale io dovrei orientarmi è cosa che non conosco. Per me non c’è nessuna verità, perché non c’è niente al di sopra di me!”.

 

Solo una cautela è ora necessaria. È chiaro che Stirner, ammettendo l’esistenza di altri unici ammetta l’esistenza di altre Meinung, più in generale di altre prospettive. Ma nella discussione della tematica dell’opinione non si tratta per Stirner dell’affermazione di un sentimentalismo della tolleranza:

 

“Ora ci viene ricordato che «bisogna rispettare tutte le opinioni e le convinzioni», che «ogni convinzione è legittima», che bisogna essere «tolleranti nei confronti delle idee altrui», ecc. Ma «i vostri pensieri non sono i miei pensieri e le vostre vie non sono le mie vie». O piuttosto io voglio dire il contrario: i vostri pensieri sono pensieri miei con i quali faccio quel che voglio e che abbatto senza pietà; essi sono mia proprietà e io, se ne ho voglia, li distruggo. Per distruggere o mandare all’aria le vostre idee non sto certo ad aspettare il vostro permesso. Non m’importa che voi pure chiamate «vostre» queste idee: esse restano lo stesso mie e il modo in cui voglio trattarle è cosa mia, e non una pretesa infondata”

 

 

E neppure della modulazione di un dispotismo; la posizione del problema concerne piuttosto, e, ancora una volta, l’espressione del paradosso della nozione stirneriana di proprietà:

 

“Un pensiero è veramente mio proprio solo se io non esito in nessun momento a metterlo in pericolo di morte, se io non ho da temere, nella sua perdita, una perdita per me, una perdita di me. Un pensiero è veramente mio proprio se io lo posso sì sottomettere, ma esso non può mai sottomettere me o rendermi strumento fanatico della sua realizzazione”

 

 

Paradosso costitutivo lo stesso rapporto proprietario-proprietà, paradosso che, ora si può affermarlo con certezza, conosce la sua verità solo nell’umorismo:

 

“Come proprietario dei miei pensieri io li proteggerò certamente con lo scudo, dato che sono mia proprietà, così come, in quanto proprietario delle cose, non permetto che tutti ci mettano le mani tranquillamente; ma al tempo stesso io assisterò sorridendo (lächelnd, ridendo) all’esito della battaglia, coprirò con lo scudo, sempre sorridendo (lächelnd), i cadaveri (Leichen) dei miei pensieri e della mia fede e, anche sconfitto, sorriderò (lächelnd) nel mio trionfo.

Questo è appunto l’aspetto umoristico della cosa (der Humor von der Sache). Tutti coloro che hanno «sentimenti sublimi» sanno dar libero corso al proprio umorismo per quel che riguarda le meschinità degli uomini, ma lasciar giocare (spielen zu lassen) il proprio umorismo con tutti i «pensieri grandi, i sentimenti sublimi, i nobili entusiasmi e le sante fedi» presuppone che io sia proprietario di tutto”

 

 

È pertanto, in ultima istanza, l’umorismo, e la spensieratezza che ne è l’epifenomeno principe, a consentire la proprietà di sé stessi, l’appartenenza a sé:

 

“Se i pensieri sono liberi, io sono loro schiavo, non ho alcun potere su di essi e ne vengo dominato. Ma io voglio pensare, voglio essere ricco di pensieri ma al tempo stesso senza pensieri e piuttosto della libertà di pensiero voglio tenermi la spensieratezza. Se si tratta d’intendersi e di comunicare con gli altri, io posso ovviamente far uso solo dei mezzi umani, di cui dispongo perché sono anche uomo, oltre ad essere me stesso.

E in realtà solo in quanto uomo ho dei pensieri, in quanto io, invece, sono al tempo stesso privo di pensieri, spensierato. […] Osserva per una volta te stesso mentre pensi e ti accorgerai che puoi procedere nei tuoi pensieri solo perché resti ogni istante senza pensieri e senza parole. Non solo, per esempio, nel sonno, ma persino nella più profonda concentrazione del pensiero, tu sei senza pensiero esenza parole; anzi sei così soprattutto allora. E solo grazie a questa assenza di pensieri, a questa misconosciuta «libertà di pensiero», ossia libertà dal pensiero, tu appartieni a te stesso”

 

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