IL ROVESCIAMENTO DELLA VOLONTÀ DI NULLA NEL VOLERE L’ETERNO RITORNO

ETERNO R

 

 

 

 

 

Ora il mondo ride, l’orribile cortina si squarciò e vennero le nozze per luce e tenebra.

Nietzsche definisce la propria dottrina come la « forma estrema di nichilismo » e al contempo come l’« autosuperamento » di quest’ultimo, giacché vuole riconoscere proprio l’insensatezza di un’esistenza che ritorna senza scopo. « Pensiamo questo pensiero nella sua forma più terribile: l’esistenza, così com’è, senza scopo e senza senso, ma inevitabilmente ritornante, senza un finale nel nulla: ” l’eterno ritorno “. È questa la forma estrema del nichilismo: il nulla (la ” mancanza di senso “) eterno! ».

 

Ma quale forma estrema del nichilismo è già anche la sua « crisi » e, all’apice del suo compimento, il nichilismo si rovescia nella dottrina opposta dell’eterno ritorno . « Coloro che si sono rovesciati » insegnano l’eterno ritorno. La fede nell’eterno ritorno dà all’esistenza dell’uomo « il nuovo centro di gravità », dopo che essa aveva perduto, con la perdita della fede cristiana, il vecchio; l’eterno ritorno, come la fede cristiana, è un « contrappeso » alla volontà di nulla. L’« uomo redentore, dell’epoca futura » non è perciò soltanto il vincitore di Dio, bensì anche il vincitore del nulla, giacché questo nulla è esso stesso l’espressione conseguente del successo dell’ateismo.

 

Quest’uomo dell’avvenire, che ci redimerà tanto dall’ideale perduralo sinora, quanto da ciò che dovette germogliare da esso, dal grande disgusto, dalla volontà del nulla, dal nichilismo, questo rintocco di campane del mezzodì e della grande decisione, il quale nuovamente idi-anca la volontà, restituisce alla terra la sua meta e all’uomo la sua speranza, questo anticristo e antinichilista, questo vincitore di Dio e del nulla — dovrà un giorno venire….

 

Lo « scopo » della terra è tuttavia « la mancanza di scopo in sé » del suo movimento circolare, così come lo scopo dell’ultima metamorfosi è la libertà da tutti i fini e gli scopi, da ogni « volontàdi ». A questo rimanda già il primo aforisma della Gaia scienza, e alla fine del IV libro Nietzsche accenna per la prima volta alla sua dottrina, con il titolo: Il peso più grande.

 

Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse Iurtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e “”ni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione — e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere! ».

 

Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: « Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina? ». Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa:« Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte? » graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che quest’ultima eterna sanzione, questo suggello?

 

L’aforisma che segue ha per titolo Incipit tragoedia e rimanda a Zarathustra. Parimenti in Ecce homo il rovesciamento viene definito come il problema « psicologico » che sta a fondamento del tipo Zarathustra: la produzione di un estremo « da un estremo no e di una suprema spensieratezza da un’abissale malinconia. Per mezzo del dire-di-sì dionisiaco diviene facile tutto ciò che prima era difficile, giacché esso libera dal fardello dell’esser-ci toccato in sorte.

 

 

Per questo rovesciamento tuttavia è necessario anzitutto l’ulterioresviluppo dei diversi tipi di « pessimismo » diffuso: la brama del « diverso », del no a metà e del mero nulla110. Il nichilista radicale cerca al contrario « di non volere avere altro » che ciò che è, già è stato e anche di nuovo sarà.

 

 

Zarathustra diviene poco a poco più infelice e più felice, e solo quando lo raggiunge l’estrema distretta egli conquista anche la sua estrema felicità: la necessità *. Impara infine ad « amare il suo abisso ». « Vetta e abisso » diventano per lui tutt’uno. Infatti: « Donde vengono le montagne più alte? chiedevo in passato. E allora imparai che esse vengono dal mare. Questa testimonianza sta scritta nelle loro rocce e nelle pareti delle loro cime. Dall’abisso più fondo, la vetta più alta deve giungere alla sua altezza » . Zarathustra percorre questo cammino verso l’ultima grandezza, per raggiunger la quale ogni scala è insufficiente e alla quale l’uomo come tale può giungere solo se sale oltre se stesso. E quando infine porta in superficie il suo pensiero « più abissale » e si trasforma, da uno che dice di no, in un sostenitore della circolarità dell’esistenza, dice: « parla il mio abisso », vale a dire: nell’esistenza insieme alla perorazione della vita si esprime anche il nichilismo.

 

Con ciò Zarathustra ha « rovesciato alla luce » la sua «estrema profondità», in altri termini: nichilismo ed eterno ritorno si condizionano reciprocamente come sì e no, come luce e tenebra. Prima d’intraprendere quest’ultimo viaggio verso l’estrema solitudine, Zarathustra scende ancora una volta « più in basso che mai », fin negli « abissi più cupi », dove l’« estremo pericolo » si trasforma nel suo « ultimo rifugio ».

 

 

Così, come nella metafora di Zarathustra l’eterno ritorno si presenta quale nichilismo rovesciato, anche nell’esistenza stessa di Nietzsche la smania di autoeterizzarsi è, in modo rovesciato, lutt’uno con la tentazione di auto annientarsi. La stessa volontà di eternizzare è quindi ambigua: può derivare dalla gratitudine per l’esistenza, ma può anche essere la volontà tirannica e vendicativa di chi dispera dell’esistenza.

 

La volontà di eternizzare esige […] una doppia interpretazione, l’uò scaturire da gratitudine e amore: un’arte che abbia questa orinine sarà sempre Nella traduzione va purtroppo perduto il gioco di richiami che si stabilisce in tedesco, per ragioni di affinità morfologica e semantica, tra l’espressione Wende der Not (svolta della distretta) e il termine Not- wendigkeit (necessità). un’arte di apoteosi, ditirambica, forse, con Rubens; beatamente beffarda, con Hafis; piena di chiarità e di indulgenza, con ( Joethe; un’arte che diffonde un omerico chiarore di luce e di gloria su tutte le cose (in questo caso, parlo di arte apollinea).

 

Ma può anche essere quella volontà tirannica di un uomo straziato dal dolore, in lotta, martoriato, che vorrebbe imprimere in quello che è più legato alla sua persona, alla sua singolarità, in quel che è più intimo in lui, nella caratteristica idiosincrasia del suo dolore, il sigillo di una legge vincolante e di una forza coattiva, e che prende, per così dire, vendetta di tutte le cose, incidendo, incastrando a viva forza, marchiando a fuoco in esse la sua immagine, l’immagine della sua tortura. Quest’ultimo è il pessimismo romantico nella sua forma più significativa, sia come schopenhaueriana filosofia del volere, sia come musica wagneriana : il pessimismo romantico, l’ultimo grande avvenimento nel destino della nostra cultura. (Che ci possa essere poi anche un pessimismo classico — questo presentimento e questa vinone appartengono a me, in quanto sono indissolubili da me, sono il mio proprium e ispissimum: […] il pessimismo dionisiaco.)

 

Con questa sua « invenzione », Nietzsche-Zarathustra, nel capitolo decisivo intitolato La visione e l’enigma, non uccide soltanto la « sofferenza », la « compassione » e la « vertigine in prossimità degli abissi » , ma anche la morte. Nel suo scoramento per il fardello dell’esistenza portato verso l’alto, egli acquista coraggio e, dopo la guarigione dalla malattia mortale, dice « alla morte»-.

 

«Questo fu la vita? Orsù! Daccapo! » e sempre daccapo . La volontà dell’eterno ritorno di ogni esistenza è dunque mi « autosuperamento del nichilismo », giacché per suo mezzo l’uomo

supera l’idea di ciò che è ultimo: l’autoannientamento, « l’atto del nichilismo ». Questo abisso e questa profondità fanno dell’eterno ritorno l’« idea più abissale », con la quale Zarathustra vince una volta per tutte la volontà di nulla. E dal momento che Zarathustra ha già rovesciato, portandola alla luce, la sua estrema profondità “, ora può portare la luce anche nel mondo delle tenebre . Per lo stesso Nietzsche — nella « lingua dell’uomo » — il tramonto di Zarathustra non significa tuttavia un’ascesa verso un nuovo mattino, bensì un « sole al tramonto sull’ultima catastrofe » e una « testa di Medusa » per la quale tutti i tratti del mondo si irrigidiscono in una « agonia raggelata ».

 

 

In effetti in questo contesto la morte di Dio, dalla quale scaturisce il nichilismo, è per il profeta del nichilismo « il pericolo più grande » e l’« evento più orrendo », ma per la profezia di Zarathustra è l’evento « più promettente » e la « causa del più grande coraggio »; infatti nel coraggio per il nulla si compie il nichilismo e si supera infine nell’audacia del sovra-uomo, a partire dal quale Nietzsche insegna l’eterno ritorno. Nella Volontà di potenza questo rovesciamento viene infatti espressamente designato come il movimento peculiare del filosofare nietzscheano.

 

Una filosofia sperimentale, come quella che io vivo, anticipa a mo’ di prova anche le possibilità del nichilismo sistematico, senza che sia perciò detto che essa si fermi a un « no », a una negazione, a una volontà di « no ». Essa vuoleanzi giungere, attraverso un tale cammino, al suo opposto — a un ‘affermazione dionisiaca del mondo così com’è, senza detrarre, eccepire o trascegliere, vuole il circolo eterno: le stesse cose, la stessa logica e illogicità dei nodi. Lo stato più alto che – un filosofo possa raggiungere è la posizione dionisiaca verso l’esistenza: la mia formula per ciò è amor fati.

 

Con questa formula della volontà dell’eterno ritorno Nietzsche designa anche il principio della sua « trasvalutazione di tutti i valori », che a loro volta derivano da quella prima trasvalutazione che il cristianesimo operò sull’antichità, quando si ammalò la volontà di esistere di quest’ultima.

 

Al « sentimento paralizzante della dissoluzione universale » Nietzsche contrappose la dottrina dell’eterno ritorno. Insomma: «posizioni estreme », come il nichilismo europeo pensato fino alle sue ultime conseguenze, « non vengono sostituite da posizioni più moderate, bensì da posizioni ancora più estreme, ma rovesciate ».

 

 

Il problema di questo nesso essenziale tra nichilismo e ritorno verrà dimostrato (nel § 2), nei dettagli della sua problematica, a partire da un’analisi delle parabole di Zarathustra. Ci proponiamo inoltre di mostrare (nel § 3) come la volontà dell’eterno ritorno, scaturita dalla volontà del nulla, tenga unito ciò che altrimenti cadrebbe in pezzi. Infatti l’idea dell’eterno ritorno insegna un nuovo fine dell’esistenza umana, al di là di se stessa, una volontà di autoeternizzazione; ma insegna anche l’esatto contrario: un ruotare in se stesso, privo di sé e privo di scopo, del mondo naturale, che include anche la vita umana. Il senso cosmico si contrappone a quello antropologico, cosicché l’uno diviene il contro-sensì dell’altro.

 

 

 

 

 

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