IL TEMPO ESTRANEO:LA NOIA

NOIA

 

 

 

 

 

 

 

 

La noia, dunque. Essa si qualifica come una di quelle esperienze capitali in seguito alle quali Cioran afferma addirittura la necessità di cambiare nome, in quanto non si è più gli stessi – non si potrà mai più essere gli stessi.

Esperienze che, come in parte sappiamo e come vedremo, comportano costitutivamente un doppio movimento: esse sono, al contempo, liberazione e condanna. Queste caratteristiche ineriscono a tutte le esperienze che ci proponiamo di osservare in questo e nei paragrafi seguenti. Notiamo anche che, qualificandosi pregiudizialmente come vissuti, esse presentano necessariamente un connubio tra fisiologia e metafisica.

 “Ma – come scrive Calasso riguardo a Baudelaire – non era la metafisica a diventare fisiologia. Piuttosto la fisiologia stringeva un patto con la metafisica”. Nella noia questo connubio rimane quasi occulto, ma innegabile e essenziale; in un’ intervistaCioran infatti sostiene:

 

“La noia è stata e continua ad essere la sventura della mia vita, inconcepibile senza una base fisiologica. Accade che il senso di vuoto che precede o che è la noia stessa, si trasforma in un sentimento universale che ingloba tutto, facendo così sparire la base organica. Ma minimizzare questa base è come barare”.

 

 

La portata metafisica della noia è tale da fagocitare la sua origine fisiologica: ma senza tale base la noia nemmeno sarebbe concepibile. Nel tentativo di analisi del fenomeno noia si corrono, pertanto, due rischi opposti e paralleli: assecondare la noia nel suo gioco, ossia dimenticare o minimizzare le sue origini, sarebbe infatti come barare: ma, al contempo, anche occultare la sua portata inglobante sarebbe altrettanto disonesto, oltre che inesatto. Bisognerà quindi, con un gioco di equilibrio, tenere sempre presenti entrambe le componenti di questa – per dirla con un ossimoro – sensazione metafisica.

 

Notiamo anche come Cioran abbozzi qui una sorta di definizione della noia – definizione rispettosa di entrambi i lati della questione: si tratterebbe infatti di un senso di vuoto (livello fisiologico) che si trasforma in quel sentimento universale che ingloba tutto (livello metafisico). Non sfugga come Cioran introduca già qui il vuoto: termine centrale nella sua riflessione, con cui ci confronteremo nel seguito del presente paragrafo. Dato che, come ampiamente affermato, si tratta di un’esperienza è dalla biografia che dobbiamo partire. Cioran sperimenta molto presto tale sentimento, seppur comprendendone l’importanza solo molto in seguito. La sua prima esperienza della noia infatti

 

“Risale alla prima guerra mondiale. Avevo cinque anni. Una sera, credo fosse d’estate, tutto quello che mi circondava ha perduto ogni senso, si è svuotato di senso, si è irrigidito: una sorta di angoscia insopportabile. Senza che allora potessi esprimere quanto accadeva, mi ero reso conto dell’esistenza del tempo”.

 

Seconda sorta di definizioneo meglio raffinamento della precedente: Cioran parla significativamente di una perdita di senso del mondo a lui circostante che si caratterizza in termini di svuotamento; perifrasi riassumibile in quel senso di vuoto di cui si parlava prima. A voler essere precisi qui si dovrebbe aggiungere, a nostro avviso, un particolare alla locuzione cioraniana: ciò che Cioran avverte potrebbe infatti qualificarsi in maniera più appropriata come il senso del vuoto del senso.

 

Cioran parla qui anche di unirrigidimento: come sempre, non si tratta di una notazione fine a se stessa. Ritroveremo altre ricorrenze di tale termine nelle citazioni che andremo ad ascoltare nel seguito del paragrafo. Ad ogni modo, escluso quest’ultima aggiunta, la coincidenza delle affermazioni è evidente. Cioran, poi, ribadisce la natura esperienziale del fenomeno: egli provava “una sorta di angoscia insopportabile”, che non raggiunse il livello della consapevolezza né tantomeno dell’espressione.

 

Ciò che egli non era ancora in grado di esprimere è proprio ciò che a noi qui preme sottolineare: egli si rese conto dell’esistenza del tempo. Pertanto, ricapitolando: il senso della perdita del senso, del vuoto del senso del mondo circostante corrisponde alla presa di coscienza dell’esistenza del tempo: come sostenuto in nota, il tempo, in questo senso di vuoto, si scolla dall’esistenza. Questo senso di vuoto e questa consapevolezza sarebbero quindi la noia. Altre parole cioraniane sono ora necessarie per proseguire:

 

“Nella noia il tempo non può scorrere. Ogni istante si dilata, e non si compie, per così dire, il passaggio da un istante all’altro. Ne consegue che si vive in una profonda non adesione alle cose. […] Nella vita l’esistenza e il tempo vanno di pari passo, formano una unità organica. Si avanza insieme con il tempo. Nella noia il tempo si stacca dall’esistenza e ci diventa estraneo. Ora, ciò che chiamiamo vita e azione è l’inserimento nel tempo. Noi siamo tempo. Nella noia non siamo più nel tempo”.

 

E ancora:

 

“[…] la noia in fondo è imperniata sul tempo, sull’orrore del tempo, la paura del tempo, la rivelazione del tempo, la coscienza del tempo. Quelli che non sono coscienti del tempo non si annoiano: la vita è sopportabile soltanto a patto di non essere coscienti di ogni momento che passa, altrimenti si è spacciati. L’esperienza della noia è la coscienza del tempo esasperata”.

 

Le due citazioni ci permettono qualche passo in avanti: innanzitutto, oltre alla conferma che nella noia il tempo si stacca (si scolla) dall’esistenza, sappiauna temporalità in cui “il tempo non può scorrere”, in cui si verifica una dilatazione infinita di ogni istante, tale che “non si compie, per così dire, il passaggio da un istante all’altro”. “Essa ci fa sentire il tempo troppo lungo, inadatto a svelarci una fine” scrive Cioran in un altro luogo. Tempo che si allunga asintoticamente, tempo che non è in grado di scorrere, tempo che si irrigidisce, si blocca: tempo in cui ogni istante, come Achille, non potrà mai raggiungere la tartaruga che è l’istante successivo. Tempo che non lascia intravvedere la fine.

 

“Non possiamo agire se non in funzione di una durata limitata: un giorno, una settimana, un mese, dieci anni o una vita. Se, per disgrazia, rapportiamo i nostri atti al Tempo, tempo e atti si eclissano; ed è l’avventura nel nulla, la genesi del No”.

 

Percependo in maniera esasperata il Tempo, parlando cioè da (de)caduti dal tempo, non siamo più nel tempo, non procediamo inavvertitamente e di pari passo con esso, addirittura non siamo più tempo: ciò significa scoprire il tempo, conoscerlo come estraneo, come perduto; e significa, proprio a causa di questa scissione, di questo scollamento, non essere più nella vita e nell’azione, ma bensì inoltrarsi nel nulla e nella negazione, in “una profonda non adesione alle cose”. L’impossibilità profonda di aderire alle cose: è questo un leitmotiv del pensiero cioraniano.

 

Per ora accontentiamoci di averlo accennato. Ci ritorneremo. Rileggiamo ora la citazione precedente: Cioran elenca una serie di sostantivi per svelare su cosa si imperni la noia; come sempre – e ciò deve stupire in quanto si tratta di una risposta orale, quindi con un margine minimo di riflessione – si tratta di un elenco in cui nulla è casuale o superfluo, in cui nulla è abbellimento o retorica.

 

Che la noia si imperni sul tempo e sulla coscienza del tempo lo sappiamo (e abbiamo cercato di argomentarlo nelle righe precedenti); ciò che qui salta agli occhi sono gli altri tre termini scelti da Cioran: orrore, paura, rivelazione. In particolare ci rivolgeremo agli ultimi due, in quanto la paura, intesa come paura della fine del tempo e quindi della morte, sarà trattata in un paragrafo successivo. Partiamo quindi dalla rivelazione. Nella noia il tempo si rivela ed è rivelatore: di cosa? “La noia è l’eco in noi del tempo che si lacera… la rivelazione del vuoto, l’esaurirsi di quel delirio che sostiene – o inventa – la vita…

 

”. Il tempo si lacera e la noia è l’eco di tale lacerazione: ci rivela quindi ancora una volta il vuoto, il nulla… Quel nulla che è l’esaurirsi del “delirio che sostiene – o inventa – la vita”. La noia èmo ora che il tempo ci diventa estraneo. Si accede – nostro malgrado – a una temporalità altra:

 

sintomo proprio di quest’abisso che si viene a creare tra il soggetto e la vita, di questa frattura dell’organicità che ci impedisce la vita e, al contempo, ci consente di vedere realmente l’essenziale. La noia è quindi un’esperienza formativa:  

 

 

“Chi non conosce la noia si trova ancora nell’infanzia del mondo, quando le epoche erano di là da venire; rimane chiuso a questo tempo stanco che si sopravvive, che ride delle sue dimensioni, e soccombe sulla soglia del suo stesso… avvenire, trascinando con sé la materia, elevata improvvisamente a un lirismo di negazione. […] Un briciolo di chiaroveggenza ci riconduce alla nostra condizione primordiale: la nudità; un pizzico di ironia ci spoglia di quel paludamento di speranze che ci permette di ingannarci e di immaginare l’illusione: ogni via opposta conduce fuori dalla vita.

La noia non è che l’inizio di questo itinerario… […] La noia ci rivela un’eternità che non è il superamento del tempo, bensì la sua rovina; è l’infinito delle anime marcite per mancanza di superstizioni, un assoluto piatto in cui nulla impedisce più alle cose di girare in tondo alla ricerca della propria caduta. La vita si crea nel delirio e si disfa nella noia

 

Chi non si annoia non conosce “questo tempo stanco che si sopravvive”, che si schernisce delle sue dimensioni, trascinando con sé, nel suo soccombere a se stesso, la materia che si innalza alla negazione. La materia assurge a tale condizione in quanto la noia, dotandoci di “un briciolo di chiaroveggenza” e di “un pizzico di ironia” ci riporta alla nostra nudità primordiale, denudandoci anche di “quel paludamento di speranze” che ci consente di reiterare le illusioni salutari all’esistenza.

 

Pertanto la noia è il fattore dissolutore di quel delirio che crea la vita, che è la vita; molto significativamente Cioran sostiene che essa è la prima tappa di quel percorso che conduce in direzione opposta alla vita: la noia, infatti, è l’inizio della lucidità… Tornando alla rivelazione, da cui queste ultime riflessioni hanno preso il via, notiamo che Cioran utilizza ancora una volta il termine in questione, affermando che “la noia ci rivela un’eternità che non è il superamento del tempo” (la buona eternità di cui parlavamo nel capitolo precedente), ma “la sua rovina” (la cattiva eternità dell’uomo caduto dal tempo). Non ci sembra superfluo riproporre qui le parole cioraniane con cui avevamo concluso il paragrafo precedente:

 

di riafferrarlo e di inserirvisi, frustrazione di vederlo scorrere lassù, al di sopra delle nostre miserie. Aver perduto insieme l’eternità e il tempo! La noia è la rimuginazione di questa duplice perdita. Vale a dire lo stato normale, il modo di sentire ufficiale di un’umanità finalmente espulsa dalla storia”.

 

 

 

 

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