IL TRAMONTO DI ZARATHUSTRA III

NIETZSCHE 3

 

 

 

 

 

«Perché una dottrina diventi albero — scrive Nietzsche in un aforisma della Gaia scienza dedicato all’inconfutabilità del “suono” (“La musica come mediatrice”) — deve essere ritenuta irrefutabile. All’albero sono necessari turbini, dubbi, vermìnai, malvagità per manifestare la qualità e la for za del suo germoglio: può rompersi, se non è forte abbastanza! Ma un germoglio è sempre soltanto annientato — non confutato!»

 

Un’«illusione»dotata di questa forza germinale: così potrebbe essere considerato il messaggio dello Zarathustra.

Ma quest’illusione deve intendersi nel senso nietzscheano di una «vera e unica realtà delle cose, ciò a cui soltanto spettano tutti i predicati esistenti, e che si può indicare nel modo migliore contutti i predicati, cioè anche con quelli opposti».

 

Un’illusione che si contrappone alla «verità logica» solo perché non si esprime, in questa parola, che «l’inaccessibilità ai procedimenti e alle distinzioni logiche». Ma se così  è, in quale altra opera, se non nello Zarathustra, poteva esprimersi ^«inafferrabile e fluida natura proteiforme» di un mondo concepito come volontà di potenza, la cui accessibilità, come scrittura del caos, coincide con la sua inaccessibilità alle formulazioni logico-discorsive?

 

 La scrittura del caos corrisponde, appunto, a quel plesso d’interpretazioni infinite che è il mondo, palinsesto magico dove si interpretano anche le interpretazioni senza raggiungere mai un «in sé», giacché al di sotto di tutte le interpretazioni possibili non v’è che l’oltranza del divenire, quella per la quale «ciò che ha  il dovere /soli/  e deve [muss] divenire, è il fondamento di ciò che è».

 Segni di questa scrittura— nella quale l’eccesso, la sovrabbondanza, l’eson-danza, ( Uberfùlle, Uberreichtum, Uberfluss, Uberschwang^ che governa il caos viene resa visibile in forma trasfigurata— devono essere carichi di seduzione poiché la seduzione è la virtù filosofica per eccellenza: «[…] ogni filosofo deve avere la virtù dell’educatore, nel senso che prima di mettersi a convincere, deve sapere indurre. Prima di dimostrare, il seduttore deve infatti scavare e scuotere, e prima di comandare e guidare, deve cercar di capire fino a che punto è anche capace di sedurre».

 

 La difficoltà «tradizionale» di quanti si sono accostati allo Zarathustra con i pregiudizi dei filosofi ipnotizzati dal modello logico-normativo di discorso scientifico, si scontra appunto con questa premeditata strategia della seduzione per la quale non esiste altro pensiero se non quello simbolico.

I  percorsi di quest’ultimo sono piuttosto meandri e le sue tensioni dinamiche sono da ricondurre all’occultamento del codice e quindi al lasciar  emergere quadrati magici e parabole stellari invece di concetti.

 

Si comprenderà forse, a questo punto, come vada collocato nell’ordine del pensiero simbolico quell’impulso fondamentale del gioco nel quale trova posto la seduzione. Per Schiller è in esso fSpieltriety che si ha l’unione e insieme la soppressione dei due impulsi opposti, quello della materia (Stofftrieb,) e quello della forma (Formtriebj, rispettivamente dominati edominatori del tempo. Lo Spieltrieb, invece, è indirizzato a «sopprimere iltempo nel tempo e a congiungere il divenire con l’essere assoluto, la trasmutazione con l’identità».

 

Ma in Nietzsche la portata di questo Spieltrieb trascende il piano estetico, organizza la scrittura dello Zarathustra solo per produrre uno stato di fusione o d’incandescenza metaforica del pensiero, assimilabile all’estasi della danza, che mutando costantemente le sue  figure sposta il suo centro di gravità, tanto che in nulla sembra trovare la sua quiete se non nell’estasi dell’apparenza.

 

«Solo nella danza so dire metafora delle cose supreme» , afferma Zarathustra. La surdeterminazione metaforica della danza offre le chiavi d’accesso alle «cose supreme»: di qui quella possibilità, irradiante dalla unito-talità percettiva del corpo, di trasformarsi in orecchio assoluto («il danzatore ha ben Usuo orecchio—nelle punte dei piedi»/ .«Io ti voglio insegnare— dice ancora Zarathustra— danze estatiche: poiché tu sei divenuto per me il più melanconico di tutti gli esseri umani,Con la follia ^WahnsinnA io guarirò la tua tristezza fSchwersinn,}.».

 

L’illusione (Wahn) della follia è ciò che toglierà la pesantezza (Schwere) del triste. E altrove, rivolgendosi agli «uomini superiori»: «Scansate tutti questi incondizionati! Hanno piedi pesanti e cuori afosi,—non sanno danzare. Come potrebbe per costoro la terra esser leggera!».

 

E ancora: «E anche se sulla terra vi sono paludi e greve mestizia: chi ha piedi leggeri, passa anche oltre il fango e vi danza come su ghiaccio terso».

 

 Nella danza che sovverte gli statuti metafisici dello spirito di gravità(«Geist der Schwere») col suo lieve moto ondoso, si afferma la fedeltà al«senso della terra». È questo il rovesciamento primo: «Io vi scongiuro,miei fratelli, restate fedeli alla terra e non credete a coloro che vi parlano di soprannaturali speranze!». Chi conosce questa «fedeltà», sa cosa significa rovesciare.

 

Nella danza infatti, letteralmente, ci si rovescia. «Levate ivostri cuori, fratelli, in alto! Più in alto! Ma non dimenticate le vostre gambe! Levate anche le gambe, o bravi danzatori, o meglio ancora: mettetevi a capo all’ingiù.»

 

Anche lo stesso movimento dell’oltrepassare,dell’andare-oltre (Uberwindung) è un librarsi di danza. Si passa oltre dan zando. «Poiché non deve esistere qualcosa su cui si passi oltre danzando?»

 

 Danzare significa oltrepassarsi. Zarathustra rimprovera agli «uomini su periori» di non avere ancora imparato a danzare «oltre se stessi» («meman tanzen muss, ùber euch hinweg zu tanzen».

 

È già quasi un ‘astrazione, ma ancora una volta si esprime nella metafora la paradossalità di uno stile concepito come strumento di seduzione. Ri prendendo un pensiero di Novalis («L’astratto deve essere sensualizzato eil sensibile deve divenire astratto»). Nietzsche infatti dirà che «quanto più astratta è la verità che si vuole insegnare, tanto più si devono sedurre ad essa, in primo luogo, i sensi».

 

Ma proprio questa coincidenza della massima astrattezza con la massima concentrazione semantica della fisicità (si pensi a un ‘immagine come «le mille mammelle» con cui si leva la «bramosia del mare» in« Von der unbefleckten Erkenntnis») rivela il carattere «assoluto» della metafora. Il plasmarsi metaforico di una scrittura alcionia-ditirambica nelle magie ritmiche dello Zarathustra va visto in rapporto al raccordarsi della sincronia dei significanti con la diacronia della ripetizione: è questa mobilizzazione metaforica, la cui sorgente sta nella magia dell’attrazione reciproca dei significanti, «a trovare il suo culmine nella danza cosmica»:

 

Dove tutto il divenire mi appare danza di dèi, gaia baldanza di dèi, e il mondo sciolto e senza freno e rifuggente in se stesso: — come un eterno fuggirsi e ricercarsi di molti dèi, come l’inebriato contraddirsi, riascoltarsi, riappartenersi di molti dèi […].

 

 Anche la scrittura del caos appare dunque atteggiata come una danza: il movimento del mondo «sciolto e senza freno e rifuggente fleti, fluente a ritroso/ in se stesso» («los-und ausgelassen und zu sich selber zurùckflies-send»), è un dispiegarsi, un fluire in mille e mille rivoli, e insieme un ritornare a sé, una «Ebbe und Flut». Se a governare questo mondo senza norme è il lusso, la dissipazione delle forze («Luxus der Kràfte»), la prevarica zione dell’Ubermut discesa in tutti gli elementi come una immensa mareggiata, la ritmica interna di questo flusso esondante e rifluente è quella del «ritorno». La musica del ritorno percorre tutta l’architettura tematica dello Zarathustra.

 

Non si esprime soltanto a livello stilistico nella catena dei polisindeti, delle anafore e delle epifore, nell’interazione delle clausole ritmiche, nella circolarità delle parabole (come ad esempio, in « Von der gros-sen Sehnsucht») e nella cosiddetta Sehnsuchtmetaphorik (metaforica deldesiderio) di derivazione biblica, così frequente nella letteratura mistico- pietista , ma si rende altresì percepibile in essa la cadenza interna del caos,il ritornello arcano del suo delirio di forme, il tempestoso rifrangersi di un universo che come in un tiaso di baccanti, con mille e mille sistri si precipita nell ‘annientante ebbrezza solo per ricominciare.

 

 

 

 

 

 

 

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