ILLUSIONISTI DEL VERBO

CIORAN

Lo strumento di cui si serve il filosofo per raffreddare gli animi, per congelare le sensazioni, è il linguaggio impersonale creato in base alle categorie della ragione, il quale, come una rete, ne protegge le acrobazie verbali dall’impatto traumatico con le disavventure dell’esistenza. La moltitudine d’idee e di concetti, coniati nell’arco della sua storia dal pensiero umano, rappresentano l’universo – parallelo a quello reale – all’interno del quale il filosofo incomincia a pensare. La pretesa di muoversi su un piano puramente oggettivo, concettuale, allontanando il professore da se stesso, lo induce, per sbarcare il lunario, ad occuparsi delle idee altrui, a sfruttare il capitale d’autenticità lasciato in eredità dai filosofi del passato, i quali, se non altro, quelle idee ebbero il coraggio di viverle fino in fondo.

In questo modo la filosofia si chiude a riccio sulle sue costruzioni intellettuali, diventando un’attività a se stante, priva di qualsiasi riferimento al mondo dell’esperienza.

Le parole che manipolano non sono il riflesso verbale d’un vissuto personale, ma il portato d’una tradizione filosofica o letteraria. La filosofia diventa quindi storia della filosofia. I professori, come dei vampiri dello spirito, si nutrono del pensiero altrui: «non vivono nelle idee ma ne vivono» [36]. Non contenta di limitare le proprie scorribande al solo ambito filosofico, la loro competenza devastatrice, sacrilega, finisce per invadere anche i territori dell’arte, della poesia e della letteratura. Veri e propri «anatomisti del verbo», i professori scompongono e analizzano le idee d’un pensatore o i versi d’un poeta, al fine di ricostruirne il decorso storico e filologico, o per metterne a nudo la genesi psicologica e sociale. Ma tutto ciò distrugge l’autenticità di un’opera, la sua immediatezza, poiché: «Un testo spiegato non è più un testo. Si vive con un’idea, non la si disarticola; vi si lotta, non se ne descrivono le tappe».

Che la filosofia sia diventata una questione essenzialmente linguistica, lo si evince dal fatto che in epoca moderna ogni sistema filosofico ha legato le sue vicissitudini al potere evocativo – per non dire alla fortuna – di una parola simbolo. Le mode filosofiche, si sa, seguono da vicino la «carriera delle parole» [38]. Ogni teoria ha la sua formula-chiave, il suo concetto onnicomprensivo: Descartes il Cogito, Kant la Ragione, Hegel la Dialettica, Marx il Capitale, Schopenhauer la Volontà, Darwin l’Evoluzione, Nietzsche l’Eterno Ritorno, Freud l’Inconscio, Husserl l’Intenzionalità, Bergson l’Intuizione, Heidegger prima maniera il Dasein, dopo la svolta il Sein.

Miseria di quel gergo filosofico la cui originalità si riduce «alla tortura dell’aggettivo e ad un’improprietà suggestiva della metafora» [39]. I professori di filosofia si rifugiano volentieri nel tecnicismo linguistico e nel neologismo, per suscitare nel profano la sensazione di profondità e l’illusione dell’inaudito. In campo filosofico l’invenzione, nel migliore dei casi, è dovuta a «dei luoghi comuni rivalutati dal gergo» [40]. In ultima analisi che cosa evidenzia questa estenuazione della parola, questa tortura perpetrata ai danni del linguaggio, se non una profanazione indebita volta a mascherare la meschinità esistenziale del filosofo, piuttosto che l’esaurimento degli argomenti, o se non – addirittura – la totale mancanza di talento?

«Inventare delle parole nuove, sarebbe, secondo Madame de Staël «il sintomo più sicuro della sterilità delle idee». L’osservazione sembra più giusta oggi di quanto non lo fosse all’inizio del secolo scorso. Già nel 1649, Vaugelas aveva decretato: “Non è permesso a chicchessia di formulare nuove parole, nemmeno al sovrano”. Che i filosofi, ancor più degli scrittori, meditino su questa interdizione prima di mettersi a pensare».

Da questo punto di vista, il più grande “incantatore” del ‘900 filosofico è stato indubbiamente Martin Heidegger. Nel 1932 la lettura di Sein und Zeit ebbe sul giovane Cioran l’effetto benefico d’una cura omeopatica: similia similibus curantur. Vale a dire, solo un’opera in cui l’eccesso verbale era spinto ad un livello così parossistico poteva disintossicarlo definitivamente dal linguaggio filosofico a cui era assuefatto al pari d’una droga.

«Tradotto in un linguaggio ordinario, un testo filosofico stranamente si svuota. È una prova alla quale occorrerebbe sottometterli tutti. Il fascino esercitato dal linguaggio spiega a mio avviso il successo di Heidegger. Manipolatore senza pari, egli possiede un autentico genio verbale che spinge tuttavia troppo lontano, accordando al linguaggio un’importanza vertiginosa. Fu proprio questo eccesso a svegliare in me i dubbi, quando, nel 1932, leggevo Sein und Zeit. La vanità d’un tale esercizio mi balzò agli occhi. Come se cercassero d’imbrogliarmi con delle parole. Devo comunque ringraziare Heidegger d’essere riuscito, con la sua prodigiosa inventiva verbale, ad aprirmi gli occhi. Vidi ciò che occorreva ad ogni costo evitare».

Del resto, di fronte a un tale sfoggio di demiurgia verbale, chi non rimarrebbe incantato? Chi, smarrito nell’intricato dedalo di neologismi filosofici, non perderebbe di vista il senso della sua ricerca interiore? Se per il non-addetto la sola lettura di un testo come Essere e Tempo si presenta come un’impresa temeraria, uscirne indenni risulta, per l’uomo comune, addirittura proibitivo. Dopo aver sottoposto le proprie tempie ad una tortura massacrante, infine che cosa ne ricaviamo? Scopriamo di non essere più uomini ma Da-sein (Esser-ci); che la mortalità di omerica memoria è diventata ora un sein-zum-Tode (esser-per-la-morte); che l’Angst (angoscia) ci rivela la nostra condizione di geworfenheit (esser-gettato) in un mondo estraneo, sospesi tra l’essere che non siamo – ma che tuttavia comprendiamo – e il nulla che saremo. Ma è proprio necessario servirsi di questa terminologia lambiccata per andare «verso le cose stesse» – come recitava l’intento programmatico della fenomenologia husserliana a cui Heidegger esplicitamente si richiama? O si da il caso che questo cumulo di astrusità finisca alla fine per spossare il lettore, ottenendo esattamente l’effetto contrario, allontanandolo quindi da se stesso e dalle interrogazioni fondamentali che lo riguardano?

Dal punto di vista dell’autocomprensione umana, nulla di nuovo risplende sotto il sole. Come ha rilevato Hans Jonas il senso di gettatezza, di estraneità al mondo, è una condizione che ritroviamo identica nella caduta descritta dalla Genesi e, soprattutto, nella letteratura gnostica. «L’Angoscia» – ironizza Cioran – «era già un prodotto corrente al tempo delle caverne. Ci si figuri il sorriso dell’uomo di Neanderthal, se avesse previsto che un giorno dei filosofi sarebbero venuti a reclamarne la paternità». L’intento di Heidegger di donare fluidità e temporalità alle categorie filosofiche (anzi, agli esistenziali come li chiama lui), liberandole dalla fissità sostanziale cartesiana, è senz’altro lodevole, tuttavia, viene da chiedersi, a che prezzo si ottiene tutto ciò?

Un libro di filosofia che non si spiega da sé, che richieda continuamente la consultazione d’un glossario esegetico, per quanto profondo ed innovativo possa essere, rischia di fallire in partenza il suo obiettivo. L’Heidegger della svolta, si metterà definitivamente In cammino verso il linguaggio – come recita una sua raccolta di saggi – sovraccaricando la parola d’attributi ancor più spropositati, sconfinanti a tratti nel divino. Ora, con questo non si vuol certo ridimensionare l’importanza di Heidegger, che è stata comunque notevole, ma l’attenzione eccessiva, a tratti feticistica riservata al linguaggio, rischia di traviare il lettore che, al pari dell’ingenuo allievo di quel saggio cinese, finirà per concentrarsi sul dito del maestro, dimentico della luna che con tale gesto gli si voleva indicare. La cosa peggiore è che Heidegger ha fatto scuola, inaugurando una strada che le generazioni successive hanno imboccato a frotte. Così la filosofia accademica da mezzo secolo non fa che riempirsi la bocca di parole come “totalità”, “ontologia”, “antropologia filosofica”; rifugiandosi in problematiche generali e astratte, a discapito della verità e dell’autenticità che permea la comunicazione diretta d’un vissuto personale.

«Quei filosofi che pensano di dire qualcosa parlando continuamente dell’essere, dell’essente, ecc.,. Questo rimuginare prova all’occorrenza che non si tratta né di veri problemi, né d’esperienze, ma di terminologia. Questi pensatori pensano sulle parole, non attraverso le parole».

«Nel libro di Foucault (Le parole e le cose n.d.t), si parla spesso di ‘finitezza antropologica’. Immagino l’effetto che tali formule possono esercitare sui giovani. Evidentemente tutto ciò appare più complicato rispetto a ‘miseria dell’uomo’, ‘l’uomo come animale condannato ’ o ‘la durata infima della storia umana ’. Di tutte le imposture, quella del linguaggio è senza dubbio la peggiore, perché è la meno percepibile dai cretini del nostro tempo».

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