IO SONO UN DESTINO II

VERSO

 

 

 

 

 

 

 

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In fondo sono due le negazioni che implica la mia parola immoralista. Con la prima io nego un tipo di uomo che era stato giudicato finora il tipo più alto, i buoni, i benevolenti, i benefici; dall’altra parte, poi, io nego un tipo di morale che è valsa da morale in sé e come tale ha dominato – la morale della décadence, in termini più concreti, la morale cristiana.

Non sarebbe ingiustificato pensare che la negazione propriamente decisiva sia la seconda, in quanto la sopravvalutazione della bontà e della benevolenza, nelle sue grandi linee, è per me già una conseguenza della décadence, un sintomo di debolezza, incompatibile con una vita che ascende e dice sì: condizione del dire sì è il negare e il distruggere. – Mi soffermo un momento sulla psicologia dell’uomo buono.

 

Per giudicare il valore di un tipo di uomo bisogna calcolare quanto costa la sua conservazione – bisogna conoscere le sue condizioni di esistenza. La condizione di esistenza dei buoni è la menzogna: in altri termini, il non voler vedere a ogni costo come in fondo è fatta la realtà, che non è certo fatta per suscitare continuamente istinti benevoli, e ancor meno per consentire a un continuo intervento di mani miopi e bonarie.

 

Considerare tutte le crisi in genere come un’obiezione, come qualcosa che bisogna eliminare, è la niaiserie par excellence, nel complesso, una vera disgrazia nelle sue conseguenze, un destino di sciocchezza –, di tale sciocchezza quasi come lo sarebbe la volontà di eliminare il maltempo – magari per compassione per la povera gente… Nella grande economia del tutto gli aspetti tremendi della realtà (nelle passioni, nei desideri, nella volontà di potenza) sono incommensurabilmente più necessari di quella forma di piccola felicità, la cosiddetta «bontà»; ci vuole anzi prudenza per concedere a quest’ultima anche solo qualcosa, perché essa è fondata sulla falsità dell’istinto.

 

Ho un valido motivo per dare una prova, che valga per tutta la storia, delle conseguenze smisuratamente sinistre dell’ottimismo, questa creatura degli homines optimi. Zarathustra, colui che per primo capì che l’ottimista è altrettanto décadent del pessimista e forse ancora più dannoso, dice: gli uomini buoni non dicono mai la verità. I buoni vi insegnarono false coste e sicurezze false; voi siete nati e assicurati nelle menzogne dei buoni. Tutto è mentito e distorto fin nel profondo per opera dei buoni.

 

Per fortuna il mondo non è costruito su istinti tali che proprio in esso il gregge bonario possa trovare la sua angusta felicità; pretendere che tutti diventino «uomini buoni», animali d’armento, occhi azzurrini, benevoli, «anime belle» – o, come desidera il signor Herbert Spencer, altruistici, vorrebbe dire togliere all’esistenza quella grandezza che è suo carattere, castrare l’umanità e ridurla a misera cineseria. – E proprio questo si è tentato di fare!… Proprio questo è stato chiamato morale… In questo senso Zarathustra chiama i buoni a volte «gli ultimi uomini», a volte «il principio della fine»; soprattutto li considera la specie più dannosa di uomini, perché essi realizzano la loro esistenza a spese sia della verità sia dell’avvenire.

 

I buoni, infatti, non sono capaci di creare: essi sono sempre il principio

della fine: –

– essi crocifiggono colui che scrive valori nuovi su tavole nuove, essi immolano a se stessi l’avvenire, crocifiggono ogni avvenire dell’uomo!

I buoni – costoro furono sempre il principio della fine.

E per quanti danni possano fare i calunniatori del mondo: il danno dei buoni è il più dannoso dei danni.

 

 

 

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