LA BASSA E SEDUCENTE UMANITÀ DELL’ALLUCE

SEDUCENTE

 

 

 

 

 

 

L’intervento sul corpo, l’ingrandimento, la messa a fuoco isolata di una sua parte si estende alla bocca e all’alluce. Schematicamente potremmo vedere lo scritto sull’alluce (Le gros orteil, 1929) come il rovesciamento speculare dello scritto sull’occhio.

L’alluce, per Bataille la parte più umana del corpo, quella che maggiormente ci differenzia dalla scimmia consentendoci la posizione eretta, ha una capacità di seduzione singolare, capacità che solo «la cucina poetica» della nostra ipocrisia sociale e la «penombra poetica» della debolezza individuale ci costringono a rimuovere.

 

Bataille riprende il racconto di Madame d’Aulnoy sul conte di Villamediana che desidera ardentemente baciare il piede della regina. Egli non è certamente attirato dall’eventuale perfezione del piede, ma dal tabù che pesa su di esso in virtù della sua bassezza in contrasto con l’alto rango della regina che è «a priori un essere più ideale, più etereo di qualsiasi altro». Aggiunge Bataille che, proprio in virtù di questa consapevolezza, «era umano fino allo strazio toccare di lei ciò che non differiva molto dal piede fumante di un soldataccio».

 

Non la prospettiva del godimento della bellezza e della grazia eccitano quindi il conte di Villamediana bensì la possibilità di condividere un’intimità nascosta non per pudore, ma perché sporca e infetta, legata all’ignominia del fango e della sporcizia. Bataille non esclude la seduzione operata «dalla luce e dalla bellezza ideale», solo che «i due ordini di seduzione sono spesso confusi perché ci si agita continuamente dall’uno all’altro e, dato questo movimento di va e vieni, che abbia il suo termine in un senso o nell’altro, la seduzione è tanto più viva quanto il movimento è più brutale».

 

In altri termini, la promessa di felicità della bellezza viene sostituita, o comunque accompagnata, dalla cupa oscurità di ciò che abitualmente ripugna: è la bassa seduzione.

 

Bataille è molto chiaro nelle sue conclusioni: «Il senso di questo articolo sta in un’insistenza a mettere in causa direttamente ed esplicitamente quello che seduce senza tener conto della cucina poetica, che in definitiva, non è che una deviazione (la maggior parte degli esseri umani sono esseri deboli che non sanno abbandonarsi ai loro istinti che nella penombra poetica). Un ritorno alla realtà non implica nessuna accettazione nuova, ma il riconoscere che si è sedotti bassamente, senza trasposizione e fino a urlare, spalancando gli occhi: spalancandoli così davanti a un alluce».

E così gli occhi si abbassano all’altezza dell’alluce, o l’alluce si solleva all’altezza degli occhi, contro i codici linguistici che vengono anteposti agli impulsi spontanei. «La forma dell’alluce – scrive Bataille – non è specificamente mostruosa: in ciò è differente dalle altre parti del corpo, per esempio dall’interno di una bocca spalancata.

 

Solo delle deformazioni secondarie (ma comuni) hanno potuto dare alla sua ignominia un valore burlesco eccezionale». Una seduzione subita ci consente di avvertire l’aspetto burlesco di organi che, inquadrati in un certa fissità gerarchica nell’insieme della figura umana, spesso e a rigore, evocherebbero immagini di morte, non nel senso generico del termine ma nel senso del disfacimento, «dell’orridamente cadaverico». Il carattere burlesco che cogliamo nella seduzione toglie del tutto l’alone di morte?

 

Niente affatto: ci porta solo a divertirci della morte. Bataille afferma infatti: «Siccome, per la sua posizione fisica, la specie umana si allontana tanto quanto può dal fango terrestre, ma d’altra parte un riso spasmodico porta la sua gioia al culmine ogni volta che lo slancio più puro finisce nella melma con la sua arroganza, si può pensare che un alluce sempre più o meno tarato e umiliante sia analogo, psicologicamente, alla caduta brutale di un uomo, quindi alla morte». Potremmo fermarci a questa analogia di

carattere psicologico e usciremmo dall’incertezza; ma Bataille prosegue:

«L’aspetto orridamente cadaverico e nello stesso tempo prepotente e orgoglioso dell’alluce corrisponde a questa derisione e dà un’espressione acutissima al disordine del corpo umano, opera di una discordia violenta degli organi». Insomma la derisione o il burlesco non sono una scappatoia al senso di morte.

 

Se è vero che noi «siamo portati a distinguere due seduzioni radicalmente opposte (e la confusione abituale tra di esse provoca i più assurdi malintesi dati dal linguaggio)», qui è il linguaggio di Bataille ad entrare in corto circuito. Se si tratta di chiamare le cose col loro nome non è in linea con la verità il fare dei distinguo?

 

O forse Bataille più sottilmente vuol dire che in realtà distinguiamo soltanto linguisticamente due seduzioni radicalmente diverse, ma ammantiamo la seduzione bassa col linguaggio più nobile e parliamo di occhi quando invece miriamo ai piedi? È probabile, ma anche in questo caso Bataille sembra mettere da parte la commistione basso e alto per guardare solo dal basso.

Ciò del resto è del tutto in linea con un disegno che mira a decostruire la figura umana per vedere di essa gli aspetti violenti e discordi – discordi perché violenti –, mentre la visione di un’armonia totale del corpo umano si fonda, di fatto, sulla voluta messa in oblio del funzionamento dei singoli organi e della loro capacità di seduzione. Così è anche nelle opere letterarie di Bataille dove una bocca o una gamba volta per volta deliziano o disgustano fino alla nausea.

Contro “la cucina poetica” che si nasconde dietro la seduzione di un’unità armonica, Bataille mette alla prova la capacità di seguire liberamente i nostri impulsi attraverso una geografia sezionata del corpo umano. Se in altri scritti la lacerazione sembra essere al centro dell’attrazione fisica dei sessi, qui funziona soprattutto una sorta di cruda vivisezione non priva di valore conoscitivo. Bataille ci induce a prestare attenzione a funzioni alle quali di solito non si bada e che tuttavia esercitano su di noi suggestione, e soprattuttorispondono o non rispondono più a ciò che ci accomuna all’animalità.

 

La bocca, per esempio, mette in evidenza la diversità della nostra architettura rispetto a quella degli animali, per i quali la bocca è «l’inizio o, se si vuole la prua»; per l’uomo invece è difficile stabilire l’inizio, visto che la parte alta del cranio è del tutto «insignificante, incapace di attirare l’attenzione e sono gli occhi o la fronte che svolgono il significato della mascella negli animali».

 

Il linguaggio metaforico tuttavia conserva il concetto della violenza potenziale della bocca: Bataille cita l’«espressione letteralmente cannibale come bocca da fuoco, applicata ai cannoni per mezzo dei quali gli uomini si uccidono fra di loro» . Nelle sottigliezze apparentemente neutre del linguaggio quindi, si nasconde la realtà rimossa di una violenza latente in un organo che, nei momenti di sofferenza dell’individuo, rivela la sua funzione primaria di esprimere fra grida strazianti collera o dolore. In questi casi torniamo animali, tanto è vero che «l’individuo sconvolto alza la testa tendendo il collo freneticamente in modo che la sua bocca viene a mettersi nel prolungamento della colonna vertebrale, cioè nella posizione che occupa normalmente nella costituzione animale»; tipico dell’uomo è invece tenere la bocca chiusa che appare «bella come un forziere».

 

La bellezza appartiene alla calma e al controllo di sé. Questione importante in estetica e in arte: dall’espressione straziata e stravolta del Laocoonte al Grido di Munch, la bocca spalancata, da cui escono «gli impulsi esplosivi del corpo» che sembra aver assorbito tutto lo spirito, mette in discussione il canone classico della bellezza per comunicare anche le lacerazioni dello spirito attraverso una ferita esteriore.

 

 

 

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