LA CONCEZIONE NON-GIURIDICA DEL MONDO

NON GIURIDICO

 

 

 

 

 

 

In alcune considerazioni di Deleuze  ritroviamo una critica al diritto che ha alcune analogie con quella stirneriana: egli, infatti, sollecitato da Claude Parnet che parla del rispetto dei diritti umani come della moda d’oggi, si mostra in un primo momento quasi restio a parlare dei diritti umani, perché verrebbe voglia di fare discorsi odiosi, per poi però affermare che parlare dei diritti umani è un segno del pensiero debole e della povertà culturale contemporanei:

i diritti umani sono astrazione pura, cosa può voler infatti dire diritti dell’uomo se non dire qualcosa di vuoto, di completamente sganciato dalla concretezza fluente della vita?

 

Proprio come il desiderio, spiega Deleuze, non consiste nell’erigere un oggetto (nel dire «desidero questo»), ma nel costruire concatenamenti-agganciamenti in maniera produttiva, così il diritto non può essere qualcosa di etichettato (dell’uomo, delle donne, ecc.), di definito in maniera tanto specifica da risultare riferito a tutti e a nessuno, ma è qualcosa che si costruisce a partire da determinate e concrete situazioni vitali (Deleuze fa l’esempio dell’Armenia, dell’enclave armena nell’ormai ex URSS, oggetto dei massacri turchi e della forza dirompente dei terremoti).

 

Parlare di diritti umani è fare discorsi per intellettuali, per intellettuali odiosi e senza idee, prima di tutto perché le dichiarazioni dei diritti dell’uomo non verrebbero mai stilate insieme ai diretti interessati, e dunque in funzione delle loro esigenze e dei loro problemi (gli armeni, nell’esempio deleuziano): per essi, il problema non sono certo i generici «diritti dell’uomo», bensì cosa concretamente si può fare in una determinata situazione per favorire o meno l’affermazione di determinate potenze, di determinate forze, di una particolare porzione di vita – della vita stessa, in fondo, della territorialità e dell’organizzazione del territorio che concernono in quanto tali la vita.

 

Piuttosto che parlare di diritti, di giustizia, per Deleuze la questione è di giurisprudenza, vale a dire che tutti gli abomini che l’uomo subisce sono dei casi, non la negazione di diritti astratti ma casi abominevoli, e per quanto diversi casi possano assomigliarsi essi sono sempre irriducibili l’uno all’altro, sono frutto di concatenamenti di potenze, di intrecci di forze, di esplicarsi di situazioni ogni volta irripetibili se non negli elementi in gioco nella loro gradazione e nei loro rapporti – la giurisprudenza è la questione dell’invenzione del diritto.

 

Per Deleuze, in tal senso, quando si invoca la giustizia, si invoca qualcosa che non esiste, quando si invocano i diritti dell’uomo, si invoca qualcosa che non esiste, i diritti dell’uomo sono qualcosa per ottusi, non si tratta mai di fare applicare i diritti dell’uomo, ma di agire nella giurisprudenza, ossia di creare di volta in volta il diritto a partire dalla situazione in cui una qualche forza cerca di affermarsi, di inventare della giurisprudenza in modo tale che per ognisingolo caso non saranno più possibili abomini, ossia tentativi di negare, di coartare, di irrigimentare e di immobilizzare lo scorrere affermativo, il fluire dinamico e l’irruzione vigorosa delle potenze che vanno alla ricerca della loro espressione.

 

Per il filosofo francese la vita è una questione di giurisprudenza, e giunge ad affermare esplicitamente che non si tratta di diritti dell’uomo, perché c’è la vita, non l’uomo, ci sono i diritti della vita, ci sono solo i diritti della vita, di quella vita che è un insieme di casi. Non è, dunque, questione di diritto di questo o di quello, ma di casi, di una situazione che si evolve: invocare i diritti dell’uomo significa non fare un passo avanti, significa essere ipocriti e affermare qualcosa di teorico che è filosoficamente nullo, il diritto è qualcosa che va creato e non certo dichiarato, recitato o semplicemente ricordato, che va creato a partire da e nel divenire della vita, non certo in uno spazio teorico astratto.

 

La persona giuridica  altro non è che una mera astrazione rispetto al flusso diveniente della vita, mentre il diritto corrisponde a ciò di cui un corpo è capace (la formula spinoziana non sappiamo di che cosa sia capace il corpo, vero e proprio «grido di battaglia» per Deleuze), di cui una potenza è capace, nel senso che ogni mente e ogni corpo, ogni potenza, cercano ciò che è per loro utile o buono, ciò con si può comporre favorevolmente o meno, per riunirsi a esso o allontanarsene: «il conatus ricerca quel che è utile in funzione delle affezioni che lo determinano. Un corpo cerca sempre di fare tutto ciò che può, nell’azione come nella passione; ciò che può è il suo diritto»

 

Negazione del dispositivo del diritto e della concezione giuridica del mondo  in nome della potenza della vita, dunque, ma di una vita che non è – come in Stirner – la vita dell’unico e del suo io, ma la vita nel suo incessante e impersonale fluire: non c’è più ego, e non solo nel senso che si è aperto l’orizzonte dell’estinzione del cogito, dell’ego in quanto cogito, ma dell’ego in quanto tale – estinzione dell’ego in favore della vita, della potenza che intende affermare e conquistare, affermarsi e conquistarsi.

image_pdfScaricare PDFimage_printStampare testo
(Visited 50 times, 1 visits today)