LA DIALETTICA APOLLINEO–DIONISIACO

NIETZSCHE PLIT

 

 

 

 

 

 

 

Appassionato di studi filologici e mondo antico, Nietzsche dà una personalissima interpretazione del mondo greco, cercando e trovando nell’arte classica una forma di giustificazione estetica dell’esistenza.


L’arte greca sarebbe secondo lui il risultato della dinamica interazione tra due fondamentali dimensioni dello spirito. Da un lato c’è lo spirito apollineo, che tende a produrre immagini plastiche e forme armoniose, stabili, rassicuranti; è espressione di equilibrio, serenità dello spirito e razionalità; ad esso è contrapposto lo spirito dionisiaco, che è invece sentimento del caos, del fluire e del morire della vita, ma anche una spinta ad immergersi in essa, ad accettarla con entusiasmo ed ebbrezza; è espressione di istinto, passione, volontà, irrazionalità. Apollo è il Dio che ordina, addomesticando le forze cieche della natura e imprimendogli una regola e una misura.

È il simbolo di ogni apparenza, dà una figura alle cose, delimitandole un profilo preciso, riparando il loro carattere istintivo e determinando la loro funzione e il loro senso specifico. La dimensione apollinea è quella del sogno e dell’illusione. In essa l’immagine onirica viene razionalizzata, fatta propria dall’intelletto e proiettata sulla realtà imprimendogli la sua forma.

La cultura apollinea è caratterizzata, quindi, dalla certezza dei principi dell’autocoscienza, dalla fiducia nella sottomissione della natura all’uomo, ma anche dalla staticità delle strutture e delle regole. In un mondo che è la riproduzione di un immagine onirica di perfezione, non restano spazi aperti al mutamento: ogni mutamento diventa trasgressione, ogni introduzione di novità è sintomo di decadenza, ogni dissenso è considerato menzogna. Il carattere onirico dell’apollineo va inteso come un ritrarsi della coscienza da un mondo che si rifiuta, che non si vuol vedere, per sostituirlo con un mondo artificiale dominabile proprio grazie alla consapevolezza della sua irrealtà.

Lo spirito apollineo manifesta lo sforzo di sovrapporre al mondo reale il mondo sognato, di costringere la realtà nelle strutture del sogno fino ad ottenere la piena coincidenza dei due elementi: un mondo reale e nello stesso tempo dominabile, perché non più estraneo all’uomo, ma opera sua. L’apollineo relega in tal modo nell’ombra, pur non cancellandola, l’originaria esperienza del dolore; cristallizza quindi l’istinto entro una legge di armonia, che intende il mondo come costruzione ordinata, negandone il lato caotico e imprevedibile.      

Alla sognante staticità dell’apollineo, lo spirito dionisiaco contrappone una forza contraria e assai più potente, rappresentata dall’estasi e l’ebbrezza degli istinti, dalle passioni e dall’irrazionalità, elementi ineliminabili di ogni natura umana. L’esperienza dionisiaca è priva di autonomia e sussiste soltanto come pura negazione dell’apollineo.
La sua è, quindi, una natura istantanea: per acquistare durata dovrebbe darsi una forma, una struttura, ma in tal modo negherebbe se stessa, giacché essa è appunto l’esperienza della falsità metafisica di ogni forma e struttura. Se l’impulso apollineo trova la sua espressione ideale nella scultura, la sola arte possibile per l’uomo dionisiaco è, secondo Nietzsche, la musica, poiché non ci sono più immagini o pensieri da portare dall’ombra del sogno alla luce di una chiara determinatezza, ma un movimento indistinto e indefinito, che richiede un’ arte altrettanto mossa e indefinita.

Nel dionisiaco le certezze della ragione vengono sommerse dall’insorgere degli istinti elementari: il soggetto razionale è costretto a riconoscere come “verità” il totalmente altro, l’inesplicabile. Le passioni non sono più ristrette entro confini invalicabili, come nel sogno, in cui piacere e paura si scioglievano nella tranquillità dell’intelletto ancor prima di aver raggiunto i loro estremi. Ogni confine decade, le passioni oltrepassano i loro stessi estremi fino a confluire in un movimento in cui non esistono più distinzioni. L’orrore del totale disorientamento e della totale insicurezza è allo stesso tempo anche la gioia di una ritrovata e totale autenticità dello spirito.

La sintesi tra spirito apollineo e spirito dionisiaco è riscontrabile solo nella tragedia greca, che per Nietzsche costituisce l’ arte suprema, l’unica in grado di riflettere la totalità dell’uomo e della storia.

 “Un’idea – la contrapposizione di dionisiaco e apollineo – tradotta in termini metafisici; la storia stessa come sviluppo di quest’idea; la contrapposizione risolta in unità nella tragedia; in quest’ottica cose che prima non si erano mai guardate in faccia, messe improvvisamente le une di fronte alle altre, illuminate e comprese le une per mezzo delle altre…”

Il motivo fondamentale della tragedia è la consapevolezza che il dolore accompagna necessariamente la vita. In essa la bella forma oggetto della contemplazione apollinea perde la sua illusorietà e si abbandona alla devastazione del divenire: la morte delle forme non è che il loro confluire nell’essere originario, che vive nell’eterna processualità del mutamento. La morte stessa è allora una prova dell’onnipotenza della vita, che accoglie in sé la distruzione come presupposto necessario per nuove creazioni.

 

Guardando ai Greci con questa consapevolezza, il tratto essenziale della loro cultura appare la capacità di giustificare esteticamente il mutamento, di accogliere i fermenti di innovazione, che per certi aspetti sono sempre momenti di crisi, decadenza, distruzione, all’interno di un orizzonte di valori mobile, che permette di scorgere nel divenire storico non solo il morire ma anche il nascere, non solo la distruttività ma anche la fecondità creativa. È in questo senso che la tragedia rappresenta l’arte suprema: in essa l’arte sceglie come oggetto di rappresentazione il dolore, la morte, la realtà senza veli dell’uomo, e ciò nonostante continua a persuadere alla vita.

La sintesi tragica viene interrotta dal sorgere della filosofia di Socrate, che segna la definitiva vittoria dell’apollineo sul dionisiaco. Il socratismo viene inteso da Nietzsche come lo sforzo, portato alle sue estreme conseguenze, di rendere “vera” l’illusione, di sostituire all’immediata percezione del fenomeno sensibile una realtà mediata e manipolata dall’ intelletto. Il socratismo priva la realtà del suo contenuto per attribuirle il contenuto della coscienza: tutto è divenuto illusione, dunque l’illusione sì è convertita in realtà.
La coscienza apollinea era ancora consapevole della sua difficile lotta con l’elemento dionisiaco e viveva nella tensione di questa lotta. Era una coscienza vigile e guerriera, che si difendeva da un nemico onnipresente. La coscienza socratica non conosce più questa lotta: ora essa può riposarsi e nutrirsi solo di sé stessa, in quanto il mondo esiste solo in lei. In questa metamorfosi dell’illusione in realtà, il concetto prende il posto del fenomeno, il pensiero sostituisce l’esperienza sensibile. Così il socratismo si configura come il massimo potenziamento dell’apollineo.

“Socrate come strumento della dissoluzione greca, il primo decadente. Razionalità contro istinto. La razionalità ad ogni costo come potere pericoloso che mina le basi della vita!”

Con Socrate il mondo greco entra nella sua ultima epoca: l’età alessandrina. La conclusione di Nietzsche è che quest’epoca sia ancora la nostra: un’ epoca decadente nella quale l’uomo ha perso di vista il senso reale della sua esistenza, preferendo rifugiarsi nella dimensione del trascendente e del sovrasensibile per sfuggire al peso delle proprie paure. 

 

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