LA DIMENSIONE SINTATTICA

SINTATTICA

 

 

 

 

 

 

Nel precedente nostro scritto cui già si è fatto riferimento, si prendeva come punto d’inizio della nostra riflessione l’essenza linguistica dell’uomo, volendo in questo modo considerare il linguaggio come attributo essenziale, quindi necessariamente tipico della specie umana. Il linguaggio – ovviamente inteso nella maniera più ampia – è carattere necessario e sufficiente perché si possa parlare di umano.

Volendo dare ora un taglio diverso alla questione , la «competenza» linguistica è innata nell’uomo: l’uomo è competente linguisticamente grazie a quell’insieme di regole basato su facoltà che gli sono innate e che gli consentono una produzione potenzialmente illimitata di espressioni comunicative.

Eppure, intento di questo studio è dimostrare che ciò può essere accettato solo se non ci si ferma al livello privato e monologico. Parlare di competenze linguistiche, infatti, potrebbe far pensare che esse possano essere risolte in una elencazione delle loro funzionalità: procedendo a una simile elencazione, però, ci si accorge ben presto che, tra esse, non si possono trascurare aspetti normativi, come per esempio quello della sintassi, che, come tali, non possono prescindere da un confronto intersoggettivo. Consideriamo perciò fondamentale rilevare, con la categoria della competenza, la categoria dell’esecuzione: categoria impossibile da relegare alla mera applicazione delle competenze tecniche innate.

 

Si tenterà qui di procedere da questo punto – l’impossibilità di ridurre l’esecuzione a una semplice manifestazione di competenze innate già in sé compiute; se così non fosse, il linguaggio perderebbe prima di tutto in plasticità, per ridursi a una risposta rigida e simile a quella istintuale –, alla tematizzazione di un’esecuzione che, per il carattere pragmatico delle sue norme, non può essere astratta dal contesto intersoggettivo.

 

L’astrazione della competenza dall’effettiva esecuzione dell’atto linguistico era parte di un’ipotesi di lavoro avanzata dal linguista americano Chomsky, il quale sosteneva trattarsi di un «processo di astrazione», un’ipotesi metodologica fondata sulla convinzione di poter «procedere allo studio della ‘conoscenza del linguaggio’ – ciò che spesso è detta ‘competenza linguistica’ – astraendo dai problemi dell’esecuzione dello stesso linguaggio» . A una simile ipotesi di lavoro, seguiva quella più ardita di intraprendere lo studio di tutte le facoltà mentali solo mediante teorie esplicative inerenti le corrispettive competenze – attribuendo, ci pare, alla categoria della “competenza” una certa valenza trascendentale.

 

 

Ipotesi ardita, tanto più se si considera, come sopra ricordato, l’impossibilità di considerare tali competenze in maniera prettamente esplicativa; l’impossibilità, insomma, di procedere in una descrizione che scotomizzi totalmente la valenza normativa insita in alcune di queste competenze e che è rilevabile solo allorché esse vengono mette in atto. Nella fattispecie linguistica, tali concetti normativi possono essere quelle, a esempio, della validità grammaticale, o sintassi: com’è possibile costruire modelli puramente descrittivi di tali concetti normativi, con la pretesa di basarsi sulla semplice competenza innata del parlante?

 

Ciò che accade nella teoria linguistica chomskyana – denuncia Apel – è l’impasse consistente nel non riuscire a entrare in contatto con il vero linguaggio, con il suo concreto comunicativo e intersoggettivo, per la pretesa di poter formalizzare“scientificamente” il linguaggio perdendone la vera essenza, quella dello scambio vivo.

 

Un’impasse in cui, segnala a ragione Apel, Chomsky cade per l’aver trascurato la relazione entro cui il linguaggio avviene; e questo, prima ancora, per aver accantonato l’esecuzione concreta del  linguaggio, l’enunciazione viva. Pensando di poter prescindere dall’esecuzione nella relazione, però, non si riescono a spiegare quei concetti normativi che si menzionavano prima, quali, per esempio, la validità di un’enunciazione linguistica.

 

Ecco, allora, che già inevitabilmente entriamo a contatto con il fondo pragmatico che sottende anche la correttezza sintattica del discorso. Ma prima, restiamo ancora un po’ sulla critica apeliana all’ipotesi di Chomsky. Perché, in effetti, se è fondamentale rilevare come non si possa pensare all’esecuzione come a una mera espressione contingente e secondaria di una competenza innata e descrivibile “in laboratorio”, non è sufficiente nemmeno proporre come alternativa alla sola competenza linguistica chomskyana una integrazione con una competenza comunicativa, come progetta Habermas.

 

Lo stallo, infatti, è costituito proprio dal contesto monologico entro cui l’una e l’altra sembrano potersi muovere. In altri termini, la falla nel discorso chomskyano sta nel considerare i «presupposti pragmatici come mere limitazioni psicologiche della competenza»; una competenza che, allora, è chiaramente una «facoltà monologica», un sistema di «istruzioni private», con i termini di Wittgenstein.

 

 Ma, stando così la questione, non è sufficiente integrare la competenza linguistica, monologica, con una competenza comunicativa, se questa integrazione non costituisce una critica radicale al solipsismo chomskyano.

 

Ciò che Apel – ma noi con lui – intende sostenere è che, sì, è possibile, anzi doveroso integrare una competenza linguistica, prettamente grammaticale, con una competenza comunicativa; ma ciò è possibile solo se la prima non è considerata come una competenza monologica. In altri termini, se l’atto comunicativo è possibile grazie alla competenza linguistica del parlante, quest’ultima non può essere creduta una capacità privatamente coltivata dal singolo. Il rischio che si corre aggiungendo semplicemente una competenza comunicativa a una competenza linguistica, è quello di ottenere una competenza “in provetta”, ma concretamente attiva – e si noti la contraddizione di una comunicazione che non comunica, di una competenza comunicativa che è monologicamente chiusa; ma, soprattutto, si ottiene una qualche competenza non legittimata a farsi vera comunicazione, dal momento che nasce come struttura atomica e, di nuovo, monologica.

 

Notevole è, a nostro avviso, la conclusione che Apel offre di questo rapido giro di considerazioni:

 

In realtà, nemmeno nella prospettiva di Chomsky è necessario (anche se ovvio)

intendere la competenza linguistica come una capacità ‘monologica’ nel senso

criticato dall’ultimo Wittgenstein; questo perché ciò che appartiene al patrimonio

dei singoli organismi, come li intende Chomsky, non è una competenza nell’uso di

regole grammaticali, bensì solo una disposizione innata ad acquisire quella

competenza nelle condizioni del processo di socializzazione (ovvero, del gioco

linguistico).

 

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