LA MISURA CRITICA DELL’ESPERIMENTO DI NIETZSCHE

UROBURO CIRCLE

Con la sua dottrina di « questo » mondo, la cui suprema costellazione è la necessità, Nietzsche si illudeva di aver detto di sì alla casualità della propria esistenza e di aver trovato risposta alla domanda: « Sapete dunque cos’è per me il mondo?

E cosa io voglio, se voglio questo mondo? ». Il volere questo mondo in Nietzsche è condizionato criticamente dall’avversione per il retromondo metafisico del platonismo cristiano, e positivamente dalla nostalgia per quel « vecchio » mondo precedente la comparsa del cristianesimo, questa « massima sciagura » del mondo Ma è realmente riuscito, al di qua di quel retromondo, a sentirsi a casa nell’innocenza del nuovo comin- ciamento di un fanciullo cosmico greco? « O piuttosto » non ha forse « il novello Colombo » sbagliato direzione nel circumnavigare il mondo spirituale, riapprodando alla fine — solo venendo dalla parte opposta — esattamente al punto da cui la sua volontà voleva allontanarlo? Il suo mondo è dunque, ancora una volta, quel « retromondo » che si era lasciato alle spalle, che è un « nulla divino » e un « fumo colorato davanti agli occhi di un essere divinamente infelice »? Non ha forse anche Zarathustra, nel suo « progetto di un nuovo modo di vivere », gettato la sua illusione « al di là dell’uomo, come tutti gli abitatori del retromondo », per cui la sua « visione », così come quello « spettro », non gli venne dall’aldilà, bensì dalla « sua cenere e brace »?
Nel capitolo intitolato Degli abitatori del retromondo lo stesso Zarathustra spiega cosa accadde quando il suo ribrezzo creò per lui ali e forze che presagiscono le fonti. Infatti il modo in cui Nietzsche si redime dalla volontà del nulla è altrettanto assurdo dell’autoredenzione inversa, dalla volontà di vita, con tenuta nella metafisica di Schopenhauer, alla quale allude il discorso sugli abitatori del retromondo. Alla redenzione dell’uomo dal dover volere cosmico in un nulla beato corrisponde nel caso di Nietzsche la redenzione del poter-volere dell’uomo in una « beatitudine controvoglia », e il sovra-uomo, a partire dal quale egli insegna il ritorno, è un « nichilista estatico ». Nel caso dello stesso Zarathustra vale ciò che è stato detto degli abitatori del retromondo. per spiegare « ciò che accadde ».

Io superai me stesso, il sofferente, io portai la mia cenere sul monte, una fiamma più chiara inventai io per me. […]
Sofferenza era e incapacità — questo creò tutti i mondi dietro il mondo; e quella illusione breve di felicità, che solo conosce chi più di tutti soffre.
Stanchezza, che d’un sol balzo vuol attingere le ultime cose, con salto mortale: una misera ignorante stanchezza, che non vuol più nemmeno volere: essa ha creato tutti gli dèi e i mondi dietro il mondo.
[…] Era il corpo che disperava del corpo — con le dita dello spirito ingannato esso palpava le pareti ultime.
[…] Era il corpo che disperava della terra — esso ascoltava come il ventre dell’essere gli parlava.
E allora volle sfondare le pareti ultime con la testa […] per giungere al di là in « quel mondo ».
Ma « quel mondo » è ben nascosto agli occhi dell’uomo, quel mondo […] inumano, che è un nulla celeste; e il ventre dell’essere non parla affatto all’uomo, se non in quanto è esso stesso uomo.
In verità ogni « essere » è difficile da dimostrare, e con difficoltà lo si può indurre a parlare. Ditemi, fratelli, forse che la più stravagante delle cose non è anche la meglio dimostrata?
Sì, questo, io e la contraddizione e il groviglio dell’io parla ancora nel modo più onesto del proprio essere — questo io che crea, vuole, valuta ed è la misura e il valore delle cose,

quando cioè « mezzo e misura » sono andati perduti nel rapporto dell’uomo con il mondo e l’uomo è stato per così dire gettato in un mondo che non gli è più amico. Alla porta carraia di un attimo decisivo la volontà di Nietzsche si è decisa per il voler- se-stesso del mondo — con cui la sua volontà si armonizza in modo sovra-umano — contro il risentimento nei confronti dell’esistenza toccata in sorte. Dal momento che Nietzsche però non era un sovra-uomo, la redenzione avvenne nel modo che egli stesso ha così definito:
«Tutto ciò che è sovra-umano appare nell’uomo come malattia e follia». Per questo motivo può giustamente dire di se medesimo che il « suo destino » era quello d’insegnare l’eterno ritorno, questa « concezione sovra-umana del mondo ».
Nietzsche — che indossava l’abito prosaico di un borghese del XIX secolo — ci racconta che Empedocle andava in giro con una veste di porpora, con una cintura d’oro, con sandali di bronzo e una corona delfica sul capo. Circondato dal suo popolo Empedocle impazzisce e, prima di scomparire nel cratere, annuncia la verità della palingenesi; un amico muore con lui. La differenza tra questa mitica morte del filosofo e la fine di Nietzsche nella follia, durante la quale un Langbehn * si cimentò come « amico » per ridestarlo alla vita spirituale, è grande quanto quella tra Eschilo e Richard Wagner. Invece di scomparire nel cratere dell’Etna, Nietzsche fu circondato dalle pareti protettive di una stanza di malato. Ancora per dieci anni continuò a vivere vegetando, « come una nera fortezza semidistrutta, isolata sulla sua montagna, meditabonda e in profondo silenzio; in modo che gli stessi uccelli abbiano paura di quel silenzio»come ce lo raffigura un quadro di Stoeving**.
«A Forte Gonzaga, presso Messina. […] Stato di profondissima meditazione. Fatto tutto per tenermi a distanza: non legato più né da amore né da odio. Come in un’antica fortezza. Tracce di guerre; anche di terremoti. Dimenticato ».
Nietzsche- era giunto fino a questo estremo e per lui vale il principio: « L’incantesimo, che combatte per noi […] è la magia dell’estremo, la seduzione che viene esercitata da ogni cosa estrema ». A questo corrisponde nei discorsi di Zarathustra una quantità smisurata di superlativi e di « sovra »-termini: sovra-umano, sovramondo, sovra-eroe, sovra-coraggio, sovra-drago, sovra-beato, sovracompassionevole, sovra-bontà, sovra-ricchezza, sovra-tempo — che rimandano tutti al termine base di « superamento » e caratterizzano come estremismo il radicalismo nietzscheano. Le posizioni estreme non sono però « radicali » in senso letterale, ma piuttosto sradicate.
Solo il completo sradicamento poteva far credere a Nietzsche che a posizioni estreme possano « subentrare » di nuovo posizioni estreme, ma rovesciate. Nella dottrina nietzscheana mancano tutti i concetti intermedi tra l’estremo del nichilismo e l’estremo inverso dell’eterno ritorno, come anche tra il sovra-uomo e l’ultimo uomo, concetti intermedi che, secondo Schelling, sono gli unici effettivamente in grado di chiarire e spiegare . A quelle posizioni estreme appartiene anche la volontà nietzscheana di dire di sì incondizionatamente alla propria esistenza nella totalità dell’essente, e voler perfino divenire un essere che ritorna periodicamente — una pretesa di eternizzazione che prende male le misure della dimensione dell’essere mortale.
Quale amico dei Greci, Nietzsche sapeva però anche che alla lunga non si dimostrano più forti coloro che esagerano fino all’estremo, bensì « i più moderati », che non « hanno bisogno » di dogmi estremi, perché sono sicuri della loro potenza u, — e questo vale anche per quanto concerne il possibile superamento dell’uomo

Trovare la misura e il mezzo nella tensione ad andar oltre l’umanità: si deve trovare il tipo supremo e più energico di uomo! Rappresentare nel piccolo costantemente la tendenza suprema: — perfezione, maturità, […] salute, una tenue diffusione di potenza. Lavorare come un artista alla propria attività quotidiana, perfezionarci in ogni lavoro .

Misura e mezzo è tuttavia proprio ciò che manca radicalmente al tentativo nietzscheano di superare l’uomo. Troppo tardi Strindberg gli inviò l’ammonimento oraziano:

« Rectius vives, Licini, neque altum
Semper urgendo, neque dum procellos
Cautus horrescis, nimium premendo
Litus iniquum »
Interdum iuvat insanire! Vale et Fave!

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