LA NULLITÀ DI TUTTE LE COSE

DIVENENDO

Abbiamo così cercato non soltanto di inquadrare il concetto del nulla ma anche di capire il rapporto che lega Leopardi al nichilismo passando attraverso la critica di autori attuali quali Severino e Givone che ne hanno ampiamente discusso. Il testo che abbiamo fin qui preso in maggior considerazione è stato lo Zibaldone per il cui tramite siamo riusciti a vedere, almeno in parte e per l’argomento in questione, gli aspetti filosofici e filologici dell’autore, ma sappiamo bene che Leopardi è stato sommamente poeta e non possiamo quindi trascendere la nostra analisi dalle sue produzioni poetico-letterarie.

In esse, come nello Zibaldone, il tema della nullità di tutte le cose è fortemente sentito ed idillicamente espresso ma prima di addentrarci nel dettaglio di alcune delle sue opere cerchiamo di dare, per inquadramento generale, una suddivisione di esse in base ai periodi e ai temi trattati.
Nato nel 1798, il giovane Giacomo inizia già nel 1807 gli studi con i fratelli Carlo e Paolina, iniziando nel 1811 a comporre due tragedie, La virtù indiana (1811) e Pompeo in Egitto (1812), oltre a piccoli componimenti poetici e Storia dell’astronomia (1813) e Saggio sopra gli errori popolari degli antichi (1815), opere che per lo più davano sfogo alla sua erudizione coltivata in quei primi sette anni di “studio matto e disperatissimo” rovinandosi per sempre la salute.
“perché in somma io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo in quel tempo che mi s’andava formando e mi si doveva assodare la complessione. E mi sono rovinato infelicemente e senza rimedio per tutta la vita, e rendutomi l’aspetto miserabile, e dispregevolissima tutta quella gran parte dell’uomo, che è la sola a cui guardino i più; e coi più bisogna conversare il questo mondo”.
Tra il 1813 e il 1816 inizia da solo lo studio del greco, si dedica alle ricerche erudite e a varie indagini filologiche sorprendentemente rigorose e precise. Formatosi, almeno in quella fase, prevalentemente nella biblioteca paterna, ricchissima di classici e mancante di moderni, si dedica alla traduzione dei classici, dapprima i minori, poi passando all’Odissea, all’Eneide, alla Titanomachia e si accorse che le traduzioni gli riuscivano tanto meglio quanto più l’originale sapeva prenderlo emotivamente per la sua bellezza estetica.

“Perché quando ho letto qualche Classico, la mia mente tumultua e si confonde. Allora prendo a tradurre il meglio, e quelle bellezze per necessità esaminate e rimenate a una a una, piglian posto nella mia mente, e l’arricchiscono e mi lasciano in pace”.

Nel 1816 ebbe luogo la conversione letteraria (la prime delle due conversioni leopardiane), ovvero la scoperta di una sensibilità poetica maturata quasi miracolosamente nella totale solitudine, isolato da qualsiasi contatto col mondo e con gli intellettuali del tempo, recluso nelle mura domestiche tra la rigida educazione familiare e l’arretratezza culturale dell’ambiente recanatese.
“Le circostanze mi avevan dato allo studio delle lingue, e della filologia antica. Ciò formava tutto il mio gusto: io disprezzava quindi la poesia. Certo non mancava d’immaginazione, ma non credetti d’esser poeta, se non dopo letti parecchi poeti greci. (Il mio passaggio però dall’erudizione al bello non fu subitaneo, ma gradato, cioè cominciando a notar negli antichi e negli studi miei qualche cosa più di prima ec. Così il passaggio dalla poesia alla prosa, dalle lettere alla filosofia. Sempre assuefazione.) Io non mancava nè d’entusiasmo nè di fecondità, nè di forza d’animo, nè di passione; ma non credetti d’essere eloquente, se non dopo letto Cicerone. Dedito tutto e con sommo gusto alla bella letteratura, io disprezzava ed odiava la filosofia. I pensieri di cui il nostro tempo è così vago, mi annoiavano. Secondo i soliti pregiudizi, io credeva d’esser nato per le lettere, l’immaginazione, il sentimento, e che mi fosse al tutto impossibile l’applicarmi alla facoltà tutta contraria a queste, cioè alla ragione, alla filosofia, alla matematica delle astrazioni, e il riuscirvi. Io non mancava della capacità di riflettere, di attendere, di paragonare, di ragionare, di combinare, della profondità ec. Ma non credetti di esser filosofo se non dopo lette alcune opere di Mad. di Staël”.
Fu colto da un’ansia implacabile di evasione, dalla necessità di vivere non di lettura ma di passioni vere, brucianti, reali; stati d’animo questi che troviamo documentati in Diario del primo amore, Elegia I (poi intitolata Il primo amore) ed Elegia II. Non potendo ancora rompere con la costrizione dell’ambiente tenta almeno di rompere gli schemi classici letterari andando alla ricerca di uno stile tutto suo, di una espressione immediata dei propri sentimenti, inconfondibilmente leopardiana. Giungiamo così all’anno 1817, anno in cui inizia la stesura dello Zibaldone e che si concluderà alla fine del 1832. (La stesura del manoscritto, questa sorta di diario mentale, non ebbe sempre la stessa intensità. Dal ‘17 al ‘19 si contano solo un centinaio di pagine, soltanto dal 20 gennaio 1820 incomincia ad inserire la data di ciascun pensiero, e soltanto nel 1827 cercò di dargli un ordine costruendo l’Indice del mio Zibaldone.
La stesura più cospicua dal ‘20 al ‘29 ma anche qui con notevoli arresti e riprese, e soltanto due pagine dal ‘30 al ‘32). Nel ‘18 la delusione iniziò ad essere ben più vasta di quella puramente sentimentale o estesa al suo limitato ambiente e si allargò fino a diventare vera e propria delusione per la situazione storica e politica italiana (di questo periodo ad esempio Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica e All’Italia).
La crisi raggiunge il suo apice nel ‘19, anno in cui Leopardi tenterà una fallimentare fuga da Recanati (che dopo una fugace speranza di ribellione lo fece ripiombare nel baratro di sconforto della sua gabbia) in cui oltre alle sofferenze sentimentali ed intellettuali si aggravarono anche quelle fisiche e la grave malattia agli occhi che lo tormentava lo rendeva incapace anche di leggere dovendo così ricorrere all’aiuto dei suoi cari che leggevano per lui permettendogli così di non arrestare i suoi studi, che comunque venivano inevitabilmente rallentati.

“Sono così stordito del niente che mi circonda, che non so come abbia la forza di prender la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere, né muovermi altro che per forza dal luogo dove mi trovassi”.

In questo orizzonte gli apparve, con lucido sgomento, lo scenario del nulla e divenne, nel 1819, filosofo di professione, ebbe cioè la conversione filosofica.
“La mutazione totale in me, e il passaggio dallo stato antico al moderno, seguì si può dire dentro un anno, cioè nel 1819. dove privato dell’uso della vista, e della continua distrazione dalla lettura, cominciai a sentire la mia infelicità in un modo assai più tenebroso, cominciai ad abbandonar la speranza, a riflettere profondamente sopra le cose […], a divenir filosofo di professione (di poeta ch’io era), e a sentire l’infelicità certa del mondo, in luogo di conoscerla, e questo anche per uno stato di languore corporale, che tanto più mi allontanava dagli antichi e mi avvicinava ai moderni. […]

Ed io infatti non divenni sentimentale, se non quando perduta la fantasia divenni insensibile alla natura, e tutto dedito alla ragione e al vero, insomma filosofo”.
Divenuto filosofo e constatato il nulla universale ed eterno, la poesia nasce paradossalmente dal decreto della sua morte. Morta la poesia, nasce la vera poesia leopardiana, nascono i cinque idilli: L’infinito (primavera-autunno 1819), La sera del dì di festa (primavera 1820), Alla luna (1819), Il sogno (1820-21), La vita solitaria (estate-autunno 1821). I sei anni successivi, quelli tra il 1822 e il 1828, furono gli anni del silenzio della poesia, con le sole eccezioni della canzone Alla sua donna (settembre 1823) e l’epistola Al conte Carlo Pepoli (marzo 1826). Questi anni di silenzio furono tuttavia gli anni delle vive esperienze fuori dal “natio borgo selvaggio”. Nel ’22 infatti soggiornò a Roma presso lo zio Carlo Antici, anche se il soggiorno romano, fatta eccezione per la commovente visita all’umile tomba del Tasso, fu un’esperienza deludente sia per la città che per l’ambiente che vi trovò. Tornato quindi a
Recanati nel ’23 vi rimase solo fino al ’25 (nel cui intervallo si dedicò alla stesura delle Operette morali). Fu poi la volta di Milano, grazie all’editore Antonio Fortunato Stella che gli propose di curare un’edizione delle opere di Cicerone, poi fu a Bologna (dove strinse amicizia con Carlo Pepoli), a Firenze (dove frequentò il Gabinetto di Vieusseux e il gruppo dei liberali dell’ “Antologia”) e a Pisa, che fra tutti, fu il soggiorno più salutare e gradevole.

“Sono rimasto incantato di Pisa per il clima: se dura così, sarà una beatitudine. […] L’aspetto di Pisa mi piace assai più di quel di Firenze. Questo lung’Arno è uno spettacolo così bello, così ampio, così magnifico, così gaio, così ridente, che innamora: non ho veduto niente di simile né a Firenze né a Milano né a Roma; e veramente non so se in tutta l’Europa si trovino molte vedute di questa sorta. Vi si passeggia poi l’inverno di gran piacere, perché v’è quasi sempre un’aria di primavera: sicché in certe ore del giorno quella contrada è piena di mondo, piena di carrozze e di pedoni: vi si sentono parlare dieci o venti lingue, vi brilla un sole bellissimo tra le dorature dei caffè, delle botteghe piene di galanterie, e nelle invetriate dei palazzi e delle case, tutte di bella l’architettura. Nel resto poi, Pisa è un misto di città grande e di città piccola, di cittadino e di villereccio, un misto così romantico, che non
ho mai veduto altrettanto”.

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