LA PAROLA DEL DIVENIRE

MITODIVEN

Nietzsche rileva come il problema fondamentale che assilla la grecità arcaica sia invece quello di riuscire a spiegare cause e modalità del divenire, dell’instabilità del movimento cosmico che tanto preoccupa gli uomini per la sua imprevedibilità, le trasformazioni che apporta alla vita, al mondo, alle persone, nella enigmatica alternanza di vita e morte, crescita e diminuzione, alternanza di giorno e notte, stagioni, fenomeni atmosferici e esistenziali.

L’ansia di spiegazione accomuna in questo senso, come già rilevava Aristotele nel libro A della Metafisica, filosofia e mito, appaiati nell’esigenza di dar conto di come le cose avvengano, da dove traggano origine e, eventualmente, in quale direzione vadano. Aristotele reputa però la filosofia un superamento del mito per le modalità di spiegazione che essa utilizza, procedendo secondo ragione, cioè con un rigore dimostrativo di cui il mito difetta. Nietzsche identifica invece il mito come risposta artistica al sacro orrore che le incontrollabili trasformazioni della natura nel suo insieme e nei suoi individui suscitano negli uomini, preferibile, grazie alla sua poliedricità creativa, al rigido schematismo logico della filosofia e della scienza. 

Per dare corpo alla sua teoria, Nietzsche plasma i concetti del suo filosofare nel materiale mitico della grecità, attribuendo loro il nome di Apollo e Dioniso.

Quest’ultima, in particolare, è la figura mitica per eccellenza della filosofia di Nietzsche, il dio con cui il filosofo, nel delirio della follia che lo condurrà alla morte, si identifica. Il filosofare attraverso figure mitiche, e più in generale attraverso il racconto, non caratterizza solo la Nascita della tragedia, ma tutta la riflessione niciana, culminando nel Così parlò Zarathustra, là dove i concetti portanti del superuomo e dell’eterno ritorno, ma anche la denuncia della decadenza contemporanea, la falsità dei valori correnti, la morte di Dio diventano figure di un racconto con uno stile a metà tra il romanzo di formazione e la predicazione evangelica, di rara potenza immaginifica. 

Nelle pagine della Nascita della tragedia, Nietzsche presenta quest’ultima, nella sua versione eschilea e sofoclea, come il prodotto artistico che esprime l’apice della civiltà greca, svalutando in modo esplicito la produzione successiva, in particolare quella euripidea, inquinata dal nefasto influsso della riflessione socratica.

 

Nietzsche esplicitamente segnala che ciò che provoca la fine (per suicidio, cioè per opera di un tragediografo, Euripide) della tragedia è proprio il venir meno del mito.
Euripide viene infatti accusato di aver tradito l’autentico spirito tragico: il dramma non aveva lo scopo di pacificare gli animi e dare soluzione alle vicende narrate, né tanto meno di far salire sul palco, come personaggi, gli uomini comuni, i borghesi ateniesi, ma aveva il compito di mantenere alta la tensione drammatica, di radicare la convinzione nella complessità e parziale inspiegabilità delle trasformazioni cosmiche, di confermare la precarietà umana, di dare un nome alla sofferenza e al dolore, non di far credere che essi non esistessero o fossero sempre e comunque risolvibili per via razionale. In questo senso, la tragedia di Euripide sarebbe solo un riflesso dell’ottimismo teoretico di Socrate, cioè della convinzione di quest’ultimo e di tutta la riflessione filosofica che l’ha seguito, della capacità umana di comprensione esaustiva, e conseguente controllo, delle dinamiche cosmiche. Ma, agli occhi di Nietzsche, questo ottimismo corrisponde solo a un abbaglio che acceca lo sguardo sincero e gagliardo del vero filosofo, partecipe invece dello spirito mitico delle origini. 
Che cosa rappresenterebbe infatti il mito? Esso è innanzitutto parola: conferisce un nome, un senso, agli eventi cui l’uomo si trova ad assistere e partecipare. La parola, dando nome alle cose, è in sé cosmopoietica, costruisce un ordine, arreda un mondo le cui componenti e la cui struttura ricevono grazie a essa un significato. Il mito spiega l’azione mediante il canto, la parola poetica, il racconto, corrispondendo a un’esigenza di mettere ordine. Di mettere ordine in che cosa? In quello che Nietzsche, nell’Inattuale sulla storia, definisce “il selvaggio fiume del divenire”. Ecco allora entrare in scena Dioniso e Apollo. 

 

(Visited 79 times, 1 visits today)