LA PAROLA RETORICA

RETORICO UMAN

 

 

 

 

 

 

Il valore filosofico che la retorica assume nel pensiero giovanile nietzschiano può essere senz’altro approfondito da una lettura delle lezioni di retorica del semestre estivo.

Fin dalle prime battute Nietzsche tenta di chiarire la differenza tra la concezione classica della retorica e la ricezione che ne ha la cultura moderna. La retorica classica nasce all’interno di società che presentano ancora forti legami con forme proprie della tradizione orale.

“[…] la retorica sorge all’interno di un popolo che ancora vive entro immagini mitiche”.

 

In una cultura ad “oralità primaria”apprendimento e conoscenza avvengono tramite un’interazione diretta ed empatica tra il parlante e l’ascoltatore: nella Grecia antica il poeta, in quanto educatore, attinge ad un patrimonio di miti e credenze condivise per trasmettere conoscenze sulle quali la società si orienta.

 

I miti sono impiegati per un’ “istruzione non scientifica” e quindi si articolano entro lo stesso contenuto di verosimile pertinente alla pratica oratoria.

L’oratore ha il compito “politico” di persuadere (peithein), di indirizzare ad un’opinione (doxa), di coinvolgere gli ascoltatori. Il retorico ed il mitico sono reciprocamente legati dal fine comune di persuadere, e da un analogo legame con la forma della rappresentazione (le immagini mitiche).

 

“[…] il mito ha il probabile per contenuto: quindi non ha il compito di istruire, ma di ispirare una doxa agli uditori, quindi di peithein. I miti appartengono al pancale paidia: le composizioni retoriche come anche quelle scritte sono concepite soltanto per il piacere. La verità non può essere articolata né nella forma scritta, né in quella retorica. Il mitico ed il retorico sono impiegati quando la brevità del tempo non permette alcuna istruzione scientifica”.

 

Nell’interpretazione moderna l’elemento retorico, riferito soprattutto alla letteratura classica (più che alla Retorica in senso stretto), è l’artificioso, il non naturale, con inferenza dispregiativa. Tale giudizio nasconde l’effettiva distanza della modernità dalla fruizione della parola orale e dagli elementi miticiancora presenti nella prosa classica.

L’uomo moderno presentato da Nietzsche sembra non essere direttamente in rapporto con elementi che possano ricondurlo ad una riflessione critica sul linguaggio. Nella sua ricezione il linguaggio ha l’habitus logico e concettuale, e la cultura scritta entro cui si è formato non offre immediatamente spunti di approfondimento genealogico su linguaggio, perché si definisce proprio attraverso il processo di astrazione dagli elementi linguistici originari.

Il moderno fruitore di letteratura è prima di tutto un lettore, il classico un ascoltatore. Il rapporto di differenza tra parola scritta e parola orale, tra una cultura che generalmente astrae dagli elementi originari del linguaggio, ed una cultura che li frequenta, definisce un nodo fondamentale della riflessione critica sul linguaggio elaborata dal primo Nietzsche. Ripensare la “classicità” in termini linguistici significa riflettere sul grado di “naturalizzazione” dell’uomo moderno al linguaggio del concetto (dove il concetto è assunto, appunto, come suo fondamento).

 “In genere tutta la letteratura antica appare, a noi che non siamo affatto dei raffinati empirici della lingua, come qualcosa di artificioso e di retorico […]. In effetti ciò ha la sua ragione più profonda anche nel fatto che la vera e propria prosa dell’antichità è senz’altro un’eco del discorso pubblico ad alta voce e si è sviluppata sulle sue leggi: mentre la nostra prosa si chiarifica sempre di più a partire dallo scrivere, la nostra stilistica si presta ad essere percepita attraverso il leggere”.

 

I testi di prosa e retorica greca sono concepiti “per l’istante” e per “i presenti ascoltatori ed uditori”; “suonano per le loro orecchie […] non sono segni per concetti ed insegnamenti.

È importante evidenziare la connessione del retorico con il mitico e con la parola orale perché è attraverso tale riflessione che Nietzsche può approfondire il valore filosofico della retorica, ed aggiungere elementi che confermano le posizioni della teoria critica del linguaggio. La parola orale, che presiede alle forme classiche della comunicazione, riporta, più che la parola scritta, ad una concezione critica del linguaggio poiché ne sottolinea l’origine artificiale, artistica e certamente non concettuale. Il movimento di costruzione del linguaggio non si origina nel concetto, quest’ultimo viene codificato successivamente a partire da riferimenti tutt’altro che razionali.

 

IL SENSO FIGURATO DELLA PAROLA

 

Ripercorrendo i passaggi linguistici per cui la sensazione (die Empfindung) evocata da uno stimolo nervoso viene rielaborata in immagine –suono: parola66, Nietzsche conclude:

 

“In luogo delle cose la sensazione registra soltanto un segno. Questo è il primo punto di vista: il linguaggio è Retorica, perché vuole trasmettere soltanto  una doxa, nessuna episteme”.

 

Il valore filosofico della retorica, che entro altri termini già Aristotele aveva rintracciato68, viene linguisticamente ridefinito da Nietzsche. “La retorica è un perfezionamento dei mezzi artistici presenti nel linguaggio”.

 

Il linguaggio si struttura a partire da un’ “impressione” che riceviamo dal-l’esperienza con le cose, così come la retorica opera sulle impressioni per poter davvero persuadere l’ascoltatore.

“[…] il linguaggio non esprime mai qualcosa completamente, ma rileva soltanto una caratteristica che gli appare impressionante”.

 

Le impressioni, che riassumono soltanto alcune caratteristiche delle cose e che quindi definiscono la relazione individuale del soggetto con esse, vengono rielaborate come rappresentazioni linguistiche secondo un movimento analogo a quello che struttura le figure retoriche.

Ecco perché tutte le parole sono in se stesse ed originariamente dei tropi. “[…] i tropi non sono aggiunti alle parole di quando in quando, ma costituiscono la loro propria natura. Di un ‘significato proprio’, che sarebbe trasmesso solo in casi speciali, non si può affatto parlare”.

Il linguaggio si compone di designazioni figurate che l’uso rende proprie.

Questo è un punto fondamentale della teoria critica del linguaggio: il discriminante tra “senso proprio” e “senso figurato” si definisce semplicemente dall’uso sociale e culturale che il linguaggio riceve. Essenzialmente il senso proprio delle designazioni linguistiche non si dà e soprattutto non ne è all’origine; piuttosto si impone culturalmente attraverso l’uso.

 

“Tra parole proprie e tropi c’è una differenza così irrilevante come tra discorso vero e proprio e le cosiddette figure retoriche. […] Una figura che non trova alcun sostenitore diviene un errore, un errore accettato da un qualche usus diviene una figura”.

 

La Retorica, che come arte è il “perfezionamento” del linguaggio, è il saper bilanciare il “caratteristico” all’ “ornamentale”, mantenendo un equilibrio tra la sfera morale e quella estetica. Essa, dunque, si serve dello stesso movimento che regola, attraverso l’uso, il processo di evoluzione del linguaggio. In questo senso la retorica utilizza “l’arte dello scambio” (“die Kunst der Vertauschung”) che è il moto generativo del linguaggio, infrangendo il senso proprio e tipico delle designazioni (che rientra nella sfera dell’immaginario collettivo e dell’uso comune) ed aumentando l’effetto persuasivo attraverso l’utilizzazione delle figure retoriche e dell’ornamentale.

 

Nietzsche, così, sembra voler definire due livelli linguistici: quello retorico, cioè metaforico ed “originario”, e quello convenuto, cioè socialmente ritenuto proprio, adeguato. Quest’ultimo costituisce il terreno culturale entro il quale si disperde la possibilità critica di riconoscere la mancata corrispondenza tra parola e cosa e si prende l’abitudine di credere alla fondatezza ontologica del linguaggio ed al senso proprio delle designazioni. Ma la differenza tra i due livelli linguistici non è reale. Tutte le designazioni sono originariamente figure retoriche (trasposizioni, scambi) di cui si è dimenticata la natura metaforica, cristallizzata dal senso proprio che l’uso definisce.

 

Riutilizzando una citazione di Jean Paul che trovava nel testo di Gerber Nietzsche si riferisce alla metafora per il parlare come all’ideogramma per lo scrivere. Entrambi sono all’origine della scrittura alfabetica e dell’espressione vera e propria successivamente prodottesi.

 

La continua metamorfosi del linguaggio, dovuta alla natura “generativa” del tropo (il gioco di trasposizione e di creazione di nuovi significati condotto dallefigure retoriche della metafora, della metonimia e della sineddoche) è accompagnata da un processo di deposizione linguistica di significati convenzionalmente riconosciuti come propri, tra cui i concetti.

 

Senso proprio e concetto non sono i determinanti ma le astrazioni successive del figurato e della rappresentazione “metaforica” della cosa. Esattamente al contrario la conoscenza filosofica razionale si è fondata sull’assunto che il senso proprio ed il concetto fossero all’origine delle cose. Si tratta di uno scambio dell’effetto per la causa che Nietzsche identifica nella definizione linguistica di metonimia. I concetti, che conseguono semplicemente da un’esperienza linguistica anteriore fondata sulla percezione e sull’impressione, sono invece assunti come l’intrinseca essenza delle cose.

 

Lo scambio dell’effetto per la causa, che può essere smascherato dalla ricerca genealogica del linguaggio, conduce Nietzsche a rintracciare nella teoria filosofica di Platone il completo scambio dell’effetto per la causa.

“Molto istruttivo il passaggio della eide nella ideai, in Platone: qui la metonimia, lo scambio della causa e dell’effetto è totale”.

L’eide, la forma di ciò di cui si ha esperienza, è la copia della sua forma ideale: l’ ideai.

Vedremo come “l’idea platonica” sia alla base di una concezione linguistica di cui Nietzsche tenta una revisione critica.

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