LA REALTÀ DEL MONDO ESTERNO

EGOALTER

 

 

 

 

 

Nel I libro del Mondo, Schopenhauer affronta direttamente il problema dell’esistenza del mondo esterno, che e esattamente il problema che, come si e detto, il solipsista solleva. Schopenhauer stesso, nella citazione iniziale tratta dal II libro, scrive che della questione circa la realtà del mondo esterno si e già trattato nel libro precedente.

 

Ancora una volta, qui, per ≪realtà≫ del mondo esterno si intende il possesso, da parte di quest’ultimo, di un essere in se, indipendente dal proprio essere rappresentato in e da chicchessia. Si e appena visto che il solipsista può sostenere (o ipotizzare) che tutto sia soltanto sua rappresentazione, solo in quanto presuppone l°esistenza di qualcosa che non sia sua rappresentazione, cioè che non sia oggetto per un soggetto. In questo luogo della sua opera, che e necessario analizzare, Schopenhauer, per dimostrare l°illegittimità della posizione di quel problema, rileva appunto che essa viola il principio di inseparabilità e interdipendenza di soggetto e oggetto; cioè i tre argomenti, in cui tale dimostrazione si può suddividere, hanno come fondamento comune la rivendicazione dell’ inviolabilità di quel principio.

 

Cominciamo ad analizzare il primo argomento contro la legittimità della questione intorno alla realta del mondo esterno.

 

Ma ci si guardi dal cadere nel grande equivoco di pensare che, poiché

l’ intuizione e mediata dalla conoscenza della causalità, per questo il

rapporto di causa ed effetto sussista fra oggetto e soggetto, giacche esso ha luogo sempre e solo tra oggetto immediato e oggetto mediato, dunque

sempre e solo fra oggetti. Appunto su quel falso presupposto poggia la

stolta controversia circa la realtà del mondo esterno, in cui si fronteggiano

dogmatismo e scetticismo, e quello si presenta ora come realismo ora

come idealismo. Il realismo pone l’ oggetto come causa, e l’effetto di essa

nel soggetto. L’ idealismo fichtiano fa dell°oggetto un effetto del soggetto.

Ora pero, poichè fra soggetto e oggetto, cosa che non potrà mai essere

inculcata abbastanza, non ha luogo nessun rapporto secondo il principio di

ragione, cosi anche ne l’una ne l’altra delle due affermazioni si e mai

potuta dimostrare, e lo scetticismo ha fatto su entrambe assalti vittoriosi.

Al modo cioè che la legge di causalità precede già, come condizione,

l’intuizione e l’esperienza, e quindi non può essere appresa da queste

(come opinava Hume), cosi oggetto e soggetto precedono, già come

condizione prima, ogni conoscenza, e quindi anche il principio di ragione

in genere, essendo esso soltanto la forma di ogni oggetto, la maniera e

guisa generale del suo apparire;

 

ma l’ oggetto presuppone sempre già il

soggetto: fra questo e quello non può esservi dunque alcun rapporto di

causa ed effetto. Il mio trattato sul principio di ragione deve […] mostrare

il contenuto di quel principio come la forma essenziale di ogni oggetto

[…]. In quanto tale, pero, l’oggetto presuppone sempre il soggetto come

suo correlato necessario; quest’ ultimo rimane quindi sempre fuori dal

principio dal ragione. La controversia circa la realtà del mondo esterno si

basa appunto su quella falsa estensione dal principio di ragione anche al

soggetto, e partendo da quest’equivoco, essa non ha mai potuto capire se

stessa

 

 

Schopenhauer scrive che, sulla questione circa la realtà del mondo esterno, si fronteggiano dogmatismo e scetticismo; e, all’interno del dogmatismo, idealismo e realismo. In questo ragionamento, egli confuta entrambe le sezioni del dogmatismo, rilevando che esse applicano illegittimamente il principio di ragione, nella forma della causalità, al di la del suo proprio dominio, costituito dagli oggetti empirici: esse infatti lo applicano (ciascuna in senso opposto rispetto all’ altra) su ciò che e invece la condizione di possibilità di qualsiasi empiria, cioè su soggetto e oggetto. Allo stesso modo che la causalità precede ogni esperienza come sua condizione di possibilità, cosi la contrapposizione soggetto-oggetto precede il costituirsi di qualsiasi oggetto, dunque anche lo stesso principio di ragione, che e appunto ≪la forma di ogni oggetto≫; e, d’altra parte, la causalità e una delle quattro forme del principio di ragione. Spiegare il rapporto tra soggetto e oggetto attraverso il principio di causalità, equivarrebbe dunque a spiegare la causalità attraverso l’esperienza, ≪come opinava Hume≫: ossia a invertire il rapporto tra condizione di possibilità e condizionato.

 

 

Nel § 1 Schopenhauer e a questo proposito molto chiaro:

 

 

 

Se qualche verità può essere espressa a priori, e proprio questa [≪Il

mondo e la mia rappresentazione≫], giacche essa e l’enunciazione di

quella forma di ogni esperienza possibile e immaginabile, che e più

generale di tutte le altre, come tempo, spazio e causalità; tutte queste,

infatti, presuppongono appunto già quella, e se ciascuna di queste forme,

che noi abbiamo tutte riconosciute come altrettante configurazioni

particolari del principio di ragione, vale solo per una specifica classe di

rappresentazioni, per contro la divisione in soggetto e oggetto e la forma

comune di tutte quelle classi.

 

 

Schopenhauer ripete più volte che soggetto e oggetto sono inseparabili, mentre entrambe le posizioni dogmatiche realismo e idealismo tendono ad isolarli l’uno dall’ altro. Tuttavia egli non spiega chiaramente quale sia il rapporto tra l’imprescindibilità della dicotomia soggetto-oggetto, e l’illegittimità  dell’applicazione del principio di ragion sufficiente a tale dicotomia; in che senso, cioè , spiegare la dicotomia attraverso l’applicazione del principio di ragione equivalga a violare l’  inseparabilità dei suoi termini. Non si capisce bene se si tratti di due argomenti distinti o di uno solo.

 

 

Per definire tale punto e necessario prima di tutto considerare che l’ ≪oggetto≫, cui Schopenhauer si riferisce scrivendo che il principio di ragione e la ≪forma di ogni oggetto≫, non e l’ oggetto in senso stretto, cioè in quanto interno alla dicotomia soggetto-oggetto, poichè in questo caso non avrebbe alcun senso scrivere che la forma di ogni oggetto presuppone la dicotomia soggetto-oggetto; si dovrebbe scrivere piuttosto che essa presuppone un soggetto che gli stia di contro. In questo caso, ≪oggetto≫ e usato quindi in senso lato: esso denota l’idea di una conoscenza possibile, sicchè  Schopenhauer, riferendosi al principio di ragione, intende evidentemente, con ≪forma di ogni oggetto≫, ≪forma di ogni conoscenza possibile≫. Un indizio di ciò si può trovare, nel testo, nel ≪quindi≫ che lega ≪ogni conoscenza≫ a ≪principio di ragione in genere≫, e che lascia intendere che le due

espressioni siano equivalenti.

 

Ora spiegare la dicotomia soggetto-oggetto attraverso ilprincipio di ragione (la forma di ogni conoscenza) equivale a conferire autonomia al secondo rispetto alla prima, ossia a ritenere possibile una conoscenza che non presupponga già la dicotomia soggetto-oggetto. Si capisce bene allora che, non potendosi dare il caso di una conoscenza senza ne soggetto ne oggetto, ciò significa ammettere la possibilità di una conoscenza con il solo oggetto, che da questo ricavi il soggetto, oppure una conoscenza con il solo soggetto, che da questo ricavi l’ oggetto (≪il realismo pone l ’ oggetto come causa, e l’ effetto di essa nel soggetto.

 

L’idealismo fichtiano fa dell’  oggetto un effetto del soggetto≫); laddove, per il Nostro, i due termini sono sempre imprescindibilmente uniti in quanto reciprocamente dipendenti. Dedurre in generale, attraverso una qualche forma del principio di ragione, uno qualsiasi dei due termini dall’  altro, e precisamente pensare che il secondo sia indipendente dal primo. Nella prima edizione della Dissertazione del 1813 Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, in un paragrafo intitolato ≪Abuso della legge di causalità≫, e scritto:

 

La relazione tra soggetto e oggetto e cosi necessaria che entrambi non

sono pensabili al di fuori di essa. Ma la conoscenza della legge in base

alla quale questa relazione sussiste non e possibile, in quanto ogni

conoscenza, riferendosi a oggetti, presuppone già tale relazione ed e

quindi possibile solo entro di essa. Chi invece applica al soggetto le leggi

che valgono per il mondo degli oggetti, ossia le leggi della sensibilità e

dell’  intelletto, che Kant ha dimostrato essere conosciute da noi a priori, fa

di esse un uso trascendente […].

 

 

In quel testo si fa poi l’ identica classificazione del realismo e dell’ idealismo. Tornando al Mondo, Schopenhauer scrive che ≪oggetto e soggetto precedono, come condizione prima, ogni conoscenza, quindi anche il principio di ragione in genere≫, e subito dopo che ≪l’oggetto presuppone sempre già il soggetto≫; ma non esplicita l’identità di queste due considerazioni, identità che deriva dall’ essere, il principio di ragione, la forma generalissima di ogni oggetto in quanto tale, ossia di ogni conoscere.

Dire quindi che il principio di ragione – all’ interno del quale soltanto ogni conoscenza e per Schopenhauer possibile – presuppone in ogni sua applicazione la dicotomia soggetto-oggetto, e perciò non può spiegarla, e lo stesso che dire che ogni oggetto e oggetto-per-un-soggetto e ogni soggetto e soggetto-verso-un-oggetto.

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