LA SELEZIONE DEGLI UOMINI

SELETTIVO

 

 

 

 

 

 

 

In una fase in cui la soggettività rischia di disperdersi in tanti io che si ignorano a vicenda, la maggior parte degli uomini sente di essere semplicemente ospite della vita, di non saperle dire di sì. La dottrina dell’eterno ritorno di tutte le cose è anche la soluzione al problema di trovare un soggetto che sia una “repubblica”, rifiutando tanto la “monarchia” di un io, quanto la democrazia egualitaria di molteplici io con lo stesso basso livello di vis existendi.

Pur essendo la “più scientifica”, in quanto poggia sulle più recenti conquiste del pensiero contemporaneo, l’idea dell’eterno ritorno è, per certi aspetti, la meno dimostrabile, perché riguarda un valore da istituire mediante una decisione suprema. Eppure, anche se si trattasse del semplice pensiero di una possibilità o se, addirittura, questo pensiero fosse falso, una volta assimilato, una volta che avesse impresso sulla vita l’immagine dell’eternità, esso sarebbe in grado di dare agli eventi un senso diverso, di plasmare le convinzioni o le azioni di ciascuno: “Se assimili il pensiero dei pensieri, ti trasformerai.

 

Se per ogni tua azione ti domandi: ‘È ciò che io voglio fare infinite volte?’ – questa domanda è il più grave fardello”. Dopo essere stato accolto dalla “plebaglia”, questo pensiero guadagnerebbe “a sé per ultimi gli uomini supremi”, producendo nel tempo effetti sconvolgenti,analoghi a quelli scaturiti dalla fede cristiana nell’inferno e nel paradiso. Volere l’eterno ritorno significa, infatti, determinare il corso della propria vita, così come accade nel cristianesimo, dove la prospettiva della dannazione o della salvezza eterne orientano ancora i comportamenti effettivi in questo mondo.

La differenza tra la fede cristiana nell’aldilà e la decisione anticristiana di sopportare lo spostamento del centro di gravità dal paradiso o dall’inferno all’eterno ritorno terreno è dovuta alla convinzione che quest’ultimo sviluppa maggiormente la vita (anche se, per certi aspetti, rappresenta una condanna), mentre il cristianesimo la deprime. Esso rinvia, infatti al miraggio di un aldilà che porta alla rassegnazione e alla repressione degli istinti e delle aspirazioni rivolte a questo monde (atteggiamento riscontrato anche nell’imperatore stoico Marce Aurelio, che credeva di conquistarsi la serenità dell’animo disprezzando gli impulsi, i desideri del corpo e i lussi e gli onori della sua condizione).

In quanto esseri viventi, corpi che si corrompono, animali che nascono e muoiono, agli uomini non spetta certo l’eternità in senso cristiano. Il pensiero dell’eterne ritorno permette tuttavia ad alcuni di loro di riconquistare l’eternità nel senso dei classici, in quanto “vita” e “pienezza di vita”, che prescinde dalla durata nel tempo ed è, anzi, sperimentabile nell’attimo in cui si rivela la compiutezza del mondo, “nell’ora del perfetto meriggio” in cui si cade nel “pozzo dell’eternità”, nel tempo del rischiaramento, quando “il sole della conoscenza” è allo zenit, quando ciascuno è chiamato a decidere una volta per sempre.

Se l’aspirazione più alta degli spiriti liberi è quella di sopportare l’eternità dei propri atti e dei propri pensieri, il credere all’eterno ritorno ripropone il dilemma che, da Agostino in poi, ha tormentato il cristianesimo: se Dio ha deciso tutto ab esterno, dove sta il mio libero arbitrio? Nella versione di Nietzsche: se voglio che tutto ritorni così come è stato, in cosa consiste la mia libertà? La risposta è che la libertà non è tanto rassegnata coscienza a posteriori della necessità, quanto amor fati, volontà di necessità, potenza che piega il divenire all’essere.

 Anche se l’attimo non è la chiave esclusiva per capire quello che Heidegger definisce unico pensiero” di Nietzsche, ossia la volontà di potenza unita all’eterno ritorno, in esso sembra conciliarsi la contraddizione tra schema cosmologico – che esige l’eterno ritorno di ciò che è già accaduto (così che “tutto quanto ‘era’ diventa di nuovo un ‘è'” e “il passato morde la coda al futuro”:e schema morale (che richiede invece la volontà come forza creativa del nuovo). Il dilemma tra eternità del mondo e libertà comincia a risolversi se si abbandona l’immagine del tempo come di una retta sulla quale scorre un punto indivisibile e senza spessore, il presente, che separa in modo irreversibile il passato, che si lascia alle spalle, dal futuro che rode, avanzando, il tempo che resta.

È proprio l’irreversibilità del tempo lineare a impedire alla volontà di volere “a ritroso”, provocando il risentimento che nasce dall’immodificabilità del “così fu”. Se invece, nell’eterno ritorno, concepiamo l’attimo come punto di raccordo del circolo di passato e futuro,”il futuro non è senza influenza sul passato, lo determina nella stessa misura in cui ne è determinato”. L’attimo “non è più semplicemente un punto sulla linea che dal passato conduce al futuro, il quale acquisti la sua fisionomia solo in rapporto agli altri punti e che di per sé non abbia consistenza; esso porta invece con sé tutto il futuro e quindi anche tutto il passato, è in una sorta di rapporto immediato con la totalità del tempo, cioè con quello che Nietzsche intende per eternità”.

 In questo modo passato e futuro, necessità e scelta acquistano senso solo a partire dall’attimo della decisione di dire sì alla vita, punto di svolta di ogni inizio. Nel tentativo di frenare la disgregazione della personalità, della cultura e dell’esperienza è come se si volesse incatenare al soggetto tutto quanto è stato (das Gewesene), per costringerlo all’ordine della ripetizione, a una paradossale identità plurima che perpetuamente muta in sintonia con una volontà di mantenere insieme, di “rilegare” le pagine delle proprie varianti in un ininterrotto Gradus ad Parnassum. Allora, le potenze della scissione non potranno prevalere, perché quella che, in maniera impropria, sa potrebbe continuare a definire l’identità personale riproduce ciclicamente se stessa, in quanto volontà di vita.

Anche in questo caso, le vere rivoluzioni si svolgono in silenzio. Gli eventi più grandi “non sono le nostre ore più fragorose, bensì quelle senza voce”, che introducono “nuovi valori” attorno ai quali ruota poi impercettibilmente il mondo.

Per questo, insegnando a vivere in maniera da desiderare (e non da sopportare) di vivere sempre di nuovo, si favorisce il mutamento più inavvertito e radicale insieme: si orienta verso l’alto la volontà di potenza di ciascuno, il suo spinoziano conatus, impedendone il crollo, la degradazione o le eccessive oscillazioni: “Non ci sono soggetti atomo. La sfera di un soggetto cresce o diminuisce costantemente; il centro del sistema si sposta continuamente; se il sistema non riesce a organizzare la massa che ha assimilato, si scinde.

Non sarà facile seguire il precetto di desiderare di vivere sempre di nuovo: si resterà a lungo barcollanti e disorientati, a causa della perdita di quel baricentro al quale il cristianesimo ci aveva, da millenni, abituato: “Se si trasferisce il centro di gravità della vita non nella vita, ma nell’ ‘al di là’ – nel nulla – si è tolto il centro di gravità alla vita in generale” . Occorre, dunque, acquistare un nuovo baricentro, elegantemente variabile come quello delle marionette di Kleist, ma, a differenza di queste, scelto secondo il criterio dell’ego fatum.

 

Nell’eterno ritorno l’uomo superiore (e, in prospettiva, Übermensch) prende possesso del divenire ed esercita la sua volontà di potenza, proiettandola simultaneamente in avanti e all’indietro, nel futuro e nel passato: suonando da virtuoso sulla tastiera dei propri io, afferma il “così volli che fosse”.

È, infatti, capace di modificare “a ritroso’ la percezione della storia e di far sgusciare dai suoi nascondigli e anfratti i “mille segreti” ancora nascosti. Nella formazione della sua paradossale identità personale una e multipla, è capace di sostituire il lockiano filo orizzontale della memoria e dell’attesa con il circolo dell’eterno ritorno decretato dalla volontà. Respinge così ogni teleologismo e provvidenzialismo cristiano e, guardando alle eterne metamorfosi del mondo, impone il suo ordine: sic volo, sic iubeo! In ciò consiste la volontà di potenza: nella capacità del vero filosofo e, in prospettiva, dell’Übermensch (inteso come un individuo ben riuscito e non come “eroe” alla Carlyle, di legiferare nel vuoto provocato dalla décadence, che scaturisce dal crollo della fede nella Provvidenza e in un mondo che abbia senso.

Nel torcere la parabola negativa del declino nella forma positiva del circolo, l’eterno ritorno, il “pensiero dei pensieri”, mostra tanto la sua natura di “contropensiero”, di antidoto al nichilismo,che è anche accettazione del niente, quanto di volontà di donazione di senso al non-senso. La dottrina dell’eterno ritorno funge da “martello in pugno all’uomo più potente” (NF, 7, , capace di scegliere e, nello stesso tempo, di accettare che tutto necessariamente sia come è. Nel suo atteggiamento non vi è contraddizione, in quanto l’affermazione, il dire sì alla vita, include, in maniera dionisiaca, anche l’approvazione del negativo (l’eternità del divenire con il suo non riscattato dolore). Con questo martello il filosofo risveglia dal blocco di marmo l’immagine del superuomo che vi dorme, tempra la coscienza e trasforma il cuore “in bronzo”. Con questa volontà di autocreazione si inaugura, nella cultura occidentale, il progetto – per tanti versi infausto – di produzione dell'”uomo nuovo”.

Diversamente da quella cristiana, la dottrina dell’eterno ritorno di Nietzsche non contempla alcun inferno: chi non ci crede non è sottoposto a minacce o ricatti: viene semplicemente abbandonato a una “vita fugace” e – in tal senso – all’estinzione. Il pensiero dell’eterno ritorno serve ad accentuare quelle distanze gerarchiche che i gregari (tra loro indifferenti) vorrebbero cancellare: “Che cosa fu calunniato? Ciò che separava gli uomini superiori da quelli inferiori, gli istinti che creavano abissi”.

Esso è “il grande pensiero disciplinante [der große züchtende Gedanke]”, che separa le razze capaci di sopportarlo, destinate al dominio, da quelle incapaci, votate alla condanna. In molti paesi queste ultime sono attualmente costituite dagli appartenenti al “gregge democratico”, da quanti – rosi e autointossicati dal risentimento – risultano incapaci di rischiare il conflitto aperto per potenziare se stessi, da quanti si propongono quindi, seppur inconsapevolmente, il compito di infiacchire le proprie e altrui energie: “Indebolimento dei desideri, dei sentimenti di piacere e di dispiacere, della volontà di potenza, di fierezza, di possesso e di accrescimento del possesso; l’indebolimento come umiltà; l’indebolimento come fede; l’indebolimento come avversione e vergogna di ogni cosa naturale, come negazione della vita, come malattia e debolezza iniziale” . L’atteggiamento positivo di chi, guardando il mondo dall’alto di una società divisa in caste, lo trova “perfetto” e vuole che resti sempre così risalta ancora di più splendido su questo sfondo scuro.

Poiché il rovesciamento di tutti i valori non è compiuto, si -.iene necessariamente a creare una sorta d’interregno. La dottrina dell’eterno ritorno cerca di colmarlo attraverso il gesto spinoziano della grande rinuncia, tipico, secondo Goethe, dell’Übermensch: quello di rinunciare alle piccole cose per volerne una sola, l’eternità. In Nietzsche questa meta è garantita dalla rinuncia al risentimento che nasce dal pensiero lancinante dell’irriscattabilità del passato: “Redimere coloro che sono passati e trasformare ogni ‘così fu’ in un ‘così volli che fosse’ – solo questo può essere per me redenzione […]. ‘Così fu’ – così si chiama il digrignar di denti della volontà e la sua mestizia più solitaria. Impotente contro ciò che è già fatto, la volontà sa male assistere allo spettacolo del passato.

La volontà non riesce a volere a ritroso; non potere infrangere il tempo e la voracità del tempo, – questa è per la volontà la sua mestizia più solitaria […]. Che il tempo non possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello; ‘ciò che fu’ si chiama il macigno che la volontà non sa smuovere. E così fa rotolare sassi piena di malumore e di rovello, e si vendica contro tutto quanto non prova il suo stesso rovello e malumore”.

L’idea dell’eterno ritorno è anche un farmaco sia contro l’impossibilità di redimere religiosamente in un’altra vita i dolori e i rimpianti dell’esistenza terrena, sia contro la malinconia e la meditatio mortis della tradizione filosofica. È un’accettazione del principio spinoziano: philosophia non mortis, sed vitae meditatio est, una redenzione dell’inreparabile tempus, che ne espunge la terribilità: “Ogni ‘così fu’ è un frammento, un enigma, una casualità orrida – fin quando la volontà che crea non dica anche ‘ma io così voglio, così vorrò'”.

Qualora si riuscisse a trasformare compiutamente il “così fu” in “così volli che fosse”, il mondo riceverebbe un nuovo ordine, indispensabile da quando la “morte di Dio” ha seppellito le vecchie, rigide forme di donazione di senso alla realtà, lasciando però un vuoto, che gli uomini – orfani di una fede che riempiva la loro esistenza -non sono ancora in grado di colmare. Per questo l’idea dell’eterno ritorno ci aiuta a sopportare l’assenza di Dio senza cadere nel nichilismo reattivo, nell’autofagia della vita. Innalza “muri di protezione contro la morte di Dio”, tanto più indispensabili in quanto il suo assassinio è stato perpetrato, ma quest’azione risulta troppo grande per “l’uomo folle” che l’ha compiuta.Il grido “Dio è morto e noi lo abbiamo ucciso” non è un grido di giubilo: scarica sugli uomini la tremenda responsabilità di dare senso a un mondo privo di stabili punti di riferimento.

 Anche per questo l’eterno ritorno concede, a chi è capace di sopportarne il peso, una grazia, un dono di valore più alto di quello che meritano i propri atti, un di più rispetto al perdono cristiano. Scambia, infatti, il bene con il male senza chiedere in compensi la remissione dei debiti propri e altrui, come invece prevede il rapporto di reciprocità tra creditori e debitori stabilito dal Padre nostro.50 L’eterno ritorno è anche l’antidoto alla morte di Dio.

Da filologo, Nietzsche non ignora certo che l’eterno ritorno, in senso letterale, è una teoria ben nota ai pitagorici e, soprattutto, agli stoici, una tesi che nella Città di Dio Agostino discute, tentando di confutarla. Dalle sue letture si evince, poi, che conosce le opere di Vogt, di Nägeli e di Blanqui, in cui il tema è affrontato a diversi livelli.Per lui, tuttavia, eterno ritorno significa caducità trasfigurata e resa eterna, volontà di potenza apparentemente proiettata all’indietro, ma in realtà legata al momento della decisione.

 Cristallizzare il mutamento, “imprimere al divenire il carattere dell’essere – è questa la suprema volontà di potenza”, il farmaco per combattere il nichilismo e sopportare virilmente il dolore: “Io apprezzo l’uomo a seconda della quantità di potenza e di pienezza della sua volontà, non secondo la debolezza o l’estinzione di questa volontà; io considero una filosofia che insegna a negare la volontà come una dottrina che la svilisce e la calunnia. […] Io non rinfaccio all’esistenza il suo essere cattiva e dolorosa, ma spero anzi che un giorno diventi più cattiva e più dolorosa di quanto sia mai stata finora…”.

L’eterno ritorno è un contributo a portare a compimento e a superare la dissoluzione dell’attuale civiltà immersa nella décadence. È un modo per far dimenticare a ciascuno il proprio “fantastico ego” e per far sprigionare dall’individualità chiusa in se stessa potenziali effetti liberatori, additandole la figura dell'”uomo superiore” che, attraverso le asprezze dell’esistenza, si eleva a un’altezza tale da esser più facilmente raggiunto dal “fulmine” dell’Übermensch.

È come se Nietzsche volesse sottomettere l’identità plurima, in incessante mutamento, alla perpetua ripetizione dei valori affermativi della vita, così da sottrarla alla banalizzazione introdotta dalla civiltà di massa, all’accettazione della fugacità dell’individuo, al risentimento e all'”avversione della volontà contro il tempo e il suo ‘così fu'”. Legando il singolo all’“aurea catena” di questo circolo, si segue il precetto di Pindaro, tanto apprezzato da Nietzsche, del “diventa quel che sei!”.

Tagliando, con un atto d’imperio, il nodo gordiano della regressione all’infinito, l’eterno ritorno porta a compimento per mezzo della volontà il progetto incompiuto (e fallito) di Fichte di congiungere l’autocoscienza con se stessa, sottraendo, nello stesso tempo, l’individuo alla schopenhaueriana volontà anonima e alla negazione della vita. Nietzsche non pretende però – come accade nella dialettica hegeliana – di sopprimere l’alienazione e di giungere alla conoscenza di sé, ma soltanto di negare il dover-essere, ripudiando la cattiva infinitità del desiderio: “‘Volere’ qualcosa, ‘aspirare’ a qualcosa, avere in vista un ‘fine’, un ‘desiderio’ – tutto ciò io non lo conosco per esperienza diretta. Anche in questo momento guardo al mio futuro – un vasto futuro! – come a un mare liscio: nessun desiderio lo increspa. Non voglio in alcun modo che qualcosa sia diverso da com’è; io stesso non voglio diventare diverso…”.

Anche per diventare quel che si è, senza malinconici rimpianti e snervanti attese, occorre disciplina, attitudine a un’egemonia degli io ben diversa da quella basata sulle “coalizioni” teorizzate da Ribot. La maggiore libertà dell’io di volta in volta “pastore e gregge” dipende, infatti, non da un più ampio consenso delle parti, ma da una più dura e cruda gerarchizzazione iniziale delle istanze psichiche. Questa culmina nell’accoglimento del vincolo dell’eterno ritorno, della clausola che impone al soggetto di “danzare in ceppi”, seguendo l’abituale prassi del ballerino, che ottiene una più elevata libertà espressiva e una maggiore scioltezza di movimenti sottoponendosi all’obbligo della continua e faticosa ripetizione di monotoni esercizi. La disciplina dell’eterno ritorno obbliga il pensiero a ruotare incessantemente attorno all’asse del divenire, unica realtà, per quanto spesso impercettibile a occhio nudo: “Se la tua vista fosse più acuta, vedresti tutto in movimento: come la carta che brucia si curva, così tutto di continuo perisce e intanto si curva”.

L’eterno ritorno non è solo la ripetizione dell’identico, ma anche (e soprattutto) la selezione e l’elezione di coloro che sanno restare fedeli al “sentimento supremo” di desiderare di rivivere le proprie decisioni. È il riaffiorare costante di un presente sempre diverso per contenuti, il percorrere come una freccia, lungo la linea retta dell’irreversibilità e della mortalità, il circolo formalmente sempre uguale dei giorni e degli anni.

Poiché l'”identità personale” si riproduce ciclicamente all’interno di una molteplicità voluta (e non soltanto subita), le potenze della scissione pura vengono sconfitte, omeopaticamente, con le loro stesse armi e non possono più prevalere. Gli io che, di volta in volta, vengono “alla ribalta”, sottoposti alla “danza in ceppi” dell’eterno ritorno, ottengono un incremento di potenza grazie, appunto, a questa artificiale spontaneità.

Mentre l’idea di irreversibilità del tempo espressa dai risentiti trasforma la memoria e la storia in un percorso luttuoso, in una vera e propria via crucis, quella dell’eterno ritorno esalta Li ruolo della volontà nel capovolgere la clessidra del tempo, sostituendo il volere – quale cemento temporale della personalità – al filo d’Arianna della memoria. Si tratta di una concezione opposta a quella di Droysen, Ranke o Dilthey, che inflazionano l’io nel fargli rivivere per procura – grazie alla fruizione di opere letterarie – altre vite immaginarie, utilizzando la storia quale succedaneo di una tradizione spezzata.

Lo storicismo tedesco dell’Ottocento manifesta il suo lato di morbosa impotenza, poiché, da una parte, non è in grado di creare nuovi valori, dall’altra, non crede più intimamente a quelli vecchi. Soffre, secondo le indirette critiche di Nietzsche, di un’elefantiasi del senso storico, che lo porta ad assumere un atteggiamento reverenziale nei confronti del passato, veicolo di passività e d’inazione (ciò dimostra come i dotti tedeschi non discendano da “una casta dominante”, capace di distruggere per creare).

In realtà, la posizione di Dilthey (formulata però dopo il 1883) è più complessa e plausibile. L’io di ciascun individuo – irripetibile punto di annodamento di forze reali – si potenzia e acquista concretezza grazie al suo inserimento nella storia, oggettivazione del pensiero e dell’attività umana di tutte le generazioni trascorse.In maniera simile all’operazione dello scrivere, in cui la spiritualità dell’uomo si estrinseca e si materializza, anche le res gestae si consegnano al mondo, passano dalla soggettività all’oggettività.

Analogamente alla lettura, poi, l’interpretazione o decifrazione dei documenti storici riporta di nuovo, con movimento inverso, la ricchezza del mondo all’interno della soggettività, fluidificando quanto si era reificato e trasformando le res gestae in comprensione o in historia rerum gestarum. Grazie alla ricostruzione di specifiche memorie, lo storicismo di Dilthey unisce, mantenendoli in tensione, il “mistero della persona” – il fondo potenzialmente inesauribile di ogni io  – e il deposito di senso, ugualmente inesauribile, del mondo storico.

A partire dal libro Sull’utilità e il danno della storia per la vita sino al secondo saggio della Genealogia della morale, in Nietzsche è l’oblio, più che la memoria, a risultare indispensabile all’azione. Il chiudere “ogni tanto le porte e le finestre della coscienza” crea il clima entro il quale può irrompere il nuovo. L’incapacità di dimenticare (e non quel che sarà la freudiana rimozione) è, invece, tipica del risentito, che non riesce a trasformare in attività la sua reattività, le tracce che gli eventi lasciano in lui. A differenza dell’uomo nobile, la cui reazione è istantanea e senza memoria, egli “sa bene cosa sia il tacere, il non obliare, l’aspettare, il momentaneo farsi piccini, farsi umili”.

Affezionandosi al pensiero dell’eterno ritorno cessano i risentimenti e i rimpianti. Non ci si strugge più nel desiderio di vivere altre vite parallele, terrene o ultraterrene, diverse dalla nostra attuale. Vogliamo solo non alia sed haec vita sempiterna!. Il tempo instaurato da questo pensiero salva e redime ogni attimo rendendolo significativo, dice di sì all’esistenza di ogni essere, introduce automatismi analoghi a quelli che, nel tardo Nietzsche, regolano l’acquisizione delle virtù macchinali dell’abitudine, quelle, appunto, che rendono in prospettiva inutile la coscienza e facilitano l’incuria sui.

 

 

 

 

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