LA TEORIA STIRNERIANA DEL VALORE

VALORESTIRNERIANO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

É quindi necessario considerare più da vicino i concetti prima smithiani e poi marxiani di valore d’uso e di valore di scambio per comprendere, rispettivamente, per derivazione e per rimbalzo la peculiare teoria stirneriana del valore. Il punto di partenza è chiaramente Adam Smith:

 

“La parola valore, si deve notare, ha due diversi significati; a volte esprime l’utilità di un oggetto particolare, a volte il potere di acquistare altri beni che il possesso di quell’oggetto comporta. L’uno può essere chiamato «valore d’uso», l’altro «valore di scambio»”.

 

I due diversi significati di valore afferiscono palesemente a due ambiti differenti: il valore d’uso ha natura solo soggettiva, mentre il valore di scambio ha natura prettamente sociale; quest’ultimo, inoltre, rappresenta per Smith (così come sarà poi per David Ricardo) l’oggetto precipuo dell’economia politica.

Al di là degli apprezzamenti marxiani – che in questa focalizzazione sul valore di scambio individuava il discrimine tra “economisti scientifici (appunto Smith e Ricardo) e “economisti volgari” – e delle polemiche (anche infondate) degli economisti neoclassici sulla ne- gligenza riservata da Smith al valore d’uso, si qualificano come rilevanti i presupposti filosofici sottesi a questa concezione, ben evidenziati appunto dalla distinzione sopra richiamata fra determinazione soggettività del primo valore e la determinazione sociale, in ogni caso mediata, se non addirittura convenzionale, del valore di scambio.

Una chiarificazione e un approfondimento ulteriore di questa discrepanza è riscontrabile nello stesso Marx, il quale, nel Capitale, scrive significativamente:

 

“L’utilità di una cosa ne fa un valore d’uso. Ma questa utilità non aleggia nell’aria. È un portato delle qualità del corpo della merce e non esiste senza di esso. Il corpo della merce stesso, come il ferro, il grano, il diamante, ecc., è quindi un valore d’uso, ossia un bene. […] Il valore d’uso si realizza soltanto nell’uso, ossia nel consumo. I valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, qualunque sia la forma sociale di questa. Nella forma di società che noi dobbiamo considerare i valori d’uso costituiscono insieme i depositari materiali del – valore di scambio”.

L’insistenza sul portato ontologico della materialità, della corporeità per esprimersi nei termini marxiani, della merce (ma più in generale di ogni bene) che si rivela la concrezione del valore d’uso, ossia la sua natura di contenuto della ricchezza indipendente dalla forma sociale della stessa, nonché la chiara affermazione della realizzazione del valore d’uso “soltanto nell’uso, ossia nel consumo” sono a nostro avviso molto significativi. In essi infatti crediamo sia innanzitutto possibile rintracciare in maniera più evidente la derivazione filosofica e, con essa, la mediazione occulta della teoresi stirneriana nella correzione degli assunti smithiani. Derivazione che si fa se possibile ancora più palese in merito alla trattazione del valore di scambio.

A riguardo Marx infatti sostiene che: “Il valore di scambio si presenta in un primo momento come il rapporto quantitativo, la proporzione nella quale valori d’uso d’un tipo sono scambiati con valori d’uso di altro tipo; tale rapporto cambia continuamente coi tempi e coi luoghi. Perciò si presenta come qualcosa di casuale e puramente relativo, come un valore di scambio interno, immanente alla merce (valeur intrinsèque), dunque come una contradictio in adjecto. Consideriamo la cosa più da vicino. Una certa merce, p. es., un quarter di grano, si scambia con x lucido da stivali, o con y seta, o con z oro ecc.: in breve, si scambia con altre merci in differentissime proporzioni. Quindi il grano ha molteplici valori di scambio invece di averne uno solo.

Ma poiché x lucido da stivali, e così y seta, e così z oro, ecc., è il valore di scambio di un quarter di grano, lucido da stivali, y seta, z oro debbono essere valori di scambio sostituibili l’uno con l’altro o di grandezza uguale fra loro. Perciò ne consegue: in primo luogo, che i valori di scambio validi della stessa merce, esprimono la stessa cosa. Ma, in secondo luogo: il valore di scambio può essere in generale solo il modo di espressione, la «forma fenomenica» di un contenuto distinguibile da esso [ossia] in due cose differenti, in un quarter di grano come pure in un quintale di ferro, esiste un qualcosa di comune e della stessa grandezza. Dunque l’uno e l’altro sono eguali a una terza cosa, che in sé e per sé non è né l’uno né l’altro. Ognuno di essi, in quanto valore di scambio, dev’essere dunque riducibile a questo terzo”.

 

Questo passaggio, che si concentra sulla funzionalità meramente formale e sulla necessità fatale dell’astrazione e della riduzione a un terzo, ossia della mediazione, sancisce a mio avviso definitivamente come nell’analisi marxiana del meccanismo (forse si potrebbe dire addirittura dire del dispositivo) del valore si palesi una fedele copia dell’apparato concettuale stirneriano trasposto in ambito più specificamente economico. Ossia, per quanto Marx sovrapponga qui al soggett alienato stirneriano l’oggetto alienato del mondo capitalista la dinamica concettuale resta chiaramente la medesima. Questa constatazione però complica ulteriormente il quadro, dato che, come visto, la mediazione per Stirner significa ostensione di una radicale impossibilità d’uso e di commercium all’interno della scatola o del serraglio sociale.

Com’è quindi possibile la sovrapposizione dei due piani se il valore d’uso è da considerarsi (almeno per Smith e Marx) il presupposto del valore di scambio? Questo paradosso indica precisamente il cuore dell’aporia costitutiva del capitalismo che Marx coglie con innegabile profondità di sguardo. E tale conseguente paradossalità è precisamente la contradictio in adjecto incarnata dallo stesso valore di scambio o, meglio, dall’astrazione real che ne sta alla base. Risulta pertanto pregiudiziale quindi comprendere come funzioni questo “volto d’ossimoro”, ossia la “formidabile invenzione”, meglio questa invenzione-costruzione, del concetto di “astrazione reale”.

È necessario, per tale scopo, sfogliare brevemente quella che è stata poi nominata come Introduzione ai “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, in particolare il capitolo 3, Il metodo dell’economia politica, dove in poche righe Marx stigmatizza l’errore comune al metodo dell’economia politica classica e a Hegel (postulandone quindi l’inversione):

“Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, dunque unità di ciò che è molteplice. Nel pensiero appare quindi come processo di sintesi, come risultato e non come punto di avvio, benché sia il reale punto d’avvio e quindi anche il punto d’avvio dell’intuizione e della rappresentazione.

Seguendo la prima via [quella dell’economia classica, ossia “dal concreto immaginato a determinazioni più semplici”], la rappresentazione si volatilizza in determinazione astratta; seguendo la seconda [“dal semplice” al concreto reale] le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero. Perciò Hegel cadde nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensiero che si riassume e si approfondisce in se stesso e che si muove per energia autonoma, mentre il metodo di salire dall’astratto al concreto è per il pensiero solo il modo in cui esso si appropria il concreto, lo ri- produce come qualcosa di spiritualmente concreto. Mai e poi mai è però il processo di formazione del concreto stesso”.

 

E, ancora una volta, affida ad un esempio il punto decisivo:

“Ad esempio la più semplice categoria economica, diciamo ad esempio il valore di scambio […] non può esistere che come relazione astratta, unilaterale, di un insieme concreto, vivente, già dato”.

 

Assunto confermato nei Grundrisse stessi:

“L’attività, quale che sia la sua forma fenomenica individuale e il prodotto dell’attività, è il valore di scambio, ossia un’entità universale in cui ogni individualità, particolarità è negata e cancellata”.

 

Pertanto, concordiamo con Guido Boffi quando afferma che Marx elabora questa nozione “tenendo in mano la Scienza della logica dell’avversato Hegel, aperta alla ‘logica della quantità’ [in cui] scorge la possibilità concettuale che un che di astratto possa essere contemporaneamente reale e realmente produttivo, possa costruire ed organizzare una realtà effettiva”, ma al contempo sosteniamo che Marx abbia corretto Hegel con il tanto avversato dettato stirneriano, per cui le idee fisse, le concrezioni fantasmatiche sono sommamente reali nel senso di eminentemente creatrici e eminentemente coercitive. Anzi, esse si rivelano tanto più cogenti quanto più astraggono dalle peculiarità individuali, quanto più attingono alla purezza dell’assenza di corporeità e quindi di esistenza perché esse si pongono come entità in sé e per sé e impongono la loro sacralità intoccabile, l’impossibilità del loro uso come una necessità, come una fatalità non a caso foriera di implicazioni sociali:

“La dipendenza reciproca e universale degli individui indifferenti gli uni agli altri costituisce la loro connessione sociale. Questa connessione sociale è espressa nel valore di scambio, ed è soltanto in esso che per ogni individuo la propria attività o il proprio prodotto diviene infine un’attività e un prodotto per esso; l’individuo deve produrre un prodotto universale – il valore di scambio – o, se quest’ultimo lo si considera per sé isolatamente e individualizzato, denaro.

D’altro canto il potere che ogni individuo esercita sull’attività degli altri o sulle ricchezze sociali, esiste in esso in quanto possessore di valori di scambio, di denaro. Esso porta con sé, in tasca, il proprio potere sociale, così come la sua connessione con la società.

 

Questo è paradossale, ma al contempo estremamente conseguente perché è la mediazione la forza creatrice del capitalismo, quella mediazione che astrae, per dirla hegelianamente, dalla qualità per inoltrarsi nella quantità, ossia, per dirla con Stirner, dalle proprietà uniche o dagli unici proprietari in direzione delle idee fisse, di proprietà e di uomo (ad esempio, ma non solo). Il movimento stirneriano procede coerentemente, lo si vedrà, in senso contrario a quello capitalistico, ossia dalla quantità, dal valore di scambio degli individui astrattamente uguali (equipollenti), alla qualità, in- comparabile, degli unici; una lettura di Stirner in senso capitalistico dovrebbe, quantomeno, giustificare questa discrepanza che, a mio avviso, ne mina alla radice la validità.

Stirner andrebbe piuttosto letto, credo, in un proficuo accostamento con l’idea benjaminiana del capitalismo (forse Stirner direbbe del liberismo) come religione, come incessante produzione senza requie e senza redenzione, che non ha come scopo, come giustamente sosteneva Boffi, il soddisfacimento dei bisogni, né tantomeno il godimento sensibile; anzi, essa si fonda precisamente sull’abolizione del valore d’uso a vantaggio del valore di scambio che, ora, incarna e rivela la totalità dell’essenza della merce stessa.

L’astrazione reale che la merce rappresenta è la forza della mediazione – “il medio astratto della commerciabilità” – ossia la “vera forza creatrice” in quanto è in grado di produrre esistenza reale alle rappresentazioni, Stirner direbbe di creare un corpo ai fantasmi. La questione per noi decisiva è che essa non crea solo gli oggetti, ma è essa stessa l’oggetto in senso eminente, ciò che crea prima facie me stesso e poi gli altri, che mi fornisce un’essenza e al contempo regola i miei rapporti con gli altri uomini. Quello che Marx qui dice del denaro vale, a nostro avviso, totalmente per la mediazione, di cui il denaro è in realtà solo epifenomeno, segno:

 “Il denaro possiede la qualità di comprar tutto, la qualità di appropriarsi tutti gli oggetti, è così l’oggetto in senso eminente. L’universalità della sua qualità è l’onnipotenza del suo essere; esso vale quindi come ente onnipotente… Il denaro è il lenone fra il bisogno e l’oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell’uomo. Ma ciò che mi media la mia vita, mi media anche l’esistenza di altri uomini. Questo è per me l’altro uomo

 

 

 

 

 

 

 

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