LA TOMBA DEL GIUDIZIO UNIVERSALE II

STIRNERER

 

 

 

 

 

 

 

Quando il mondo sta in armi contro Dio, e scoppia il tuo  muggente della lotta contro l’Olimpo stesso e le sue schiere, allora soltanto i morti possono dormire: i vivi prendono partito. Non vogliamo nessuna mediazione, nessun accordo; non più «piagnucolamenti» diplomatici, vogliamo stare gli uni di fronte agli altri in campo aperto, noi, i senza Dio vogliamo stare faccia a faccia coi timorati di Dio, vogliamo far sapere a chi spetti ora il turno.

E qui, lo ripeto, in questa risolutezza della inimicizia la precedenza spetta ai fanatici timorati di Dio; essi, per un giusto istinto, non hanno mai stretto amicizia. Quindi la scoperta della suprema eresia di Hegel non poteva venir fatta in forma più abile e in pari tempo più giusta di quella usata dall’autore dell’opuscolo, quando nel suo credulo fanatismo imbocca la tromba del Giudizio finale. Essi non vogliono un «equo accordo», vogliono la guerra di annientamento. Questo loro diritto sarà realizzato.

 

Ma (e con questa domanda pensiamo di entrare nel merito del libro stesso) che cosa di male possono trovare in Hegel i timorati di Dio? I timorati di Dio? e chi minaccia loro il tramonto più di colui che annientò la paura? Sicuro, Hegel è il vero nunzio e creatore del coraggio, davanti al quale tremano i pigri cuori. «Senza paura contro gli uomini, senza paura contro gli Dei», così Tacito descrive gli antichi Germani. Ma la sicurezza contro Dio andò loro perduta quando perdettero sè medesimi, e il timor di Dio si annidò negli animi contriti. Essi hanno finalmente ritrovato sè stessi e dominato il brivido della paura; perchè hanno trovato la parola che non si può più distruggere, che è eterna, per quanto essi stessi possano ancora combattere contro di quella, finchè ciascuno l’abbia appresa.

 

Un uomo veramente tedesco – senza paura verso Dio – l’ha pronunziata, la parola liberatrice, il «bastare a sè stesso», la «Autarchia» dell’uomo libero. Da molte specie di paura e di rispetto fummo già liberati dai francesi, i quali primi proclamarono l’idea di libertà con una forza che improntò la storia del mondo, e le abbiamo viste sprofondare nel nulla del ridicolo. Ma non sono esse di nuovo venute a galla con le loro orribili teste di serpi, e una paura di cento forme non abbuia ancora la ardita fiducia in sè stessi? La salvezza che i francesi ci apportarono fu così poco fondamentale e incrollabile come quella che un tempo venendo dalla Boemia nella tempesta Hussita diede i primi segni fiammanti della futura riforma tedesca. Il tedesco precisamente, ed egli solo, riconosce la missione storico-mondiale del radicalismo; egli solo è radicale, ed egli solo lo è senza torto.

Nessuno è così inesorabile e privo di riguardi come lui, perchè egli non si limita a demolire il mondo esistente per restare egli stesso in piedi; no, egli demolisce sè stesso. Là dove il tedesco abbatte, un Dio deve cadere e un mondo perire. Per il tedesco l’annientare è creare, e lo stritolare le cose temporali è la sua eternità. Soltanto qui non c’è più luogo a paure nè a scoraggiamenti; egli straccia non soltanto la paura degli spettri e questa e quella forma di rispetto, ma estirpa ogni e qualsiasi timore, il rispetto di sè stesso e il timore di Dio.

E ora rifugiatevi, o anime angosciate, dalla paura di Dio nell’amore di Dio, per il quale non avete una parola appropriata nella vostra lingua e per conseguenza anche nella vostra coscienza nazionale; il tedesco non soffre più per vostra preghiera, perchè fa del vostro Dio un cadavere e quindi trasforma il vostro amore in orrore.

 

In questo senso squilla anche la «tromba» e contiene, sotto formule del vecchio Testamento e con profondi sospiri, la vera tendenza del sistema hegeliano, a «mettere fine alle considerazioni ora di moda, alle transazioni e vie traverse, fondate tuttora sulla premessa che si può esercitare una mediazione fra l’Errore e la Verità». E il trombettiere, contro ogni aspettazione pieno di collera, grida: «Smettiamola con questo furore di mediazione, con queste gelatine sentimentali, con questo mondo di bricconerie e di menzogne: una sola cosa è vera, e se questa e le altre cose che non sono vere vengono confrontate, le altre cose cadono da sè nel nulla.

Non venite a noi con quella angosciosa, bugiarda timidità della scuola di Schleiermacher e della filosofia positiva; finiamola con questa debolezza, la quale vuol far da mediatrice soltanto perchè ama ancora profondamente l’errore e non ha il coraggio di strapparselo dal cuore.

Strappatela da voi e gettatela lontano, questa bifida, vibrante, lusingante e mediatrice lingua di serpente; sinceri e puri e una cosa sola siano la vostra bocca, il vostro cuore e il vostro spirito, ecc.».

 

 

Basta quindi con la diplomazia, tirchia e fiacca di spirito, benchè ricca di spirito!

 

Il trombettiere, vero servo di Dio, come dev’essere, così sicuro del suo immobile Dio come il turco del suo Allah, sdegna ogni aiuto contro il bestemmiatore di Dio, Hegel, fuorchè l’aiuto degli uomini pii. A questa strana decisione è dedicata la prefazione (pag. 5-42), nella quale anzitutto i «vecchi Hegeliani» vengono salutati con queste parole: «essi ebbero sempre sulla bocca la parola di conciliazione, ma sotto le loro labbra stava il veleno della vipera». Quindi si deve loro presentare lo specchio del sistema, ed essi, Göschel, Henning, Gabler, Rosenkranz ecc., saranno obbligati a rispondere, perchè essi sono tenuti a rispondere al Governo del loro paese. È giunto il tempo in cui il tacere più oltre è un delitto».

 

Inoltre, s’è formata una «scuola filosofica», che vuole creare una filosofia «cristiana e positiva» e confutare filosoficamente Hegel, ma essa pure ha amato soltanto il proprio Io, ha offeso essa stessa i principii fondamentali della verità cristiana e, in più, ebbe così poco seguito e influenza fra i credenti come fra gli increduli. Quando noi ci lamentiamo e i Governi si guardano intorno cercando un medico, si è forse trovato come medico alcuno dei positivisti, e hanno i Governi affidato la cura ad uno di costoro? No! D’altri uomini c’era bisogno! Un Krummacher, un Hävernick, un Hengstenberg, un Harless dovettero pagare di persona! Una terza classe di avversari della filosofia hegeliana, gli Schleiermacheriani, viene da ultimo egualmente sconfessata. «Essisono ancora esposti alle tentazioni del Male, e amano dare l’apparenza di essere essi stessi dei filosofi. E tuttavia non possono affatto offrire, agli invidiosi profani, prove di una loro coltura filosofica. Per loro vale la parola: «Io conosco le tue opere, tu non sei nè caldo nè freddo. Ah, se tu fossi freddo o caldo! Ma poichè tu sei tiepido e non caldo nè freddo, io ti sputacchierò con la mia bocca».

Il loro zelo per «la vita ecclesiastica» viene, sì, riconosciuto dal trombettiere; ma per lui esso non è «abbastanza serio, fondamentale, comprensivo e zelante», e inoltre essi non hanno nulla opposto a Bruno Bauer (La chiesa nazionale evangelica di Prussia e la Scienza) che potesse demolire le sue asserzioni bestemmiatrici, (pag. 30). Alla fine si parla di Leo, dell’uomo «che primo ebbe il coraggio di levarsi contro questa filosofia senza Dio, di accusarla formalmente e di richiamare l’attenzione dei Governi di sentimenti cristiani sul pericolo imminente che da questa filosofia è minacciato allo Stato, alla Chiesa e ad ogni morale». Ma egli viene anche biasimato perchè non ha proceduto abbastanza rigorosamente e perchè le sue opere sono tuttora pervase da certo lievito mondano, come gli viene dimostrato con molte sofisticherie.

Formano la conclusione, come è giusto, anatemi salmodici contro gli atei.

Ed ora, l’esordio ci svela il vero proposito del rabbioso uomo. «È sonata l’ora in cui sarà gettato a terra il più tristo, il più fiero, il supremo nemico del Signore. Ma questo nemico è anche il più pericoloso. I francesi – questo popolo dell’Anticristo – avevano con svergognata pubblicità, alla luce del giorno, in piazza, sotto gli occhi del sole che non vide mai simile sacrilegio e davanti agli occhi dell’Europa cristiana, precipitato nel nulla il Signore dell’eternità, così come avevano ucciso l’Unto del Signore; essi avevano intrecciato un idolatrico adulterio con quella sgualdrina che è la Ragione; ma l’Europa, piena di santo zelo, strozzò il mostro e si unì in una santa Lega per mettere in catene l’Anticristo e nuovamente alzare gli altari eterni al vero Signore.

 

Allora venne, no!, allora si chiamò, si curò, si custodì, si protesse, si onorò e si stipendiò il nemico, che esteriormente si era vinto, in un uomo che fu più forte del popolo francese, in un uomo che diede nuova forza di legge ai decreti della diabolica Convenzione nazionale, li fornì di nuove e più salde basi e li introdusse sotto il titolo insinuante e specialmente seducente per la gioventù tedesca di: filosofia. Si chiamò Hegel e di lui si fece il centro dell’Università di Berlino. Or non si creda che la masnada con cui ai nostri giorni deve lottare lo Stato cristiano persegua un altro principio e conosca altra dottrina da quella che ha edificato il maestro dell’inganno. È vero, la nuova scuola è notevolmente diversa dall’antica, raccolta dal maestro; essa ha cacciato via la vergogna e ogni contenuto divino, combatte apertamente e senza ritegno Stato e Chiesa, rovescia il segno della Croce, così come vuole abbattere il trono, idee e atti diabolici di cui la vecchia scuola non pareva capace.

Ma questa è soltanto apparenza, o forse fu soltanto per imbarazzo casuale o per cortezza di mente che i vecchi discepoli  non si spinsero fino a questa diabolica energia; in fondo e insostanza, cioè quando si torna al principio e alla vera dottrina del Maestro, si trova che i nuovi venuti non hanno creato nulla di nuovo, ma piuttosto hanno soltanto strappato il velo trasparente in cui talora il Maestro avvolgeva le sue affermazioni, e hanno messo a nudo il sistema, con atto sufficientemente osceno!»

 

Ci resterebbe ora di passare all’accusa del sistema hegeliano, che è il vero contenuto del libro. Invece questa accusa è formulata in modo che deve venire dinnanzi agli occhi del lettore impregiudicata e non diluita in una recensione, e inoltre noi non sappiamo a tal proposito dire altro che questo, che pare non tutti i passi utilizzabili delle opere di Hegel siano stati presenti al pensiero dell’autore.

Frattanto, poichè, come è annunziato a pagina 163, a questo scritto segue una seconda parte, la quale mostrerà «come Hegel faccia a priori sorgere la religione come un particolare fenomeno della dialettica interiore e dello sviluppo della coscienza di sè», e nella quale verrà pure rappresentato «l’odio di Hegel contro l’arte religiosa e cristiana e come egli dissolva tutte le leggi positive dello Stato», ci è ancora aperta l’occasione di parlare di quanto ora avessimo per avventura trascurato.

Così si contenti il lettore – e chi prende vivo interesse ai problemi dell’epoca non può lasciate inosservato questo libro – di ritenere un sommario dei 13 capitoli. 1) Il rapporto religioso come rapporto di sostanzialità. Il trombettiere sostiene particolarmente, che Hegel «ha tirato un doppio velo sulla sua opera di distruzione», dei quali veli uno consiste nel parlare infinite volte di Dio e nel fatto chesembra quasi sempre che egli intenda per Dio quel Dio vivente che esisteva prima dell’esistenza del mondo ecc.; alla quale concezione i vecchi hegeliani (con Göschel alla testa) si sono fermati.

E col secondo velo egli crea l’apparenza che la religione venga compresa nella forma del rapporto di sostanzialità e come quella dialettica in cui lo spirito individuale si abbandona, si sacrifica all’Universale che lo domina come sostanza o (come più spesso è detto) come Idea assoluta, gli rinunzia la propria individualità e così si unifica con esso. A questa pericolosa apparenza gli spiriti più forti (Strauss ecc.) si sono arresi prigionieri. Ma, conclude il trombettiere, «più pericolosa di questa apparenza è la cosa stessa, che ad ogni occhio pratico e aperto, se ci si affatica anche poco a scoprirla, si presenta così: quella concezione della religione, secondo la quale il rapporto religioso non è altro che un rapporto interiore della coscienza di sè con sé stessa, e tutte quelle forze che sembrano ancora indistinte come sostanza o come Idea assoluta dalla coscienza di sè non sono altro che i momenti proprii di quella, obbiettivati nella rappresentazione religiosa».

Da ciò è evidente il contenuto del primo capitolo.

2) Lo spettro dello spirito mondano.

3) Odio contro Dio.

4) Odio contro ciò che esiste.

5) Ammirazione dei francesi e disprezzo dei tedeschi. Ciò non contraddice alla lode che più sopra abbiamo impartito ai tedeschi, come non contraddicono i passi trascurati dall’autore (Storia della filosofia, III, 328).

6) Distruzione della religione.

7) Odio contro il giudaismo.

8) Predilezione per i greci.

9) Odio contro la Chiesa.

10) Disprezzo della Sacra Scrittura e della Storia Sacra.

11) La religione come prodotto della coscienza di sè.

12) Dissoluzione del cristianesimo.

13) Odio contro l’erudizione fondamentale e la lingua latina (è questo, a parere del trombettiere, un colmo veramente comico).

L’annunziata seconda parte, per la quale si deve augurare all’autore in modo particolarissimo l’aiuto di un pensiero molto comprensivo, poichè le altre qualità non gli mancano, sarà non appena pubblicata oggetto di recensione e allora forse si farà qualche aggiunta a quanto ora si è detto.

E perchè mai, possiamo chiederci a mo’ di conclusione, così fiduciosamente prendiamo questo libro per una mascheratura, per un travestimento? Perchè un uomo timorato di Dio non può essere così libero e intelligente come è l’autore. «Colui che non sa canzonare sè stesso, non è in realtà uno dei migliori!»

 

 

 

 

 

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