LA TOMBA DEL GIUDIZIO UNIVERSALE

STIRNERER

 

 

 

 

 

 

 

Quali sono le cose che non debbono accordarsi, appaiarsi, conciliarsi fra di loro? Abbastanza abbiamo sofferto di questa concordanza e mitezza, ci siamo fino alla sazietà immaginati che in fondo non siamo poi così discordi e abbiamo soltanto bisogno d’intenderci, e abbiamo passato il pregevole tempo in varie ricerche di unità e di concordati.

Ma il fanatico ha ragione: «In qual modo accordare Belial con Cristo? » Neppure un istante il pio zelatore rallentò la dura lotta contro il tempestoso spirito del tempo nuovo, e non conobbe altro scopo che lo sterminio di quello. Come l’imperatore del celeste impero pensa soltanto a distruggere i suoi nemici, gli inglesi, così lui non volle saperne di altre battaglie che di una decisiva, per la vita o per la morte.

 

Noi lo lasciammo infuriare e strepitare, e in lui non vedemmo altro che il ridicolo fanatico. Facemmo bene? Poichè il brontolone perde sempre la sua causa dinnanzi al sano senso del popolo, anche senza che un uomo ragionevole indichi appositamente la giusta via, noi avremmo potuto fiduciosamente lasciare al senso popolare il giudizio su quegli scomunicatori, e in genere ci abbandonammo a quella fiducia. Ma la nostra longanimità ci cullò inopinatamente in un sonno pericoloso. Certo, i brontolamenti non ci fecero nessun male; dietro al brontolone però stava il credente e con costui tutta la schiera dei timorati di Dio, e (ciò che era la cosa peggiore e più mirabile) noi stessi stavamo pure dietro di quello.

Eravamo in realtà filosofi molto liberali e difendevamo la causa del Pensiero: il Pensiero era Tutto in Tutto. Ma come si stava in rapporto alla fede? doveva essa cedere al pensiero? In guardia! Pur tenendo in onore nel resto la libertà del pensiero e della scienza, tuttavia non si doveva ammettere un’inimicizia tra la fede e la scienza! Il contenuto della fede e quello della scienza sono uno stesso ed unico contenuto, e chi offende la fede non comprende sè medesimo e non è un vero filosofo! Non forse Hegel stesso pose come fine delle sue letture religiose-filosofiche la conciliazione della ragionecon la religione? (Filosofia della religione II, 355). E noi, suoi discepoli, vorremmo sottrarre qualcosa alla fede?

 

Ciò sia lungi da noi! Sappiate, o cuori credenti, che noi siamo completamente d’accordo con voi nel contenuto della fede, e soltanto ci siamo imposti il leggiadro compito di difendere la vostra fede, tanto misconosciuta e combattuta. Oppure avete ancora qualche dubbio in proposito?

Osservate, come ci giustifichiamo dinnanzi a voi, leggete i nostri scritti conciliativi su «la fede e la scienza», e su «la reverenza della filosofia verso la religione cristiana» e una dozzina di simili cose, e non penserete più male dei vostri migliori amici!

Così il pacifico e bonario filosofo si gettò nelle braccia della fede. Chi è talmente immune da questo peccato, da poter

gettare la prima pietra contro i poveri peccatori filosofici? Ilsonnambulesco periodo dormitorio, pieno d’illusioni e d’inganni, fu così generale, l’impulso e la spinta verso la conciliazione furono così diffusi, che pochi soltanto ne rimasero immuni e questi pochi forse senza vero diritto. Fu quello il tempo di pace della diplomazia. In nessun luogo v’era inimicizia, e anzi, dappertutto un raspare e uno sfruttare, un eccitare e un riaccomodare, un dissuadere e un persuadere, un pacifismo dolciastro e un’amichevole diffidenza, come la diplomazia di quest’epoca (quest’arte sensata di alterare folleggiando con burle superficiali la serietà della volontà) ha imparato ad esplicare mille volle in tutti i campi simili fenomeni di inganno e di illusione. «Pace a ogni costo» o, meglio, «Accordi e conciliazione ad ogni costo», tali furono i miseri bisogni del cuore di questi diplomatici. Sarebbe qui il luogo di intonare una canzoncina a proposito di questa diplomazia, la quale ha resa così priva di energia tutta la nostra vita, che tuttora brancoliamo in una sonnolenta fiducia in quegli abili magnetizzatori i quali vanno cullando la nostra e la loro ragione, – se non fosse proibito intonare quella canzone.

 

Inoltre ci importa qui soltanto quella diplomazia, alla quale pare destinato a dare l’ultimo colpo un libro, alla cui recensione potrebbero servire di introduzione le considerazioni sopra esposte.

 

«La tromba del Giudizio Universale sopra Hegel. Ultimatum agli atei e agli anticristiani.»

Con questo titolo è apparso in questi giorni presso Wigand un opuscolo di 11 fogli, il cui autore si può facilmente scoprire da colui che ne conosce gli ultimi lavori letterarii e quindi il punto di vista scientifico. Questo libro è una deliziosa mistificazione. Un uomo, un credente timorato di Dio, il cui cuore è pieno di astio contro la nefanda genìa dei giovani Hegeliani, risale all’origine di questa, a Hegel stesso e alla sua dottrina, e trova – oh terrore! – già tutta la perfidia rivoluzionaria che ora sprizza fuori dai suoi viziosi discepoli in quell’impenitente e ipocrita peccatore che fu lungamente ritenuto per una rocca della fede! Pieno di giusta collera egli gli strappa dalla persona gli abiti sacerdotali finora vestiti, gli mette sul capo tosato, come i preti di Costanza a Huss, un berretto di carta dipinto di diavoli e di fiamme, e dà la caccia all’eresiarca per le vie del mondo stupito. Finora nessuno mise a nudo così impavidamente e completamente il filosofico Giacobino. È evidentemente un colpo maestro dell’autore l’aver posto l’attacco a fondo contro Hegel in bocca a un deciso servitore di Dio.

Questi servitori hanno il merito di non essersi mai lasciati accecare, ma anzi di avere, in virtù di un esatto istinto, fiutato in Hegel il loro massimo nemico e l’Anticristo del loro Cristo.

Non si abbandonarono a una credula fiducia come quei «benpensanti» che non volevano guastarsi nè con la lorofede nè con la loro scienza, ma con inquisitoria severità tennero sempre dinnanzi agli occhi l’eretico, finchè lo presero.

Non si lasciarono ingannare, – di solito i più sciocchi sono i più scaltri, – e quindi possono pretendere con ragione di venir apprezzati come i migliori conoscitori dei lati pericolosi del sistema Hegeliano. «Tu conosci il cacciatore, non cercare altri!» L’animale selvaggio sa molto bene che deve temere sopratutto dell’uomo.

 

Hegel, che voleva rendere onnipossente lo spirito umano e tale lo ha reso, e inculcava ai suoi discepoli la dottrina che nessuno deve cercare la salvezza fuori e sopra di sè, anzi deve essere l’artefice della propria salute e redenzione, non fece mai propria particolare vocazione dello scacciare da ciascuna delle sue trincee l’egoismo, il quale in mille diverse forme si oppone alla liberazione del singolo, e di condurre una cosidetta «piccola guerra» contro di quello.

Questa omissione gli fu rinfacciata anche sotto questa forma, che si biasimava il suo sistema come mancante di ogni morale, volendosi con ciò propriamente dire che al suo sistema mancava quel pedagogico carattere paterno per mezzo del quale si formano i puri eroi della virtù. L’uomo a cui toccò il compito di demolire tutto il mondo fondandone uno nuovo, che non lascia più posto al mondo vecchio, dovrebbe come un maestro di scuola correre dietro ai giovani per tutte le vie segrete delle loro malizie e predicare la morale, oppure scrollare furiosamente le fradice capanne e i palazzi i quali anche senza ciò devono crollare, fin quando abbia rovesciatosopra di essi tutto il cielo insieme con tutti i ben pasciuti Dei dell’Olimpo!

Ciò può soltanto desiderare la meschina paura della creatura, poichè essa stessa manca del coraggio di scuotere da sè la lordura della vita, ma non può desiderarlo l’Uomo animoso che abbisogna soltanto di una parola, del «Logos», e in essa ha tutto e da essa crea ogni cosa. Ma perchè il possente creatore della parola, il Maestro, si è espresso soltanto occasionalmente intorno alle particolarità di quel mondo di cui egli demolì il complesso, perchè nella sua divina collera contro il tutto tradì meno la sua collera contro questa o quella parte e meno la sentì, perchè abbattè Dio dal suo trono, senza curarsi se con ciò anche tutta la schiera degli Angeli trombettieri andasse dispersa nel nulla; per questo le particolarità, e questa e quella cosa si sono di nuovo levate, e gli Angeli trascurati soffiano con ogni forza nella «tromba del Giudizio Universale». Così dopo la morte del «Re» cominciò un affaccendarsi fra i «carrettieri».

Forse che i cari angioletti non erano sopravvissuti? «I bricconcelli sono pure molto appetitosi!» Sarebbe cosa magnifica venire a un accordo con essi. Se costoro si lasciassero soltanto rendere un po’ più mondani, se si lasciassero un po’ più dirozzare in conformità della nostra idea!

 

«Voi vi librate qua e là, scendete fino a noi, movete le graziose membra in modo un po’ più mondano; davvero, la serietà vi sta molto bene: tuttavia io vorrei vedervi sorridere una volta sola; sarebbe per me un incanto eterno. Io voglio alludere a un piccolo tratto nella bocca, come fanno gli innamorati quando si guardano. Te, ragazzo lungo lungo, te io posso sopportare più volentieri; quell’aria da prete non ti sta bene, guardami dunque in modo alquanto lascivo!

 

Anche potreste andare decentemente nudi, la lunga camicia a pieghe è troppo pudica. Gli angioletti si voltano, – si può guardarli di dietro, i bricconcelli sono veramente appetitosi!»

 

La brama del Positivo s’impadronì di coloro ai quali lo spirito del secolo comandò di continuare l’opera di Hegel nei particolari; al quale compito Hegel stesso li esortò, per esempio, alla fine della sua storia della filosofia. «Io desidero che questa Storia della filosofia contenga per coloro un invito a comprendere lo spirito del tempo che si trova in noi naturalmente, e a tirarlo alla luce da quella che è la sua natura, cioè dalla oscurità in cui giace privo di vita, e metterlo in evidenza, lavorando con coscienza ciascuno al suo posto». Ma per conto proprio invece, per sè, come filosofo, egli rifiutò di soccorrere il mondo nella sua temporale miseria.

 

«In qual modo il presente, mondano ed empirico, si liberi dal dissidio che gli è proprio, come si foggi, dobbiamo lasciare al presente stesso di trovare, e non è argomento ed affare immediatamente pratico della filosofia». (Religione e Filosofia, II, 356). Egli dispiegò sul presente il cielo della libertà e quindi potè lasciare a quello di decidere se voleva volgere in su il suo sguardo indolente e fare tutto quanto il suo dovere. Diversamente egli si comportò coi suoi discepoli.

Questi appartenevano già a quel «Presente empirico chedeve trovare la via d’uscita dal dissidio che lo lacera», e dovevano aiutarlo a trovarla, essi che primi erano stati illuminati.

 

Ma essi «piagnucolavano» e diventarono diplomatici e mediatori di pace. Ciò che Hegel aveva demolito nella sua totalità, essi pensarono di ricostruirlo nelle sue singole parti; poichè Hegel stesso non si era in genere spiegato circa le particolarità e spesso nei dettagli era oscuro come Cristo. Al buio è piacevole sussurrare: ivi molte cose si possono interpretare. Buon per noi, il tenebroso decennio della barbarie diplomatica è passato.

Esso ebbe il suo buono e fu inevitabile. Noi dovemmo dapprima illuminare noi stessi e accogliere in noi tutta la debolezza del Vecchio per imparare a disprezzarla molto energicamente come nostra stessa qualità, come cosa identificantesi con noi medesimi. Dal bagno di fango dell’umiliazione, in cui siamo insudiciati dalla sporcizia della stabilità di tutti i generi, balziamo fuori rafforzati e gridiamo risorti: – Sia stracciato il vincolo tra voi e noi! Guerra per la vita e la morte! – Chi ora vuole ancora fare diplomaticamente da mediatore, chi vuole tuttora la «pace ad ogni costo», stia in guardia di non cadere sotto le spade dei combattenti e di non diventare vittima sanguinosa della sua «benpensante» mediocrità. Passato è il tempo della riconciliazione e della sofistica verso gli altri e noi stessi.

Il trombettiere soffia il pieno grido di battaglia nella sua tromba del Giudizio Universale. Questo grido colpirà ancora molte orecchie assonnate, nelle quali rimbomberà senza svegliare; molti altri penseranno che possono restare dietro il fronte di battaglia; e altri si illuderanno che si fa soltanto un chiasso inutile e che si spaccia per grido di guerra quella che è in realtà una parola di pace; ma è fatica perduta.

 

 

 

 

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