L’ANTIUMANISMO E IL POTERE DELL’UNICO II

STIRNER 6

 

 

 

 

 

 

2.Se Feuerbach continua a difendere con accanimento l’idea di un elemento che nell’individuo è al di sopra di lui, lo fa appunto per assicurare all’individuo la possibilità di un progresso verso il meglio. 

In un passo aggiunto alla replica a Stirner al momento della sua ripubblicazione qualche tempo dopo nel I volume dei propri Sämtliche  Werke  (1846) egli sembra intuire che anche nell’ambito della vita dell’uomo “egoista” si pone l’esigenza di porre qualcosa al di sopra di sé come principio di regolazione e di orientamento: «ciò che io posso essere, ciò che posso fare mi si presenta necessariamente, non essendo ancora realizza-to, come più alto di ciò che io sono e faccio».

Il riferimento a una concezione forte dell’essenza non sembra quindi necessario.

 

Feuerbach mostra di volersi appropriare, almeno per certi a-spetti, degli insegnamenti dell’unico. Respinge l’accusa di es-sersi limitato nell’Essenza del cristianesimo a porre al posto di Dio un’entità astratta e rivendica persino il merito di aver fatto valere l’individualità nell’atto stesso che proclamava la verità della sensibilità. 

 

Questa  auto interpretazione di un testo ancora largamente permeato di residui idealistici lascia alquanto per-plessi, ma attesta comunque l’intenzione di procedere a una valorizzazione dell’individualità sulla strada aperta da Stirner.

 

È probabile che della scarsa verisimiglianza della propria interpre-tazione si rendesse conto lo stesso Feuerbach, se in un passo,anch’esso appartenente alla seconda redazione della “Replica”,ammette di aver trattato, nel suo scritto sul cristianesimo, del-l’essenza umana come di una potenza divina (ovvero come di un insieme di potenze che nell’uomo sono superiori all’uomo), e spiega questa sua posizione con l’intento particolare dello scrit-to.

 

Esso intendeva fornire una spiegazione della genesi della religione a partire dalle «condizioni psicologiche che determina-vano l’uomo a distinguere da sé, e a porre sopra di sé come se fossero potenze divine, la sua essenza e le sue proprietà»; di-versamente egli si sarebbe comportato se si fosse proposto di scrivere «un saggio filosofico sul rapporto tra predicati umani e soggetto umano o tra essenza umana e io umano».

 

Feuerbach non scrisse in seguito nessun saggio filosofico sul rapporto tra essenza umana e soggetto individuale, restando fedele al suo compito storico di critico della religione. Tuttavia in alcune rielaborazioni di questo tema possiamo riconoscere una progressiva assimilazione di alcune istanze del pensiero di Stir-ner.

 

Un tacito confronto con Stirner viene ristabilito nelle Vorlesun- gen  del 1848, dove il sentimento di dipendenza, in cui risiede-rebbe l’inattaccabile verità di fondo della religione, è considera-to non contrastante con l’«egoismo» ma anzi strettamente lega-to a un impulso auto affermativo. Se è vero, argomenta Feuer-bach, che nel sentimento di dipendenza avverto la mia dipen-denza da uno più potente, la potenza esterna è incapace di esercitare su di me un’influenza se non interviene una potenza interna, un motivo o un interesse egoistico.

 

È interessante constatare come qui Feuerbach cerchi di recu-perare la centralità dell’ego senza pregiudizio, e anzi all’internodi legami di appartenenza, che uniscono in questo caso il sin-golo non semplicemente al genere ma all’intero universo.

 

Nei più tardi scritti etici (1866-68) possiamo constatare una net-ta evoluzione nel modo di concepire il rapporto tra genere e individuo e Feuerbach arriva a professare una sorta di indivi-dualismo. Le tesi dell’antico avversario vengono ora in certa misura fatte proprie, anche se messe sul conto del proprio sen-sualismo.

 

Nell’affrontare la questione della imputabilità delle azioni, egli prende le distanze da quelle teorie dell’imputazione, sia giuridi-che che di senso comune, che basano la condanna di determi-nati comportamenti sul presupposto di un’uguaglianza dell’es-senza degli uomini malgrado le loro diversità individuali.

 

 

Il dovere che ciascuno crede di poter imporre agli altri non è altro che il proprio essere identifi-cato arbitrariamente con la propria specie.

 

L’individualità che la filoso-fia idealistica, da Kant a Hegel, ha sacrificato, viene riabilitata dal sensualismo. Essa non si estende solo alle caratteristi cheattraverso cui mi differenzio dagli altri, ma anche alle qualità che «penso comuni e comprendo nel concetto generale di uo-mo».

 

L’obbiezione che Stirner aveva fatto valere contro di lui affermando che «il fatto che sia-mo uomini ha significato solo in quanto è una delle nostre quali-tà» sembra qui accolta. Tuttavia l’accento resta notevolmente diverso.

 

Feuerbach non direbbe come fa Stirner che il fatto di essere uomini è «il meno che ci appartiene», né che «io sono per me il mio genere, sono senza norma, senza legge,senza modello». 

 

Il rapporto con l’altro e con la sua felicità è costitutivo dell’individuo. Questi non obbedisce esclusivamente a un impulso verso la propria felicità ma è animato in pari tem-po da un impulso verso una felicità comune.

 

La possibilità di un’opposizione in linea di principio tra il perseguimento della propria felicità e quella generale, che può richiedere abnega-zione, non viene contemplata. Se il genere non viene più con-trapposto all’individuo, è perché questi ha assorbito in sé le istanze del genere, le quali definiscono l’ambito delle sue possi-bilità e le regole di normalità.

 

In tal modo la forma di indi-vidualismo professata da Feuerbach non fuoriesce del tutto dal quadro di quell’essenzialismo per cui l’individualità, invece di costituire il fondamento ultimo della nostra esistenza, ci è data,ovvero è data al nostro fondamento comune.

 

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