LE COSE PROSSIME

VIANDANTEOMBRA

Il superamento del cristianesimo in quanto promesse de bonheur non mantenuta, profezia di pace e di serenità sfumata è un tema che Nietzsche introduce nel secondo dialogo dopo averlo sviluppato nell’ultimo aforisma di Il viandante e la sua ombra.


Il dialogo finale tra il viandante e l’ombra è una ‘visione’. Visione nel senso di profezia. Il suo scopo è comunicare l’annuncio: ‘essere buoni vicini delle cose prossime’. Questo deve essere il motivo ispiratore dell’agire e del pensare futuro. Tale principio, nuova promesse de bonheur, dovrà riuscire là dove è fallito l’auspicio evangelico per una pace di gioia tra gli uomini ricordato nell’aforisma.
È importante sottolineare che ‘essere buoni vicini delle cose prossime’ è un motto solo in apparenza conciliante e caldo. Esso invita a un sentimento di vicinanza, ma in nessun modo a un sentimento di trasporto irrazionale. Esso induce a pensare a una forma di controllo sulle cose, allude a una distanza di sicurezza che preservi dalla sofferenza del disincanto che potrebbe derivare da un trasporto eccessivo verso le cose prossime, da un attaccamento irrazionale, fideistico ad esse.
Va notato poi, il doppio significato sia spaziale sia temporale del termine ‘prossimo’. ‘Prossimo’ indica un fatto, un oggetto che rientra immediatamente nelle nostre possibilità percettive, ma può significare anche ciò che sta per accadere in un futuro vicino.

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L’idea della vicinanza alle cose prossime implica un’attenzione per la corporeità e rimanda a una dimensione progettuale, creativa che s’inscrive nell’ordine dell’effettivamente realizzabile e non del meramente ipotetico e ideale. Prossimità e possibilità creativa sono legate tra loro: l’attenzione alle cose vicine apre la strada all’attività proiettiva, produttiva e all’apertura di un futuro possibile. Il futuro, la prossimità temporale è generata dalla prossimità spaziale-corporea.
Se il fallimento della promessa cristiana deriva dalla proiezione della promessa in una dimensione remota, il rimedio deriverà dalla rinuncia a perseguire un fine troppo lontano. Nel corso del tempo, le cose remote sono diventate pesanti come catene e impediscono agli uomini la vicinanza a ciò che è prossimo.
A questo punto è necessario chiarire il significato dell’espressione ‘cose remote’ e il simbolismo delle ‘catene’. E poiché qui, come nell’aforisma che precede il dialogo finale, entra in gioco il tema dell’abbandono della condizione animale da parte dell’uomo, bisognerà precisare allora, che cosa intenda qui Nietzsche per ‘animale’ e ‘animalesco’.
Quando Nietzsche afferma che bisogna separarsi dagli animali, intende dire che bisogna separarsi innanzi tutto dal lato servile della loro natura. È un aspetto specifico dell’animalità che Nietzsche depreca e precisamente quello che scaturisce dalla relazione dell’animale con l’uomo. L’animale diventa tale solo quando è al servizio dell’uomo: “il cane” dice il viandante, solo “come servo degli uomini diventa cane”. Nietzsche qui si serve del concetto di animalità per esprimere quello di servitù a cui è pure legata la metafora delle catene.
Nell’epilogo del colloquio, nell’ombra è paragonata al cane. L’ombra-cane deve cessare di sentire le catene, che sono le idee morali, religiose e metafisiche, per tornare ad essere la non servile ombra del corpo. Nietzsche vuole dire: si è tanto animali quanto più si è spirituali. Ovvero: quanto più si è spirituali tanto più si è asserviti a ciò che è remoto. Lo spirituale, nel senso deteriore in cui lo intende Nietzsche, rappresenta l’incapacità di vedere e di comprendere ciò che è vicino. Tale incapacità deriva dall’asservimento al remoto sovrasensibile. Solo la liberazione dalle catene della razionalità negativa dell’astrazione permette di accedere alle cose prossime.

 

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Contro ogni apparenza, Nietzsche vede l’animalità proprio nell’adesione e nella totale dedizione all’ideale. Tale dedizione è una condizione ancora più servile perché non solo costringe gli uomini alla lontananza dalle cose prossime, ma soprattutto impedisce loro di prendere piacere ad esse. Prendere piacere a qualcosa che finalmente non sia la promessa ultramondana del Cristianesimo, remota e, in definitiva, irraggiungibile. Nietzsche pertanto, sembra voler concludere che non provare piacere, negarsi il piacere è animale.

 

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L’ombra che dilegua nella scena finale è l’ombra-cane, l’ombra-anima incatenata alla dimensione metafisica e astratta. Essa decide di tramontare quando comprende e perché comprende finalmente i propri limiti e le ragioni del corpo. In questa cornice teorica si chiarisce il paradosso dell’ultimo desiderio dell’ombra, lo stesso che un tempo Diogene di Sinope espresse ad Alessandro: l’ombra invita il viandante a spostarsi dal sole. Il viandante chiede all’ombra: “cosa desideri?” E l’ombra risponde: “Che tu ti sposti un pochino dal mio sole”. L’ombra chiede al viandante l’impossibile e con questa richiesta suicida afferma che il corpo è qualcosa di inaggirabile. Nel dialogo nietzscheano la richiesta si rivela in tutta la sua paradossale impossibilità: se il viandante si spostasse dal sole l’ombra svanirebbe. Questo per dire che il corpo è il fondamento senza il quale è impensabile l’ombra in quanto pensiero, linguaggio, ragione. Il paradosso conclusivo suggella l’affermazione del primato del corpo. Assistiamo così allo struggente cupio dissolvi dell’ombra il cui messaggio è: “voglio essere solo corpo, ne ho abbastanza di essere considerata platonicamente una mera parvenza contrapposta al reale sovrasensibile del mondo dietro al mondo.”

 

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L’abbandono della catene non implica l’abbandono della ragione in generale, ma solo della ragione che vuole rinnegare la sua corporeità lanciandosi in un vuota corsa verso la trascendenza, in preda a un ascetico fanatismo dello scopo. La filosofia del mattino che seguirà al tramonto dell’ombra platonica si fonderà sull’intelligenza delle cose prossime, sulla ‘grande ragione del corpo’ per la quale ogni attimo, ogni cosa prossima è l’unico scopo.

 

 

 

 

 

 

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