LE TRE METAMORFOSI

VERSO

In questo capitolo si analizzerà il rapporto fra l‟Übermensch e il popolo eletto, cioè il popolo che è designato a realizzar-lo concretamente nella storia, e che viene descritto già nel-la quarta parte della “Prefazione” di Così parlò Zarathustra. La scelta del titolo è dettata dalla necessità di chiarire che la nascita dell‟Übermensch è legata principalmente alla vo-lontà di tale popolo, oltre che di Zarathustra, e non a una necessità trascendente e indipendente dalla volontà dell‟uomo.

Si è preferito usare il termine di ideologia nel sen-so positivo di un discorso che vuole persuadere un determi-nato gruppo di individui a seguire una certa dottrina fonda-mentale.
Tuttavia per il proseguimento del capitolo sarà utile analiz-zare prima il discorso “Delle tre metamorfosi”, che è il primo della prima parte, e quindi è situato tra i discorsi tenuti da Zarathustra alla folla e quelli riservati ai suoi discepoli. Esso ed è diverso da tutti gli altri discorsi in quanto non fa alcun riferimento a persone o cose particolari, ma soltanto alle tre figure del cammello, del leone e del fanciullo. E‟ noto infatti come inizia: “tre metamorfosi io vi nomino dello spirito: co-me lo spirito diventa cammello, e il cammello leone, e infine il leone fanciullo”, e come a queste figure corrispondono ri-spettivamente lo spirito venerante, lo spirito libero e lo spirito creatore. Questo significa che il discorso delle tre metamor-fosi deve valere in generale per ogni elevazione dello spirito e che qui è racchiusa la dialettica interna alla filosofia di Nietzsche, le tre metamorfosi non essendo altro che i tre momenti necessari di questa dialettica.
Che cos‟era infatti lo spirito prima di diventare cammello, cioè uno spirito venerante? Questo lo si capisce solo nella terza parte, nel discorso “Dello spirito di gravità”, quando Zarathustra racconta che al bambino vengono insegnati, at-traverso le parole di bene e male, dei valori uguali per tutti che alla lunga gli si rivelano estranei e pesanti, fino a farlo stancare dell‟esistenza:
invece è l‟uomo che è per se stesso un grave fardello! E questo perché si trascina dietro sulle spalle troppe cose e-stranee. Simile al cammello, egli piega le ginocchia e si la-scia caricare ben bene.
Specialmente l‟uomo robusto e paziente, nel quale abita la venerazione: troppe parole e valori estranei e grevi ha cari-cato su di sé, – e ora la vita gli sembra un deserto!
Così il cerchio si chiude in quanto, se lo spirito diventa cammello, è solo perché c‟è un peso che può essere porta-to, e questo peso è un‟invenzione dello spirito di gravità che viene ricevuto in eredità dai genitori e poi passato ai figli. Il discorso delle tre metamorfosi deve essere interpretato in questo modo, cioè come un ciclo, anche per un altro moti-vo, e cioè per non essere in contraddizione con la teoria dell‟eterno ritorno, di cui Zarathustra è il maestro, anche se questa fosse solo un pensiero e una possibilità. Va ricordato che la teoria del ritorno eterno di tutte le cose si fonda sul fatto che non ci può essere uno stato finale senza divenire, perché altrimenti, in un tempo infinito, il mondo avrebbe già dovuto raggiungerlo, ma questo vuol dire che anche il dive-nire dello spirito è infinito, e precisamente nella modalità in-dicata dalle tre metamorfosi.
La dialettica dello spirito ha quest‟andamento perché la vo-lontà dell‟uomo è la volontà di potenza che, nelle varie me-tamorfosi, si trasforma rispettivamente nella volontà di di-ventare più forte, nella volontà di libertà e nella volontà di creare. La volontà di potenza è il principio del divenire, è il principio che presiede ad ogni divenire, cioè ad ogni tra-sformazione, espansione, e movimento degli enti, ed è un principio che vale per ogni cosa che diviene, sia essa corpo o spirito, mentre tutto ciò che tende a stabilizzarsi e a restare fermo si può spiegare come un difetto di questa volontà. Se nel precedente capitolo si è operata la distinzione tra gli uo-mini superiori, responsabili dell‟evoluzione e del potenzia-mento della specie, e la massa stabilizzata, adesso si può spiegare la stessa differenza con la volontà di potenza, il principio di tutto ciò che diviene, contrario ad ogni stabilità e perdurare nell‟essere. Così il gregge, i buoni e i deboli non solo sono esclusi da ogni divenire dello spirito, ma lo osta-colano apertamente:
Colui che crea, essi odiano massimamente: colui che spez-za le tavole e gli antichi valori, colui che infrange e che essi chiamano delinquente.

I buoni, infatti, non sono capaci di creare: essi sono sempre il principio della fine:-
– essi crocifiggono colui che scrive valori nuovi su tavole nuove, essi immolano a se stessi l‟avvenire, – essi crocifiggo-no ogni avvenire dell‟uomo!

Tutto ciò che diviene, vuole diventare più forte, mentre tutto ciò che non vuole diventare più forte, non diviene veramen-te ma si stabilizza. All‟obiezione che, secondo Nietzsche, l‟unica certezza fondamentale è che tutto è nel flusso del di-venire e non c‟è nulla che permane senza mutamento, si può rispondere che il divenire è di più specie, e che il vero divenire è soltanto quello in cui lo stato che viene raggiunto rappresenta una effettiva novità rispetto a quello iniziale. E‟ il concetto di novità che determina il divenire autentico, che quindi non deve essere una ripetizione di qualcosa che è ancora precedente allo stato iniziale, perché in questo caso non sarebbe più un divenire, ma solo un ritornare.
Chiarito che il divenire dello spirito ha un andamento cicli-co, con la prima metamorfosi Zarathustra stabilisce una di-stinzione importante tra lo spirito nel quale abita la venera-zione, lo spirito devoto, e, sottointeso, lo spirito che non è in-cline, non è forte abbastanza per portare il peso fin dentro nel deserto come un cammello. La distinzione tra devoti e non, tra chi è pronto a perire per la propria virtù, e chi inve-ce pensa solo alla felicità momentanea, è la stessa della “Prefazione” tra chi tramonta verso l‟Übermensch e chi tra-monta all‟indietro, verso l‟ultimo uomo.
Questo vuol dire che Zarathustra si attende la creazione dei nuovi valori da una categoria particolare di uomini, i devoti o i loro figli, e dall‟altra che la liberazione che gli interessa, essendo subordinata alla nuova creazione, è solo quella dei devoti. Egli infatti non è un profeta della liberazione per tutti, e anche la liberazione dai vecchi valori, per la quale usa l‟espressione „autosuperamento‟, la augura solo a quelli che possono perire per essi, e non a chi non li ha ancora interio-rizzati al punto di rischiare di perirne. A tal punto gli è estra-nea la volontà di liberare tutta l‟umanità dalla morale, che dalla casta dominante dell‟avvenire vuole addirittura l‟invenzione di nuove religioni e sistemi a seconda della po-sizione che l‟individuo ha all‟interno della gerarchia.

Ora, se fin dall‟inizio viene fatta questa distinzione fonda-mentale, è chiaro che alla fine, all‟ultima metamorfosi, per-verranno in pochissimi. Il fanciullo infatti è colui che crea nuovi valori non per sé, o non solo, e neanche per tutti, ma per tutti quelli che vogliono ancora essere devoti, per coloro nei quali abita ancora la venerazione. La liberazione dai vecchi valori non è sempre accompagnata dalla creazione dei nuovi valori necessari per vivere, e a coloro che riman-gono solo dei leoni arrabbiati sarà necessario insegnare una nuova fede, prima che tornino ad essere i devoti della vec-chia.
Quindi, se le tre metamorfosi sono necessarie l‟una all‟altra, e in quel preciso ordine, non c‟è alcuna necessità che il di-venire dello spirito dell‟individuo sia completo e giunga fino all‟ultima metamorfosi.
Anzi, proprio perché lo spirito non si trasforma continuamen-te nelle tre figure, ma si stabilizza in ognuna di esse, è possi-bile istituire una gerarchia, dal livello più basso, di quelli che non riescono neanche ad essere devoti, a quelli che riesco-no solo ad essere devoti, che al massimo possono cambiare fede, ma non possono non averne una, a quelli che riman-gono prigionieri della loro libertà e dell‟indipendenza con-quistata, gli spiriti liberi e gli scettici, fino ai creatori dei nuovi valori. Il cerchio si chiude dal momento che questi ultimi creano per sé, ma anche per gli altri, per i devoti, un nuovo bene e male, una nuova legge, e poi la possibilità di una nuova ribellione, un nuovo superamento, e quindi una crea-zione ancora superiore.
E‟ chiaro che alla divisione tra devoti e non corrisponde quella tra popolo eletto e plebe, mentre dall‟altra è chiaro che anche all‟interno di questo popolo ci saranno delle di-stinzioni a seconda della forza dello spirito degli individui che lo compongono.

 

 

 

 

 

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