L’ESSENZA NICHILISTICA DEL TUTTO

PARRICIDIOPLA

Dopo la fine dell’antropocentrismo è la stessa materia a perdere il ruolo centrale nell’universo. La materia è solo una possibilità del nulla, che è origine e fine di tutte le cose.
L’uomo è un colonizzatore del nulla, i nostri mondi li edifichiamo su quest’abisso, un abisso che ci rende possibili, e il nostro sguardo, come quello di Leopardi, è solo uno sguardo dal nulla.


Laddove pare, quindi, che il discorso leopardiano conduca a contraddizioni, dobbiamo considerare che il suo percorso umano, filosofico e poetico vivono di quella contraddizione che è insita nell’esistenza e che proprio perciò un pensiero senza mescolanza non solo è controproducente, ma nemmeno si avvicina al vero:

“Nessun maggior segno d’essere poco filosofo e poco savio, che volere savia e filosofica tutta la vita”.

Leopardi quindi, con il suo pensiero abissale, con la sua filosofia dolorosa ma vera, è riuscito, più di chiunque altro, a vivere le contraddizioni dell’esistenza e a farne un sistema in cui non esistono contraddizioni se non quelle insite nel fatto stesso di esserci.
Severino dedica al recanatese due libri di volume notevole che costituiscono, insieme, un’unica trattazione a distanza di sette anni l’uno dall’altro: Il nulla e la poesia e Cosa arcana e stupenda, proprio perché ritiene che Leopardi sia uno dei grandi pensatori dell’Occidente poiché “apre e fonda la dimensione in cui si muove l’intera filosofia contemporanea (spesso dimentica di tale fondazione), e quindi si mette in condizione di comprendere l’inevitabilità del fallimento della tecnica, verso il paradiso della quale la nostra civiltà si sta portando”.
Per Severino tutta la storia dell’Occidente è la storia del nichilismo inteso come l’essere che si identifica col nulla. Tale pensiero nichilistico prenderà consistenza e consapevolezza solo però a partire da Leopardi, che egli perciò indica come il primo nichilista della storia prima ancora di Nietzsche che invece gli deve essere profondamente debitore. Prima di ciò il nichilismo era solo a livello inconscio, non trovava, nei pensatori che dovevano dargli forma, lo slancio per uscire allo scoperto.

Eschilo apre, insieme a pochi altri, quello che sarà il cammino dell’Occidente, ovvero, per dirlo con Parmenide, apre il “sentiero della Notte” in cui è dispiegata l’essenza dell’Errore. La grandezza di tale inizio sfugge alle civiltà che ne sono dominate. Leopardi suggella il principio della fine, egli apre l’ultimo tratto del “sentiero della Notte”, cioè “l’età della tecnica”. Parmenide ci aveva indicato il sentiero da fuggire e noi l’abbiamo percorso. Eschilo e Leopardi, vicini e distanti, per l’uno “la verità immutabile è il rimedio del dolore provocato dall’annientamento della vita. Leopardi, per primo, pensa che la verità è appunto l’annientamento della vita e delle cose, e che quindi non può essere il rimedio del dolore. La verità è il dolore”.
Leopardi, cogliendo l’essenza nichilistica del Tutto, diventa, oltre al primo vero nichilista dell’Occidente, ancor prima del pensiero di Nietzsche, anche il primo pensatore della tecnica odierna. Con Leopardi l’unico rimedio che può contrapporsi al nulla non può più essere la verità immobile ed eterna del tutto esistente, ma l’illusione della poesia.
Nella dimensione piena del nichilismo non vi è più salvezza, ogni cosa è destinata ad essere inesorabilmente annientata e l’universo stesso a spegnersi.

 

“Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro meravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi”

Questo «silenzio nudo» e quella «quiete altissima» che «empieranno lo spazio immenso» “sono il silenzio e la quiete relativi ai suoni e ai moti di questo universo, giacché questo universo è stato preceduto e sarà seguito da infiniti altri universi”.
L’esistenza che non è mai iniziata e mai finirà, è il divenire infinito della natura, che se pur ad ogni primavera rinvigorisce, continuamente invecchia.
Possiamo allora dire che “La «natura» è il circolo infinito dei circoli finiti in cui ogni universo o mondo consiste”.
Questa considerazione della natura leopardiana può essere rapportata al frammento di Eraclito che dice “Il kósmos, lo stesso per tutti, nessuno degli dèi lo fece né degli uomini, ma sempre era, ed è, e sarà fuoco semprevivo, che con misura si accende e con misura si spegne”
Il cosmo di Eraclito inteso come «fuoco sempre vivo» è chiamato anche physis, che, come abbiamo visto, ama nascondersi».
Scrive Severino:

“L’alternanza infinita di produzione e distruzione dei mondi – dell’accendersi e dello spegnersi del fuoco sempre vivo – è l’eterno sopraggiungere di nuovi mondi dopo la distruzione dei vecchi, l’infinito rinverdire della natura”.
La «natura» eterna del divenire quindi è il processo di produzione e di distruzione di universi finiti, compreso il nostro, come dice Leopardi nel Dialogo della Natura e di un Islandese:

“[…] la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra se di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento”.

Tale «perpetuo» circolo di produzione e distruzione del nostro universo, come di tutti gli altri, non è eterno ma dura sino a che «questo universo» che continuamente invecchia non perisce del tutto.
Quando Leopardi parla dell’eternità del divenire ossia dell’eternità della natura, intesa come «perpetuo circolo di produzione e distruzione», parla della phýsis dei primi pensatori greci.
Ora, Aristotele interpreta la phýsis dei primi pensatori greci come materia ( λη)57, la quale è ciò che sempre si conserva, e che quindi sta a fondamento di qualsiasi “trasmutazione delle sue affezioni”. Aristotele afferma che la λη dei primi pensatori è phýsis sempre salva, ossia, sempre salva dal niente, a differenza delle determinazioni del mondo, che vengono tutte prodotte e distrutte. Leopardi in Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco, rifacendosi al pensiero di Stratone, afferma, concordemente con Aristotele:

 

“Le cose materiali, siccome elle periscono tutte ed hanno fine, così tutte ebbero incominciamento. Ma la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza ab eterno. Imperocché se dal vedere che le cose materiali crescono e diminuiscono e all’ultimo si dissolvono, conchiudesi che elle non sono per sé né ab eterno, ma incominciate e prodotte, per lo contrario quello che mai non cresce né scema e mai non perisce, si dovrà giudicare che mai non cominciasse e che non provenga da causa alcuna”.

Se «le cose materiali», sono soggette al circolo di produzione e distruzione, la materia in sé non ha né inizio né fine, ossia è «eterna». Insomma, sono prodotti e distrutti « infiniti mondi nello spazio infinito della eternità», il quale spazio infinito è appunto la materia, quello «spazio immenso» nominato nel Cantico del gallo silvestre, che «un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno» quando l’esistenza del nostro universo «sarà spenta».
Tali affermazioni compaiono già nel pensiero dello Zibaldone Leopardi:

“Tutto è nulla al mondo, anche la mia disperazione, della quale ogni uomo anche savio, ma più tranquillo, ed io stesso certamente in un’ora più quieta conoscerò la vanità e l’irragionevolezza e l’immaginario. Misero me, è vano, è un nulla anche questo mio dolore, che in un certo tempo passerà e s’annullerà, lasciandomi in un vôto universale e in un’indolenza terribile che mi farà incapace anche di dolermi”.

 

 

 

 

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