L’ESSERE NON È BUONO

NON ESISTE

 

 

 

 

 

 

Con questa tesi emerge un altro nesso tra nichilismo e violenza, in aggiunta a quelli già segnalati.

6.1. Infatti, per alcuni nichilisti una parte del mondo è ontologicamente male, ed in essa sono compresi alcuni esseri umani, che dovrebbero essere schiavizzati o suicidarsi o essere uccisi.

Per quanto concerne la schiavitù, essa è la “condizione di ogni civiltà superiore, di ogni elevazione della civiltà”, dunque “A rischio di dispiacere a orecchie innocenti, questo è per me un fatto: […] a esseri ‘quali noi siamo’ altri esseri debbono per natura restare sottomessi e sacrificare se medesimi”

Per quanto riguarda la giustificazione del suicidio di tali esseri umani, “Ciò che […] è da condannare oltre ogni dire sono i mezzi termini, equivoci e vili, di una religione, come il cristianesimo, o meglio della Chiesa: che, invece di incitare alla morte e all’autodistruzione, protegge e fa moltiplicare tutto ciò che è fallito e malato. […]

Non si potrà mai condannare abbastanza il cristianesimo per aver tolto pregio al grande movimento nichilistico purificatore, quale forse era già sulla via di attuarsi, con l’idea dell’immortalità della persona privata e del pari con la speranza della resurrezione: insomma sempre impedendo l’atto del nichilismo, il suicidio”

Per quanto riguarda la giustificazione del loro omicidio: “i deboli e i malriusciti devono perire, questo è il principio del nostro amore per gli uomini […]. Che cos’è più dannoso di qualsiasi vizio? Agire pietosamente verso tutti i malriusciti e i deboli –il cristianesimo”. La colpa imperdonabile del cristianesimo è l’aver proclamato l’uguaglianza e la dignità intangibile di tutti: “un altro concetto cristiano […] folle” è “il concetto dell’uguaglianza delle anime di fronte a Dio. È dato con esso il prototipo di tutte le teorie della parità dei diritti”e così “la morale [cristiana] ha preservato […] i disgraziati attribuendo a ciascuno un valore infinito”. Perciò “il cristianesimo è il principio opposto a quello della selezione.

Se il degenerato e il malato […] devono avere altrettanto valore del sano […] allora il corso naturale dell’evoluzione è impedito. […] Questo amore universale per gli uomini è in pratica un trattamento preferenziale per tutti i sofferenti, falliti, degenerati: esso ha in realtà abbassato la forza, la responsabilità, l’alto dovere di sacrificare uomini. […] La specie ha bisogno dell’eliminazione dei falliti, deboli, degenerati; ma proprio a questi ultimi si rivolse il cristianesimo […]. Che cos’è la ‘virtù’ e l’ ‘amore per gli uomini’ nel cristianesimo, se non appunto questa reciprocità nel sostegno, questa solidarietà dei deboli, questo ostacolo frapposto alla selezione? […] La vera filantropia vuole il sacrificio per il bene della specie. […] E questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo, vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato”.

Ancora: “la legge suprema della vita […] vuole che si sia senza compassione per ogni scarto e rifiuto della vita; che si distrugga ciò che per la vita ascendente sarebbe solo ostacolo, veleno, cospirazione sotterranea, ostilità –in una parola cristianesimo–; è immorale nel senso più profondo dire ‘non uccidere’ ”. In effetti, “l’idea dell’ ‘uguale valore degli uomini di fronte a Dio’ nuoce straordinariamente: si vietano azioni e sentimenti che, in sé, appartengono alle prerogative dei forti –come se fossero indegni dell’uomo. […] La confusione giunge al punto che si bollano con i nomi più ingiuriosi i [veri] grandi virtuosi della vita”.

Tuttavia, come accenneremo fra poco, si può replicare a questi nichilisti che il male non è una sostanza, dunque non ci sono esseri (umani e non) ontologicamente malvagi.

Se invece i malriusciti sono considerati non già ontologicamente nefasti bensì moralmente malvagi, nel senso che volontariamente intralciano la volontà di potenza, si può rispondere, in modo non esaustivo, che chi è nato malriuscito non ha colpa morale del suo stato, dunque non è vero che intralcia volontariamente la volontà di potenza stessa.

Se poi i malriusciti sono considerati moralmente colpevoli non già del loro nascere malriusciti, ma del loro autoconservarsi, cosicché essi dovrebbero suicidarsi o essere uccisi, e se sono considerati colpevoli coloro che li hanno concepiti, bisogna discutere (cosa che qui non facciamo) l’eugenetica: “In tutti i casi in cui un figlio sarebbe un delitto […] è da prescrivere che la procreazione venga impedita. […] Mettere un figlio in un mondo in cui uno non abbia lui stesso diritto di stare, è peggiore che togliere la vita a qualcuno”, perciò “la società deve, in numerosi casi, prevenire la generazione; a tal fine le è lecito tener pronte […] le più dure misure di costrizione, soppressione di libertà e, in determinati casi, castrazioni”.

6.2. Per altri nichilisti il mondo intero (e non già solo una sua parte) è una waste land, non ha valore positivo bensì disvalore, e perciò dev’essere distrutto.

È la tesi di certi terroristi, oltre che di alcuni pensatori: “un nichilista è colui che, del mondo qual è, giudica che non dovrebbe essere e, del mondo quale dovrebbe essere, giudica che non esiste”. Per esempio, in Schopenhauer, secondo Nietzsche, “L’istinto nichilistico dice di no; la sua affermazione più attenuata è che non essere è meglio di essere, che la volontà del nulla ha più valore della volontà di vivere; quella più rigorosa è che il nulla è la cosa più desiderabile, che questa vita, come opposto del nulla, è assolutamente priva di valore: […] una cosa abietta”.

È la tesi, nella sua formulazione estrema, condensata in quell’aforisma con cui Engels ritiene (non ci interessa qui se a torto o ragione) di compendiare la dialettica hegeliana: “tutto ciò che esiste merita di morire”. Ma, forse, è già il senso di una sentenza, attribuita al dio Sileno, riguardante l’uomo: “Stirpe miserabile ed effimera, figlio del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la seconda cosa migliore per te è: morire presto”. Insomma, “è funesto a chi nasce il dì natale”.

Ecco allora che, andando oltre Nietzsche, “Non potendo creare, perché ciò è proprio solo di Dio, l’uomo del nichilismo radicale scimmiotta l’assoluto de-creando, cioè devastando la creazione, in particolare uccidendo gli altri esseri umani ed uccidendosi.

In effetti, il suicidio, in aggiunta alla già menzionata finalità di purificazione dell’umanità dai malriusciti, assume almeno altri due scopi.

Da un lato, se Dio esiste, “Se l’uomo non può essere principio del proprio esistere, che almeno sia principio del proprio morire, della propria fine” cosicché “Forse l’uomo del nichilismo può vedere nel suicidio quasi il surrogato possibile di quell’impossibilità assoluta ma intensamente desiderata, di uccidere Dio”: non potendo uccidere Dio, decide “di mettersi al suo posto”.

Dall’altro, dal nichilismo che pensa che Dio non esista, il suicidio viene concepito proprio come dimostrazione dell’inesistenza di Dio e dell’assolutezza dell’uomo. Come dice Kirillov (che Nietzsche definisce “magnanimo” facendo un’analisi del suo discorso) ne I demoni di Dostoevskij: “Se non c’è Dio, io sono un dio. […] Se c’è Dio, tutta la volontà è sua, e sottrarmi alla sua volontà io non posso”, perciò “io mi uccido per mostrare […] la mia paurosa libertà” e dunque che Dio non esiste (si racconta che, sempre con lo scopo di dimostrare l’inesistenza di Dio, Mussolini abbia sfidato pubblicamente Dio ad annientarlo).

Ora, per rispondere alla tesi dell’incompossibilità dell’esistenza di Dio e della libertà umana bisognerebbe svolgere a lungo il senso di un passo del Diario di Kierkegaard: l’esistenza di Dio non contrasta con la libertà umana, anzi è la sua condizione di possibilità, perché “soltanto l’Onnipotente può rendere veramente liberi.

Questo sembra strano, perché l’onnipotenza di Dio dovrebbe comportare la dipendenza di tutto ciò che è altro da Dio. Invece, soltanto l’Onnipotente è assolutamente perfetto, quindi non guadagna e non acquisisce nulla dal rapporto con ciò che è altro da sé, e perciò può lasciare la libertà. Soltanto l’Onnipotente può essere puro dono, perché egli è colui che non ha bisogno di altro, quindi non istituisce nessun rapporto di dipendenza e dunque può creare libero l’uomo.

Inoltre, la “prova” di Kirillov in realtà non dimostra nulla, perché Dio di certo non si piega ai diktat dell’uomo, non asseconda le sue sfide e lo lascia a tal punto libero da consentirgli di vilipenderlo e di suicidarsi.

Quanto alla distruzione della realtà, essa avviene sia compiendo attentati, sia corrompendo l’ethos morale, come dicono i nichilisti descritti da Dostoevskij (sempre ne I demoni), che spiegano chi sono “i nostri”, cioè quelli che concorrono alla loro causa nichilista: “il maestro che, coi bambini, irride a Dio e alla loro patria, è già dei nostri. L’avvocato che difende l’assassino istruito, dicendo che è più evoluto delle sue vittime e dicendo che, per procacciarsi denaro, non poteva non uccidere, è già dei nostri. Gli scolari che ammazzano un contadino per provare delle sensazioni sono dei nostri. I giurati che assolvono i delinquenti uno dopo l’altro sono dei nostri. Il pubblico ministero che in tribunale teme di non essere abbastanza liberale è dei nostri”.

Quanto alla tesi sulla negatività di tutto l’essere si può rispondere, di nuovo, che se le parole del nichilista hanno un senso, avere senso è un valore positivo e non un disvalore.

Inoltre, con Agostino, si può rilevare che il male non è sostanza. Ad esempio, la malattia è privazione-assenza di salute, la morte è privazione-assenza di vita, la sofferenza è privazione-assenza della serenità dell’animo. Così, alla domanda “che cos’è il male?”, Agostino (sulla scorta di Plotino), Dionigi l’Areopagita e Tommaso, rispondono che il male è assenza di un bene, privazione; può sembrare paradossale ed è certamente antintuitivo, ma ciò significa che il male non è una cosa, non è un essere: il male non è il processo di privazione di un bene, bensì il risultato della privazione, dunque il male non è, almeno dal punto di vista ontologico.

E dal punto di vista fisico (che è un sottoinsieme del punto di vista ontologico), il male è la privazione-assenza di una caratteristica-bene fisico che appartiene per natura ad una cosa: la cecità è un male fisico per un uomo, ma non per una pietra, dato che la vista è una caratteristica della natura dell’uomo e non della pietra.

Inoltre, c’è una priorità del bene sul male e qualora un ente perdesse tutto il suo bene non esisterebbe. Per esempio, la vita esiste di per sé senza morte, la morte toglie la vita e non potrebbe subentrare alla vita se prima non ci fosse stata appunto la vita; la vista esiste senza la cecità e quest’ultima non può esistere senza la vista, ecc.

Se poi il “merita” dell’affermazione “tutto ciò che esiste merita di morire” è la conseguenza di una colpa morale, allora, anche qualora gli esseri umani avessero tutti commesso una colpa tale da meritare come castigo l’annientamento del genere umano, resterebbe vero nondimeno che gli enti non liberi non possono scegliere e dunque non possono essere moralmente colpevoli di alcunché, dunque non meriterebbe di morire tutto l’essere.

 

 

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