L’ETERNO RITORNO DELL’IDENTICO E LA RIPETIZIONE DEL SÉ III

UROBOUS

 

 

 

 

 

 

Weininger, che confuta la perfezione della figura circolare, giacché essa non ha bisogno né è capace di alcun ulteriore perfezionamento, comincia di conseguenza la sua discussione mettendo in dubbio l’esemplarità classica del movimento circolare chiuso in se stesso.

 

Al cerchio si è riconosciuta universalmente una dignità particolarmente elevata, quale più perfetta e simmetrica tra le figure piane. Per millenni ha resistito la credenza che l’unica forma di movimento degna degli oggetti superiori fosse quella circolare e, com’è noto, essa ha impedito perfino a Copernico di pensare il movimento dei pianeti attorno al sole diverso da quello circolare. Che i pianeti si dovessero muovere in modo circolare era per lui, come per tutti i suoi predecessori, un assioma del tutto indubitabile.

La sublimità della simmetria perfetta e imperturbabile […] sta evidentemente alla base di questa pretesa. Quando le leggi di Keplero trovarono credito si tentò di confutare con lo scherno la precedente, infantile credenza. Il movimento ellittico non condivide in efletti interamente con quello circolare il pathos della legge; la dignità che risiede nell’assenza di capriccio assegna sia all’uno che all’altro la qualità che qui deve essere sottoposta a critica.

 

La critica che ne consegue, della regressività del movimento circolare ha come premessa implicita la rottura cristiana con il mondo antico, che si esprime, secondo Weininger, nella distinzione morale tra l’uomo che esiste in modo etico e il mondo esistente per natura, che ha un significato solo simbolico. La sua critica del movimento circolare presuppone che il senso dell’esistenza umana in generale non risulti dallo sguardo al mondo visibile, bensì, al contrario, il senso « intelligibile » del mondo risulti dall’« eticità » della vita umana, che da un punto di vista temporale non è reversibile, ma reca in sé in modo univoco e unidirezionale fin dalla nascita un orientamento verso la morte.

 

L’unidirezionalità del tempo è […] identica all’irreversibilità della vita e l’enigma del tempo è identico all’enigma della vita (sebbene non all’enigma del mondo). La vita non è reversibile; non c’è nessun ritorno dalla morte alla nascita. Il problema dell’unidirezionalità del tempo è il quesito sul senso della vita. — In questa unidirezionalità del tempo è contenuta la ragione per cui il nostro bisogno di immortalità si proietta solo al futuro (non all’indietro allavita prima della nascita). Per questa ragione ci interessa poco il nostro stato prima della nascita e invece moltissimo quello dopo la morte.

 

 

« L’io, come volontà, è il tempo » e il tempo è orientato in modounidirezionale, giacché la volontà non può volere a ritroso, cosicché per essa il passato non ritorna mai. Solo nel tendere della volontà verso qualcosa che ancora non esisteva e ora esiste si temporalizza il tempo di volta in volta ancora futuro.

 

Se il tempo unidirezionale non fosse identico alla volontà, questa potrebbevolere a ritroso e cambiare il passato (per dirla con Nietzsche: « qual è però il più grande dolore della volontà? Che essa non possa comandare sul passato »).

Se la volontà volesse e potesse mutare il passato, non dovrebbe essere volontàe il principio di identità sarebbe annullato22; giacché proprio nel fatto che è volontà, si esprime l’abisso tra passato e futuro, e anche la loro eterna differenza.

 

La volontà è qualcosa di orientato e la sua direzione è il senso del tempo. L’io realizza se stesso come volontà, vale a dire vive e si sviluppa nella forma del tempo: il tempo è la forma dell’intuizione interna, come ha insegnato Kant. — Ogni volontà vuole il passato come passato-, e solo il criminale, che non vuole più dirigere lo sguardo verso Dio, bensì lo volge verso il basso, mente, vale a dire uccide il passato; l’inversione del tempo è il male-radicale e la paura di questa inversione è la paura del male.

 

Il tempo, nel quale noi viviamo soprattutto quali esseri che vogliono, è il tempo, orientato verso il futuro, della paura e della speranza. Entrambi gli atteggiamenti sono in relazione con l’irreversibilità, posta con il volere, del tempo orientato in modo unidirezionale. Il loro fondamento ultimo è dunque nell’uomo, nella misura in cui egli esiste moralmente quale essere che vuole il futuro e brama l’immortalità. Questa è un’espressione dell’eticità della vita umana che, in vista della morte, vuole superare il tempo. Non-etico è invece non voler riconoscere il passato — nel quale in generale sono contenute tutte le « cause » e le « colpe » — come ciò che è stato, cioè come perfetto, e voler cambiare e trasformare ciò che nella storia è già avvenuto.

Ogni menzogna è falsificazione della storia. Si falsifica anzitutto la propria storia, poi quella degli altri. Non-etico è non voler cambiare il futuro, nonvolerlo creare diverso, migliore del presente. Vuoi! così potrebbe formularsi l’imperativo categorico. Il fenomeno del pentimento collega entrambi (è l’espressione autentica dell’unidirezionalità del tempo): dice di sì alla colpa

passata, ma come passato, e la nega come futuro, vale a dire le oppone la volontà di miglioramento nel futuro. — Il futuro non è ancora reale, il passato lo è. La menzogna è volontà di potenza nei confronti del passato, cui non può offrire alcuna libertà o esistenza, giacché il presente è al contempo non libero e morto.

 

Nel presente entrano in contatto passato e futuro; il presente è ciò che l’uomo può-, sul passato non ha più alcun potere, e sul futuro non ne ha ancora nessuno. Quando eternità e presente sono divenuti tutt’uno, l’uomo è divenuto Dio e Dio è onnipotente. — La menzogna è dunque immorale, è l’inversione del tempo, giacché in questo caso la volontà di cambiamento si estende al passato e non al futuro. Tutto il male sta nell’annullamento del senso del tempo: è disperata rinuncia a dare un senso alla vita. — La volontà dell’uomo crea il futuro: l’uomo anticipa il tempo quando decide; e revoca il tempo quando si pente. Nella volontà dell’uomo, che è perennemente volontà di eternità, il tempo viene al contempo posto e negato .

 

 

All’opposto, la noia è un fenomeno eminentemente immorale, giacché in essa l’orientamento unidirezionale del tempo sembra annullato e il tempo stesso sembra esser presente al di fuori di noi.

 

« La noia e l’impazienza sono i sentimenti più immorali che ci siano, giacché in essi l’uomo pone il tempo come reale-. vuole che passi senza che egli lo riempia, senza che sia mera forma-fenomenica della liberazione e dell’ampliamento della propria interiorità ».

 

Se l’uomo fosse immortale, come il movimento rotatorio, non potrebbe vedere nel domani niente di diverso da ciò che vede nell’oggi, né potrebbe distinguere l’anno nuovo da quello vecchio, sentirsi sminuito e aver paura, se si trova ricondotto a una condizione precedente, come Robinson o come un personaggio di Tolstoj in […] Servo e padrone). Per quanto ci possa far sorridere il borghesuccio che la notte di San Silvestro comincia a fare delle riflessioni partendo dal giornale e giungendo sino al tempo *: proprio in questo è presente un certo sentimento cosmico, […] per il passato e la caducità, ai quali viene contrapposto un futuro pieno di speranze.

 

Ma anche un eterno ritorno dell’identico si potrebbe conoscere evalutare solo a condizione che esistesse un Io che lo ricorda e lo valuta, e quindi a patto di una concezione unidirezionale del tempo, che è la condizione di ogni univocità e verità. Se l’uomo fosse pensabile come un’esistenza dell’identico, che periodicamente ritorna, sarebbe in tal caso, come il sovra-uomo di Nietzsche, al di là di uomo e tempo, e la sua volontà sarebbe una volontà solare sovraumana volata verso il cielo dell’eternità, che resta identico a se stesso. Ma fintantoché l’uomo ancora vuole in generale, e propriamente vuole il futuro, non può voler diventare egli stesso un essere periodico.

 

Neppure il tempo, posto dalla volontà, è però rappresentabile come una linea retta, giacché mentre su di essa si può andare a piacere su e giù, avanti e indietro, l’unidirezionalità del tempo consiste proprio nel fatto che la sua direzione è determinata in modo univoco. Di qui anche la naturale opposizione da parte dell’uomo che ha una tensione morale, nei confronti di ogni forma di movimento circolare, che va all’indietro, che riconduce al punto di partenza. L’enigma dell’orientamento unidirezionale del tempo, che « nell’universo è il problema più profondo », può essere risolto solo in maniera rigorosamente dualistica e quindi non universale.

 

Chi, come Kant, riconosce nel progresso morale, che si compie nella lotta contro le inclinazioni meramente naturali, il senso e la missione dell’esistenza umana, non può trovare più nell’ammirazione per le orbite planetarie alcun sostegno per l’esistenza morale dell’uomo, bensì può vedervi solo qualcosa di totalmente estraneo alla morale

 

Anche nei pianeti noi non […] troviamo un degno sostegno alla nostra esistenza quali esseri morali. Essa in effetti acquista maggiore sublimità solo se viene sciolta da tutte le cose individuali della natura visibile. Se il sistema solare fosse pensato in modo specificamente etico, l’orbita di un pianeta non potrebbe mai tornare indietro su se stessa. Indubbiamente anche la luna, sulla quale non si trova certo nulla che sia in qualche modo etico, gira […] attorno alla terra in un movimento identico a quello di quest’ultima attorno al sole.

 

E Saturno, nei confronti del quale l’uomo si trova, senza dubbio nel rapporto più stretto rispetto a tutti gli altri pianeti, con i suoi anelli e le sue lune sembra proprio la somma del male. — Forse esistono corpi celesti che non compiono alcun movimento orbitale e che decreteranno la fine dell’astronomia. Innessun caso però, neppure in quello della totale fondatezza di questa critica delle forme orbitali che ritornano su se stesse, il cielo stellato, che Kant collocò accanto alla legge morale, dovrà perdere tutta la sua maestà a favore della legge morale. Solo che non si deve cercare in esso più di ciò che effettivamente rappresenta per noi da un punto di vista psicologico, vale a dire

il simbolo dell ‘infinità dell’universo, della quale soltanto noi ci sentiamo, nella legge morale, degni, infinità che sola è degna della legge morale, e il simbolo della sua luminosa beatitudine che non conosce il dolore  ;

 

una beatitudine che Nietzsche vedeva al contrario garantita dal fatto che il mondo non è « infinito » come una missione morale, bensì è determinato esattamente come un cerchio senza inizio e senza fine che rimane identico a se medesimo, la cui forma di movimento autosufficiente appariva alla volontà etica di Weininger « ridicola o inquietante ». Da un punto di vista morale il movimento circolare è ancora peggiore di quello a ritroso del gambero, il cui procedere perlomeno non è privo di senso, bensì soltanto privo di un senso e di una meta positivi.

 

Per sostenere la sua tesi Weininger fornisce i seguenti esempi: camminare in cerchio contro voglia, come Robinson, non ha senso; aver vissuto già una volta una situazione, esattamente allo stesso modo, è inquietante; volteggiare danzando nel vortice del valzer viennese è un’espressione di indifferenza fatalistica; per gli adulti la giostra è opprimente; dire due volte di seguito la stessa cosa, ripetersi, non è cosa educata. Già il proposito: voler dire in un momento futuro questo o quello limita la libertà — che in ogni momento deve essere creata di nuovo —, del volere che è sempre presente a se stesso. Il cerchio magico vincola l’uomo e lo defrauda della sua forza decisionale; la fede nuziale crea un legame tra due persone e toglie loro la libertà metafisica e la solitudine; l’anello dei Nibelunghi è l’emblema del male-radicale, della volontà di potenza, e l’anello del mago, fatto girare una volta attorno al dito, conferisce questo potere maligno.

 

Nessun ens metaphysicum vuole il movimento rotatorio. Ciò che l’uomo in quanto tale vuole è un’immortalità nella libertà, ma non un’eterna vitalità, che è un processo del mondo. Al contrario, a fondamento dell’idea del « viandante » e anche del normale piacereper il viaggiare, sta un motivo autenticamente metafisico, che rende onore al tempo unidirezionale dell’uomo ostinato.

 

 

 

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