L’ETERNO RITORNO NELLA PARABOLA DI ZARATHUSTRA-II

ETERNO R

 

 

 

 

 

 

Il mare, nel quale il nichilismo può annegare, è il mare delie « forze che infuriano e fluiscono in se stesse », il doppio mondo dionisiaco dell’eterno ritorno dell’identico, cui corrisponde l’anima di Zarathustra, che viene definito analogamente un « mare » nel quale deve annegare il disprezzo di sé dell’uomo. La profezia di colui che dice: « tutto è uguale, niente vai la pena, il mondo è senza senso, il sapere strangola », « non serve cercare, non ci sono più nemmeno isole beate », colpisce Zarathustra al punto che, contristato, non mangia e non beve per tre giorni e perde la parola — finché l’abisso gli parla di nuovo, tutt’uno col messaggio rovesciato dell’eterno ritorno. Zarathustra cade in un sonno profondo e racconta poi un sogno che è un’enigmatica profezia della sua liberazione dalla malattia mortale.

 

Ho sognato di aver rinunciato in tutto e per tutto alla vita. Ero diventato un guardiano notturno e di sepolcri, lassù, sulla montana rocca solitaria della morte.E là ero il custode delle sue bare: le volte cupe erano piene di questi trofei. Da bare vitree sentivo su di me lo sguardo della vita vinta. Respiravo l’odore di eternità fatta polvere: la mia anima giaceva intorpidita e fatta polvere. E chi mai lassù avrebbe potuto far respirare l’anima! Lucore di mezzanotte era sempre intorno a me, la solitudine mi si era accovacciata accanto; e, per terzo, un rantolante silenzio di morte, il peggiore di tutta la compagnia.

 

Chiavi portavo con me, le più rugginose delle chiavi; e con esse potevo aprire la più stridula delle porte. Simile al gracchiare maligno di cornacchie, echeggiava quel rumore nei lunghi androni, quando i battenti della porta si aprivano: come un uccello che non voleva essere svegliato, starnazzava ostilmente. Ma ancor più spaventoso, da strangolare il cuore, era, quando tutto taceva intorno e si faceva silenzioso, e io stavo seduto solo, in mezzo a quel silenzio di perfidia. Così per me se ne andava il tempo, lento e sgusciarne; se v’era ancora, il tempo: io non lo so! Ma, infine, accadde ciò che mi fece svegliare.

 

Un vento mugghiarne spalancò la porta e gettò dentro una bara nera, che si spaccò e con una risata spaventosa vomitò mille smorfie.

Chi portò la sua cenere sul monte? Un discepolo interpretò a Zarathustra il sogno. Egli stesso sarebbe colui che, come assertore della circolarità della vita, spalanca anche la porta della rocca della morte.

 

E ora dai feretri scroscerà sempre riso di fanciulli; ora un vento gagliardo verrà sempre vittorioso su ogni stanchezza mortale: di ciò tu sei per noi garanzia e profeta!

In verità, tu hai sognato proprio di loro, dei tuoi nemici: e questo fu il tuo sogno più terribile!

Ma, come tu ti sei risvegliato lasciandoli e tornando in te stesso, così anche loro debbono risvegliarsi lasciando se stessi e tornando — in te!

 

Zarathustra scruta il volto di colui che ha interpretato il sogno e scuote il capo. Questo significa forse che il discepolo ha dato una falsa interpretazione?  O forse Zarathustra si meraviglia solo dellasua saggezza così precoce? La risposta scaturisce dalla domanda stessa di Zarathustra: « Chi porta la sua cenere sul monte? ». Come viandante Zarathustra portò sul monte la sua stessa cenere, quale residuo bruciato della sua prima liberazione, per portare ora, dopo l’ultima trasformazione in fanciullo, all’opposto il suo « fuoco nelle valli »  ; e solo allora si ritirò il fantasma della predica retromondana della morte .

 

Prima di questa redenzione per mezzo dell’autosuperamento del nichilismo, Zarathustra si trova ancora non-trasmutato tra la verità nichilistica e quella dionisiaca, e ciò che scaturisce dalle bare della morte quindi non è ancora il riso liberato di chi si risveglia di nuovo fanciullo, ma solo la risata di ghigni-difanciullo.

In sé l’interpretazione del discepolo non è dunque falsa, ma intempestiva, giacché l’enigma del sogno della rocca della morte non ha ancora la « visione » dell’eterno ritorno. Al profeta del nichilismo deve essere ancora mostrato il mare nel quale possa annegare.

 

Il capitolo seguente si occupa Della redenzione verso l’innocenza infantile dell’esser-ci umano nella totalità di quell’essente che è il mondo. Zarathustra vuole « ricomporre » e « unificare » poeticamente ciò che finora nell’essere umano non era che frammento e orrida casualità. Vuole redimere l’uomo dal caso e dalla « punizione » esistenza, mediante il riconoscimento che nella stessa casualità domina la necessità e che l’esistenza in quanto tale è sia senza scopo che in se stessa innocente . Certo questa redenzione si può comprendere solo dopo aver decifrato la « visione » di Zarathustra, che è la profezia dell’eterno ritorno e del nichilismo.

 

Essa si prepara nell’« ora senza voce », con la quale si chiude la seconda parte dello Zarathustra. In quest’ora senza voce viene preteso da Zarathustra un sacrificio, cui egli è riluttante; quest’ora è l’incompiuto Getsemani di Nietzsche.

 

Zarathustra alla fine è « arrendevole-contro-voglia, pronto ad andare » nella sua ultima solitudine, grazie alla quale gli si rivela in seguito il senso dell’essere. Una sorta di ora senza voce fu già quella in cui Zarathustra sedeva sognando nella rocca della morte, tanto che il tempo, « quando ancora c’era il tempo », gli passò come niente. Questa tregua del tempo ritorna ora mutata.

 

Ieri, verso sera, ha parlato a me la mia ora senza voce-, questo è il nome della mia terribile padrona.

Ciò è avvenuto così — a voi debbo raccontare tutto, perché il vostro cuore non si indurisca verso colui che si accommiata improvvisamente da voi!

Conoscete lo spavento di chi si addormenta?

Fino alla pulita dei piedi egli è spaventato, perché sente mancargli il terreno sot.o i piedi e il sogno incomincia.

Questo vi dico come una similitudine. Ieri, nell’ora senza voce, sentii mancarmi il terreno sotto i piedi: il sogno incominciò.

La sfera avanzava, l’orologio della mia vita riprendeva respiro —; mai avevo udito un tale silenzio attorno a me: tanto che il mio cuore ne fu atterrito.

Allora sentii parlarmi senza voce: « Lo sai Zarathustra? ».

Io urlai atterrito da questo sussurro, esangue si fece il mio viso: ma tacqui.

Ecco che ancora una volta sentii parlarmi senza voce: « Tu lo sai, Zarathustra, ma non lo dici! ».

 

E io risposi finalmente con fare insolente: « Sì, lo so, ma non voglio dirlo! ».

 

Ecco che di nuovo sentii parlarmi senza voce: « Non vuoi Zarathustra? Ma è poi vero? Non nasconderti nell’insolenza! ».

 

E io, piangente e tremante come un bimbo, dissi: « Ah, io vorrei certo, ma come posso! Risparmiami almeno questo! Ciò è al di sopra delle mie forze! ».

Ecco che di nuovo sentii parlarmi senza voce: « Che importa di te, Zarathustra! Di’ la tua parola e infrangi te stesso! ».

E io risposi: « Ah, è quella la mia parola? Chi mai sono io? Io aspetto unopiù degno di me; ma io non son degno nemmeno di infrangermi contro di lui» .

 

Ciò che Zarathustra « sa », ma non può volere, è che si può distruggere la propria esistenza, volendolo liberamente, mentre in seguito, al cospetto della vita, egli sa che proprio nel sacrificio la vita ritorna. La sua autentica parola è la libertà per la morte , tutt’uno con la volontà dell’eterno ritorno, che diventa però annunciabile solo dopo il superamento della tentazione di autoannientarsi. Nell’ora senza voce, che è la sua tentazione, vien detto a Zarathustra che dovrebbe incedere come un’ombra di ciò che necessariamente verrà, e in tal modo procedere. Egli riflette a lungo e infine risponde: « non voglio ».

 

Questo scatena un’orribile risata e per l’ultima volta si sente dire: « I tuoi frutti sono maturi, ma tu non sei maturo per i tuoi frutti » . In altri termini: su di lui incombe il pericolo di diventare troppo vecchio per le sue verità e per le sue vittorie, e di non essere quindi più libero di morire al momento giusto per libera decisione . Zarathustra, dopo aver resistito alla tentazione, giace a terra come morto e deve tornare ancora una volta alla sua ultima solitudine. Tuttavia ha ancora « qualcosa da dire » e « qualcosa da dare », grazie a questa « duplice quiete » dell’estremo abbandono e della vicina beatitudine. In questo modo termina coerentemente la seconda parte dello Zarathustra e, dopo una pausa nella quale matura la decisione, ha inizio la terza parte con il cammino più silenzioso e più ripido di Zarathustra verso l’ultima vetta, che è tutt’uno con il suo abisso più profondo, così come la profezia dell’eterno ritorno è tutt’uno con quella del nichilismo.

 

 

Prima che lo stesso « viandante » diventi « ombra » — nel momento in cui lo spirito libero si libera dalla prima liberazione verso l’innocenza infantile dell’esistenza rigenerata — Zarathustra intraprende la sua ultima peregrinazione, che lo condurrà verso mezzanotte dall’isola beata163 sulla cima del monte più ulto, in un cammino inverso rispetto a quello che ha condotto in precedenza, sul mezzogiorno, l’ombra di Zarathustra dalla stessa isola fino al cuore della terra. Certo ora è proprio giunto il tempo di questo peregrinare, che spetta a Zarathustra, quale spirito divenuto libero; infatti esso non è altro alla fine che un « ultimo espediente » per superare il peso rappresentato dal fardello dell’esistenza, che chi sale porta verso l’alto, ma non getta via164.

 

Su quest’ultimo cammino verso la grandezza e la solitudine, che è qualcosa di diverso dall’isolamento dell’ora senza voce , per Zarathustra vetta e abisso divengono una cosa sola. Questo cammino, è soltanto per così dire praticabile, giacché dietro Zarathustra il suo piede stesso cancella il sentiero e su quest’ultimo è scritto: «impossibilità».

 

Zarathustra deve superare se stesso, per poter salire ancora più in alto e poter superare l’esser uomo in quanto tale, la malattia « uomo » e la punizione chiamata « esistenza ». Il suo pericolo non è la normale vertigine di chi procede su un viottolo scosceso dove, quando lo sguardo cade nel precipizio, la mano si aggrappa più in alto, ma piuttosto consiste nel fatto che egli getta lo sguardo verso l’alto e la sua mano vuole tenersi aggrappata in basso . Davanti a questa « duplice volontà », di essere e di nulla, viene còlto da vertigini il viandante sovra-umano Zarathustra, che finalmente da grande distanza può vedere « al di là dell’uomo e del tempo », sotto di sé, tutta la realtà « uomo ». Ma a tal fine Zarathustra deve re immergersi nei flutti più neri168 del dolore per il peso dell’esistenza e deve imparare a distogliere lo sguardo da se stesso, per poter scorgere la totalità dell’essere.

 

Sulla nave, con la quale il mattino seguente a quella mezzanotte lascia l’isola beata, Zarathustra racconta ai temerari sperimentatori del mare aperto l’eijigma che egli vide, la sua « visione » più solitaria, che conclude il suo tentativo con la verità.

 

Cupamente andavo, or non è molto, nel crepuscolo livido di morte, — cupo, duro, le labbra serrate. Non soltanto un sole mi era tramontato. Un sentiero, in salita dispettosa tra sfasciume di pietre, maligno, solitario, cui non si addicevano più né erbe né cespugli: un sentiero di montagna digrignava sotto il dispetto del mio piede. Muto, incedendo sul ghignante crepitio della ghiaia, calpestando il pietrisco, che lo faceva sdrucciolare: così il mio piede si faceva strada verso l’alto.

Verso l’alto: — a dispetto dello spirito che lo traeva in basso, in basso verso abissi, lo spirito di gravità, il mio demonio e nemico capitale.

Verso l’alto: — sebbene fosse seduto su di me, metà nano; metà talpa; storpio; storpiante; gocciarne piombo nel cavo del mio orecchio, pensierigocce- di-piombo nel mio cervello.

 

« O Zarathustra, sussurrava beffardamente sillabando le parole, tu, pietra filosofale! Hai scagliato te stesso in alto, ma qualsiasi pietra scagliata deve — cadere!

 

O Zarathustra, pietra filosofale, pietra lanciata da fionda, tu che frantumi le stelle! Hai scagliato te stesso così in alto, — ma ogni pietra scagliata deve cadere!

 

Condannato a te stesso, alla lapidazione di te stesso: o Zarathustra, è vero: tu scagliasti la pietra lontano, — ma essa ricadrà su di te! » .

 

 

 

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