L’ETERNO RITORNO NELLA PARABOLA DI ZARATHUSTRA-III

ETERNO R

 

 

 

 

 

 

Ma come può l’uomo proiettarsi in modo sovra-umano fuori dalla sua condizione di esser-gettato? È sufficiente a questo scopo il coraggio che dice: « Nano! Tu! O io »? Il coraggio, si dice, uccide perfino la vertigine in prossimità degli abissi, come anche il dolore ela compassione e perfino la morte — quando dice: « Questo fu la vita? Orsù! Daccapo! ».

 

Con questa svolta critica del pensiero, che va dalla negazione della morte all’affermazione incondizionata della propria esistenza nella totalità dell’essere, si rovescia l’aut-aut precedente, e Zarathustra dice ora al nano: «Io! O tu! ». Infatti il nano non può sopportare la sua idea più abissale dell’eterno ritorno, ma di certo lo può Zarathustra, che nel nano portò verso l’alto il fardello della propria esistenza. Il nano salta giù dalle spalle di Zarathustra e si accoccola su una pietra. « Proprio dove ci fermammo era una porta carraia ». Nel simbolo della porta carraia viene dimostrata anzitutto l’idea dell’eterno ritorno.

 

Su questa porta è scritto cosa essa sia nel tempo, vale a dire un « attimo », nel quale è meriggio ed eternità, giacché in essa il tempo viene a compimento. Due sentieri temporali convengono nella porta-attimo: l’uno corre in modo rettilineo infinitamente-senzafine e perciò « in eterno » all’indietro nel tempo, e l’altro, pure infinitamente-senzafine, in avanti nel tempo. Alla porta carraia i due sentieri sbattono la « testa l’uno contro l’altro ».

 

« Ma, chi ne percorresse uno dei due — sempre più avanti e sempre più lontano: credi tu, nano, che questi sentieri si contraddicano in eterno? » « Tutte le cose diritte mentono, borbottò sprezzante il nano. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo ». « Tu, spirito di gravità! dissi io incollerito, non prendere la cosa troppo alla leggera»

 

Il nano prende la verità troppo alla leggera, giacché egli stesso è solo il fardello dell’esistenza saltato giù, ma non superato, e poiché la vera difficoltà sta nel conciliare armonicamente la visione del mondo che ruota eternamente con la volontà dell’uomo che è vòlto a una meta e che ambisce al futuro.

 

« Ognuna delle cose che possono camminare, non dovrà forse aver già percorso una volta questa via? Non dovrà ognuna delle cose che possono accadere, già essere accaduta, fatta, trascorsa una volta? E se tutto è già esistito: che pensi, o nano, di questo attimo? Non deve questa porta carraia — esserci già stata?

 

E tutte le cose non sono forse annodate saldamente l’una all’altra, in modo tale che questo attimo trae dietro di sé tutte le cose avvenire? Dunque — anche se stesso? Infatti, ognuna delle cose che possono camminare: anche in questa lunga via al di fuori — deve camminare ancora una volta! E questo ragno che indugia strisciando al chiaro di luna, e persino questo chiaro di luna e io e tu bisbigliami a questa porta, di cose eterne bisbiglianti — non dobbiamo tutti esserci stati un’altra volta? — — e ritornare a camminare in quell’altra via al di fuori, davanti a noi, in questa lunga, orrida via — non dobbiamo ritornare in eterno?». Così parlavo, sempre più flebile: perché avevo paura dei miei stessi pensieri e dei miei pensieri reconditi. E improvvisamente, ecco, udii un cane ululare.

 

Il cane, con il suo ululare penoso, nel quale rivive un’esperienza della fanciullezza di Nietzsche, è un’allusione all’imminente grido d’aiuto degli uomini superiori, che si appellano a Zarathu-’ stra come a colui che ha superato l’uomo. Per questo si fa attendere un bel po’ la risposta al quesito, sorto già in precedenza e in seguito  : se da ultimo la libertà del « volere » e del « potere » non coincida, nell’« amor fati », con la necessità del « dovere ».

 

 

Anzitutto sono scomparsi, nel più desolato dei chiari di luna, il nano e la porta carraia, il ragno e il bisbigliare. « Ma qui giaceva un uomo » dall’aspetto di un pastore, cui un greve serpente nero penzolava dalla bocca. La mano di Zarathustra tirò con forza il serpente, invano: allora gli sfuggì un grido di disgusto e pietà: « Mordi, staccagli il capo ». Il pastore lo fece, non più pastore, non più uomo, bensì un trasmutato, che rideva come mai un uomo ha riso, e anche Zarathustra, ormai guarito, ride come un trasmutato.

 

 

L’interpretazione di questa duplice visione della porta carraia e del pastore risulta dalla guarigione di Zarathustra dalla sua malattia mortale . La tentazione di Zarathustra di autoannientarsi si rappresenta in modo intersoggettivo come il pericolo mortale di un pastore, che non può guarirsi da solo dalla malattia mortale, poiché è un « uomo », al contrario di colui che supererà se stesso e vincerà il « sé », la malattia « uomo » per mezzo di una conoscenza il cuisimbolo è il serpente dell’eternità inanellato su se stesso.

 

La visione del pastore è dunque un « pre-vedere » quella redenzione che lo stesso Zarathustra, guarito, sperimenta quando, evocato il suo pensiero più abissale, diviene assertore del circolo, in cui si era già imbattuto precedentemente per un istante nell’immagine della porta carraia, quale punto di convergenza delle dimensioni temporali. Mentre l’uomo moderno « non sa da che parte volgersi », Zarathustra trova la « via d’uscita da due secoli di menzogne » quando, riuscendo a superare uomo e tempo, fa convergere le due vie rettilinee e senza fine, che sboccano nel nulla, nel circolo eterno dell’essere.

 

Pensare questo « circulus vitiosus deus » è in effetti « per membra umane » una « malattia da capogiro », ma solo perché l’uomo dell’epoca cristiana per eternità intende una immortalità,una « vita eterna » senza tempo, mentre la « .vitalità eterna »è un eterno ritorno dell’identico, che legittima proprio ciò che diviene e ciò che trapassa in quanto tale.

 

 

Quando Zarathustra ode la risata del pastore trasmutato, dice: « Come sopporto di vivere ancora! E come sopporterei di morire ora! », prima di una tale ultima trasformazione dell’estremo pericolo mortale nella più alta volontà di vita. Zarathustra lascia poi l’isola, per essere di nuovo solo con un cielo limpido e un mare aperto, che nel loro rispettivo avvicendarsi di giorno e notte e di flusso e riflusso, sono un’immagine dell’eterno ritorno.

 

L’ombra del viandante, il momento più lungo e l’ora senza voce dicono tutti a Zarathustra che è ormai tempo supremo, per il compimento del nichilismo. Il vento, che prima aveva spalancato la porta della rocca della morte, per gettarvi dentro una bara per Zarathustra, ora soffia attraverso il buco della serratura e dice: « Vieni! La porta mi si spalancò con fare scaltro e disse: Va! », fuori, verso la vita .

 

E questa volta il passato spacca i suoi sepolcri, per rinascere alla vita dalla morte,80. È ormai tempo per quest’ultima metamorfosi. « Ma io — non udii, finché infine il mio abisso sussultò e il mio pensiero mi morse», dopo che Zarathustra ne era stato morso alla nuca sotto forma di una vipera, e dopo che il pastore umano aveva staccato con un morso la testa a questo stesso pensiero, per non esserne soffocato. Fino a questo momentoZarathustra ha trasportato verso l’alto il suo pensiero solo come fardello dell’esistenza, ma ora per la prima volta lo vuole evocare in alto, proprio questo pensiero — che trascina in basso — del tedio senza senso dell’esistenza, il cui rovescio è il lungo momento dell’eterno ritorno.

 

A tal fine egli deve ancora superare se stesso, verso quell’ultima « audacia » .

 

L’ora decisiva del suo grande meriggio non è ancora giunta ; una provvisoria pace nell’incertezza, una « beatitudine controvoglia » ritarda ancora la decisione liberamente voluta , grazie alla quale la malattia uomo giunge a guarigione.

 

L’unità di abisso e vetta si manifesta « prima che il sole ascenda » nel baratro-di-luce del cielo.

Esso è la « luce » per il « fuoco » di Zarathustra, che nasce dalla cenere portata sul monte ed è l’« anima sorella » della sua duplice visione dell’« invano » e dell’« orsù », di nichilismo e ritorno. « Gettarmi nella tua altezza — questa è la mia profondità! Calarmi nella tua purezza — questa è la mia innocenza ». Per far questo però la sua volontà dovrebbe poter volare nell’innocenza, nell’audacia e nel « per caso » del cielo, per sovrastare uguale a lui tutte le cose come il loro proprio cielo, come « volta rotonda », « campana azzurra », ed « eterna sicurezza ».

 

Per questo lottò Zarathustra, che troppo spesso domò se stesso, per poter avere le mani libere per benedire con un « sì e amen » tutto ciò che è, che è già stato e che sempre di nuovo sarà.

 

L’ultima « volontà solare » sovra-umana di Zarathustra vuole questa libertà. Ma non tutto può giungere a parlare « prima di giorno », e non è ancora giorno, nel senso del grande meriggio, dopo l’alba. Zarathustra, in mare aperto e contemplando il cielo, ha dimenticato l’uomo e vuole venire a sapere cosa nel frattempo ne sia stato. Questi si avvicina sempre più all’ultimo uomo, all’uomo caduto in basso, ma in tal modo annuncia al contempo la vicinanza del grande meriggio

dell’uomo che è salito oltre se stesso.

 

Zarathustra aspetta ancora, seduto, davanti alle tavole « scritte a metà » della nuova legge, la propria redenzione, ad opera di una volontà per la quale la necessità è la stessa libertà e tutto il tempo non è che irrisione beata di attimi eterni. Ecco una navicella della morte con la quale si può esser traghettati fino al grande nulla — « forse » però anche fino al grandeessere nel grande meriggio.

 

Finalmente l’« ultima volontà » di Zarathustra è pronta per la guarigione dal nulla e verso l’essere.

Zarathustra evoca alla luce del giorno il suo pensiero più abissale e diviene in tal modo un patrono del circolo della vita, in cui piacere e dolore sono tutt’uno, sebbene solo il piacere voglia sempre di nuovo se stesso per tutta l’eternità.

 

Il contatto con il suo pensiero è caratterizzato anche adesso da un’oscillazione tra avvicinarsi e indietreggiare; dopo avergli dato la mano, Zarathustra cade a terra — come dopo l’ora senza voce — come morto, malato della sua stessa guarigione. In seguito Zarathustra si presenta come Zarathustra-Dioniso, mentre in un altro abbozzo come « Cesare ». L’attimo decisivo è eterizzato.

 

La conoscenza, che gli si dischiude in questo momento, è quella dell’eterno ritorno quale verità del nichilismo. Entrambe affermano: tutto è senza scopo, tutto è senza senso. I suoi animali gli annunciano la verità del ritorno:

 

 

 Tutto va, tutto torna indietro; eternamente ruota la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere. Tutto crolla, tutto viene di nuovo connesso; eternamente l’essere si costruisce la medesima abitazione. Tutto si diparte, tutto torna a salutarsi; eternamente fedele a se stesso rimane l’anello dell’essere. In ogni attimo comincia l’essere; attorno a ogni « qui » ruota la sfera « là ». Il centro è dappertutto. Ricurvo è il sentiero dell’eternità

 

 

 

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