L’INCENDIO DEL FALSO PRINCIPIO DELLA NOSTRA EDUCAZIONE

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Qual’è il vero volto dell’educazione?

 Il fine ultimo che stuoli di pensatori perseguono da secoli sotto il vessillo della «giusta pedagogia» o, se si preferisce, della «giusta educazione»?Raramente con gesto veloce e deciso si è riusciti a strappare la maschera a questa scienza e a svelarne i veri tratti. Quest’ope-ra disvelatrice e nel contempo distruttrice spetta senza dubbio a Max Stirner, che nell’aprile del 1842 fece pubblicare a più ripre-se nella «Gazzetta Renana» un saggio dal titolo:

Il falso princi- pio della nostra educazione o l’umanesimo e il realismo .

 

Non era certo la prima volta che Johan Caspar Schmidt si cimentava in uno scritto di argomento pedagogico; qualche anno prima,nel 1834 in occasione del conseguimento della «facultas do-cendi» nei licei di Stato, scrisse una dissertazione intitolata Le leggi della scuola .

Questo scritto, sia per la particolare occa-sione accademica in cui venne proposto che per il suo pesante tessuto hegeliano (Stirner aveva seguito le lezioni di Hegel a Berlino tra il 1826 e il 1828), non riesce ad esprimere un pen-siero così già notevolmente estremizzato come ne

Il falso prin- cipio della nostra educazione

 Nel saggio del 1842 la struttura hegeliana inizia a sgretolarsi con l’emergere dell’egoismo stir-neriano. Ma prima di parlare più specificatamente di quest’ope-ra vorrei citare alcune situazioni biografiche di Stirner degli anni quaranta.

Dal 1839 Stirner insegnò letteratura a Berlino in un collegio per ragazze di “buona famiglia”. Il contatto quotidiano con colleghi e programmi scolastici tipici della borghesia prus-siana, con un ambiente autoritario e culturalmente ammuffito,incentivò ulteriormente l’impulso distruttivo di Stirner nei con-fronti della scuola. Sempre a Berlino verso la fine del 1841 Stir-ner inizia a frequentare la birreria Hippel in Friedrichstrasse. La fama di questa birreria è dovuta al circolo dei “liberi” che fecero di essa la sede preferita delle loro riunioni.

 

Ma ora ritorniamo a Il falso principio della nostra educazione .

 

Lo spunto preso da Stirner come riferimento iniziale per lo svi-luppo delle sue considerazioni sull’educazione è un libro, uscito nel 1842, di un certo professore Theodor Heinsius, dal titolomolto articolato e programmatico: «

Concordato tra la scuola e la vita o una conciliazione tra umanesimo e realismo, conside- rato da un punto di vista nazionale».

In questo scritto il « vene- rabile professore » tenta di conciliare due tipi di educazione molto differenti tra loro: l’educazione umanista fondata sullo studio dei classici greci e latini, nonché sulla Bibbia; l’educazio-ne cosiddetta realista fondata invece sullo studio di materie tecnico-professionali. La prima delle due, corrispondente al liceo, è sempre stata la palestra culturale delle classi dominanti.

La sua forte connotazione formalistica e astratta ha contribuito a far perdere negli studenti il senso della vita reale. L’educazio-ne realista, sorta storicamente dopo la rivoluzione francese,sembrerebbe apparentemente quella più adatta a preparare  i ragazzi alla vita, ma anch’essa, secondo Stirner, si basa troppo sulle materie tecniche sviluppando così la mentalità dell’indu-striale e del tecnico. È evidente come ambedue le scuole siano strutturate per creare un cittadino modello, in questo caso il dandy e l’industriale, adeguato al ruolo che la società gli ha prefissato.La società attraverso la scuola opera sull’individuo un vero e proprio “addestramento”. Si è quindi trovata la risposta alla do-manda che Stirner si poneva nelle prime righe del suo saggio:«Si educa coscienziosamente quella predisposizione che ab- biamo a diventar creatori o ci si tratta soltanto come creature, la cui natura tollera un puro addestramento? ».

 

L’addestramento si attua, sul fondo di un capillare autoritarismo, con una cultura sterilizzata in nozionismo puro che trasformandosi in enorme fardello schiaccia l’individuo. Per Stirner è quest’ultimo che de-ve utilizzare il sapere per farne una linfa, un succo: «Il sapere stesso deve morire per rifiorire nella morte come volontà ».

 Le intrinseche peculiarità dell’io, l’auto creatività e la volontà, si di-spiegano liberamente nel momento in cui dissolvendo il sapere ne fanno un loro alimento. A questo punto il sapere è divenuto“personale”, cioè sostanza del proprio io.

Ma può esistere una scuola che persegue un simile fine? Stir-ner stesso ci offre in proposito delle risposte lapidarie: «Ora la scuola non fornisce affatto tali uomini veri: se pur tuttavia essi ci sono, lo sono nonostante la scuola ».

Così più avanti: «Come in certe altre sfere, così anche in quella pedagogica non si lascia che la libertà si affermi, che la forza dell’opposizione si manife- sti: si vuole sottomissione ».

Si palesa così il conflitto incessan-te dell’individuo con la scuola, “tunnel” della normalizzazione.

Ne Il falso principio della nostra educazione 

Stirner non intende proporre pedagogie alternative, perdersi nelle sterili diatribe teoriche buone solo per gli accademici o i grigi compilatori di riforme; Stirner distrugge una volta per tutte la scienza pedago-gica.

 

Se in questo scritto l’egoismo stirneriano inizia a muovere i pri-mi passi, per camminare tranquillamente ha bisogno però di rimuovere dalla sua strada ogni ostacolo. Ed è alla scuola che spetta il primo calcio!Permane solamente il libero confronto tra individui, l’in-dividualità del bambino si accrescerà nel confronto con la mia.

Dinnanzi alla solidità del mio io , l’io del fanciullo è incentivato a rafforzarsi, a sviluppare il sentimento di sé. «Se il bambino nonimpara ad avere un sentimento di se stesso, non impara appun-to la cosa più importante».

Mentre nella scuola si sviluppano le fiamme ha inizio la danza dell’io nel fluire irrefrenabile della propria auto creazione.

 

 

 

 

 

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