L’INESSENZIALITÀ DELL’IO INDIVIDUALE

INESSENZIALITÀ DELL’IO INDIVIDUALE

 

 

 

 

 

 

Riandando al passo che ha stimolato il nostro intero studio, leggiamo che, per Severino, il presupposto dell’intersoggettività è un «presupposto che è suo» – in questo caso di Habermas, ma in realtà comune a tutta la filosofia occidentale –, e che non corrisponde a un dato, bensì a una convinzione che resiste «solo stando all’interno della fede, cioè della volontà interpretante».

Con la ridefinizione del termine “fede”, fin quirievocata, dovrebbe risultare chiaro che cosa Severino intenda sostenere. E potremmo compendiare così il suo pensiero: oggetto della verità è il destino e oggetto della fede è la terra isolata; il linguaggio umano e mondano parla dell’apparire sfuggente della terra, come di un insieme di enti che stanno l’uno di contro all’altro; e ne parla con la massima competenza e convinzione, come se si trattasse della verità assoluta.

 

La verità assoluta, invece, se ne rimane nascosta, ancora da disvelare, in ombra rispetto alla chiarezza con cui avanza l’immagine della terra isolata.

 

Pare, poi, che Severino tratti la fede come una forza che si autoalimenta: la fede vede in ciò in cui crede la conferma di se stessa, in modo tale da potersi sentire legittimata anche dalla sola immagine che essa stessa restituisce del mondo.

L’Occidente, che, per un malinteso iniziale, guarda alla realtà come all’isolamento della terra, ritrova nella realtà stessa elementi di conforto, ovvero configurazioni di determinazioni congeniali alla fede stessa in cui filtra la realtà; si tratta di determinazioni che vengono interpretate «come la molteplicità dei mortali e dei parlanti». Una molteplicità accomunata da una stessa immagine della terra. Eppure:

 

 

ciò che vien detto ‘quel mortale che sono io, nel suo esistere insieme a tutti gli altri mortali, avendo in comune la terra sicura’ non è un tratto del destino della verità, ma è, esso stesso, qualcosa di voluto (interpretato) dall’isolamento che nasconde il

destino della verità della terra, ossia che isola la terra dal destino.

 

 

 

È un errore, quello per cui ci si affida alla convinzione dell’esistenza di una molteplicità di io, le cui basi Severino individua nel nichilismo che muove l’intera cultura occidentale. Quella che Severino chiama “verità”, ciò che l’Occidente non vede, è costituita dal necessario e infinito dispiegamento della terra secondo un apparire finito: per Severino c’è – come anche per Gentile – un oltrepassante che è inoltre passabile, e che è, in fin dei conti, il mostrarsi nel finito dell’infinito darsi della terra.

Questodisvelamento – che è, in un senso ampio, infinito e, in un senso più immediato, finito – si dà in una molteplicità di “cerchi” finiti dell’apparire: l’errore del pensiero occidentale, continua il nostro autore, è stato quello di interpretare tale molteplicità di cerchi finiti come una molteplicità di soggetti o di coscienze.

E, anzi, sospettando a un certo punto di essere una convinzione ingiustificata, la fede in una simile molteplicità si è rivolta a se stessa, nel tentativo di dimostrare come vero ciò che si rivelava non essere un dato vero dell’esperienza. L’effetto di questi «rari tentativi» di legittimare la fede nella molteplicità delle coscienze, è stato ultimamente quello della distruzione dell’episteme, che – sono peggio i rimedi dei mali che curano – ha di nuovo costretto a considerare con la sola fede quella molteplicità che si tentava di dimostrare come vera.

 

Questa concomitanza tra il tentativo di dimostrare la molteplicità dei soggetti e la distruzione della verità, ci pare possa apparire più chiaramente se si considera la coincidenza che Severino afferma esserci tra io e l’apparire dell’eterno. «L’uomo non solo è eterno, come ogni ente, ma è anche il luogo in cui l’eterno eternamente si manifesta.

 

L’alienazione metafisica dell’Occidente è inevitabilmente accompagnata dall’incapacità di comprendere il senso dell’uomo». Si danno in proposito due casi: o tale coincidenza è considerata un che di empirico, e anche soggetto a distruzione; o è trattata come un orizzonte trascendentale, come accade nell’idealismo. In entrambi i casi, comunque, la molteplicità degli io viene a inquinare l’episteme: quest’ultima decade, perché, in un modo o nell’altro, coinvolta con un’empiricità diveniente.

 

Esempio eminente – segnalato da Severino – del tentativo di ricercare e dimostrare “altri” è costituito dalla fenomenologia. Essa – che, in pieno, «appartiene alla storia della metafisica» – è impelagata in una visione della realtà che crede di testimoniare ciò che appare, quando invece non fa altro che testimoniare l’isolamento della terra: in altri termini, pur mettendosi alla ricerca d’altri, la fenomenologia resta dentro la prospettiva isolante tipica del nichilismo occidentale, ed è così costretta a una mera conferma diquanto quella prospettiva isolante le impone, senza mai la possibilità di raggiungere ilvero.

 

Insomma, se l’isolamento della terra è la fede che domina l’Occidente e se tale fede consiste nel credere che «l’esser uomo sia l’essere una molteplicità di individui umani costituiti ognuno da una dimensione corporea e da una dimensione psichica», e nel credere che una simile «molteplicità abbia sì uno sviluppo storico in cui essa e il suo ambiente sociale vanno modificandosi, ma si riferisca anche a una regione comune con cui tutti gli uomini hanno a che fare e presumibilmente avranno sempre a che fare»; se, poi, in tale fede, altri è ricercato a partire dalle tracce che si ritengono essere il linguaggio altrui, la sistematizzazione filosofica cui si devono simili interpretazioni e intuizioni eidetiche è la fenomenologia. Si consideri al riguardo il pensiero di Heidegger, che con il Mitsein pretendeva di indicare dei nessi essenziali e necessari (esistenziali) dell’Esserci: «ma nessuna fenomenologia può mostrare nessi necessari». Così è stato per la meditazione husserliana, che, accortasi dell’impossibilità di cogliere originaliter l’alter ego, tentava un’altra via, rimanendo comunque sul piano dell’accidentalità, o dell’occasionalità, senza che mai l’altro fosse strutturalmente implicato nell’esperienza aletica.

 

Credere che un liquido sia segno, o che una lacrima sia segno, e sia segno di un dolore o di una infelicità altrui, è affermare che qualcosa è diverso da sé. E la fede che qualcosa sia diverso da sé crede in un’apparenza che non potrà mai apparire come verità.

 

 

 

 

 

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