L’ORIGINARIO NULLA

ORIGINARIONULLA
Heidegger, riprendendo la lezione di Hegel dalla Scienza della logica, rimarca che l’origine sta preventivamente in questo immediato apparire di essere e nulla, che non è ancora lo svelamento dell’ente a partire dal nulla, non è ancora il porsi della differenza ontologica. L’essere, scrive Hegel, «il puro essere, — senza nessun’altra determinazione. Nella sua indeterminata immediatezza […] è simile soltanto a se stesso, ed anche non dissimile di fronte ad altro; non ha alcuna diversità né dentro di sé, né all’esterno. […]

Esso è la pura indeterminatezza e il puro vuoto. […] L’essere, l’indeterminato Immediato, nel fatto è nulla, né più né meno che nulla»ed allo stesso modo «Il nulla è così la stessa determinazione, o meglio assenza di determinazione, epperò in generale lo stesso, che il puro essere. […] Son dunque lo stesso».
Sebbene Heidegger riconosca che essere e nulla sono equivalenti in Scienza della logica nel concetto hegeliano del pensiero, egli utilizza lo stesso contenuto pensando alla manifestazione immanente del tutto, dell’essere. Anche riferendosi a Hegel, Heidegger può scrivere che inizialmente:

«Tenendosi immerso nel niente, l’esserci è già da sempre oltre l’ente nella sua totalità» e che l’«essere oltre l’ente noi lo chiamiamo “trascendenza” » o ancora che il niente, il quale è sempre l’ente nella sua totalità da cui siamo distanti, appartiene originariamente all’essenza come «dispiegarsi dell’essenza dell’essere».

L’origine è sempre questo niente che nientifica, questo niente che toglie la totalità rivelandola.
Solo da questa totalità in potenza può successivamente scaturire ogni comportamento umano nientificante come l’agire ostile, nel senso dell’impedire che qualcosa avvenga, il fallimento come mancata effettuazione dello scopo previsto, il proibire come censura quando non si vuole far vedere qualcosa o la negazione logica come ciò che è falso. Prima però di ogni comportamento possibile l’unità di essere che li include tutti o preferibilmente il mondo come totalità, deve essere posto come dato, prima di poterne usufruire. Questa unità preliminare si manifesta, come già riconobbe Hegel, nell’accadere istantaneo, cioè nell’immediatezza di essere e nulla.

In Dell’essenza della verità, dedicato principalmente alla trattazione dell’evento come svelamento di ciò che esiste, viene ribadito il tema dell’unità originaria preliminare, non più come «uno», ma come «Unico». L’inizio di ogni fondamento, dice Heidegger, è nell’«Unico che si nasconde» che riguarda il senso dell’essere pensato solo come ente nella sua totalità, da non confondere con la somma degli enti di fatto conosciuti».

Heidegger riprende quindi quanto detto in Che cos’è metafisica? per ciò che riguarda la comprensione dello stare in mezzo al tutto e lo ripresenta, allo stesso modo, come avvertibile solo nella situazione emotiva. Uno stare in mezzo al tutto comprensibile invece al pensiero razionale solo come indeterminatezza.

Al posto del nulla originario, in Dell’essenza della verità, c’è il velamento, mentre la sospensione della totalità dell’ente che coincide con il nulla è ora mostrata dalla velatezza che impedisce la verità come manifestazione (αλήθεια) e che mantiene tutto custodito, nascosto. In questo senso Heidegger scrive che «La velatezza dell’ente nella sua totalità […] è più antica di ogni evidenza di questo o quell’ente. [E che] Essa è più antica anche di ogni lasciar–essere», cioè viene prima di ogni eventuale lascito d’esistenza. Il velamento è più antico perché è posto come inizio preliminare, non storico, bensì come un a priori della dimensione che la manifesta tutta insieme e più antico di ogni lasciar–essere nel senso che viene prima del porsi della differenza ontologica in cui l’esistente viene posto. La totalità dell’ente è confermata come ciò che «appare […] incalcolabile e inafferrabile», come «disposizione di tutto», rimanendo sempre «l’indeterminato e l’indeterminabile», non un niente, ma un velamento dell’ente tutto insieme.

Dell’essenza della verità nomina questo principio «mistero», il «velamento del velato», il velamento del tutto che non ha altro riferimento che se stesso, un unico velamento in cui si cela tutto, tra cui noi stessi, che ha come mistero da nascondere il niente che equivale a tutto l’esserci e lo pervade. Un mistero che si risolve nel nulla.

Il Poscritto a «Che cos’è metafisica?» ribadisce questo essere che non si può rappresentare come niente che dispone l’essere, come «misteriosa possibilità dell’esperienza», come sorgente nascosta, ma il testo è già del 1943. Lo stesso dicasi per l’Introduzione a «Che cos’è metafisica?» che fu scritta nel 1949. In Lettera sull’«umanismo», dello stesso periodo, appare «l’essere misterioso, la semplice vicinanza di un dominante non invadente», ma non viene articolato, però viene aggiunta la denominazione di «integro », volendo significare l’inviolato, l’intero, la completezza.
L’essere, «il trascendens puro e semplice», è invece rintracciabile nei contenuti del corso universitario di Friburgo del 1935, che Heidegger ha considerato come il completamento della terza parte non svolta di Essere e tempo, oltre ad essere la prima serie di lezioni a vedere la pubblicazione, che però avvenne solo nel 1953. L’identità di essere e nulla come principio preontologico, che pone ancora una volta la questione della totalità oltre i nessi fondativi dell’ente, è in questo corso ricavato dai frammenti di Parmenide, di Eraclito e dal Timeo di Platone.

Il frammento 4 di Parmenide è secondo Heidegger la testimonianza più antica in cui la filosofia affronti il problema dell’essere assieme a quello del nulla. La decisione di Parmenide per l’essere non sarebbe un semplice distoglimento dal nulla, ma una considerazione sull’essere a partire dall’impraticabilità del nulla, quindi un consiglio dopo aver valutato entrambe le vie. Heidegger poi sottolinea che «il fatto che il nulla non sia alcunché di essente non toglie affatto che appartenga, a suo modo, all’essere».

In Eraclito il λόγος, l’«insieme raccolto», spiegato in opposizione al σάρμα, tradotto come «mescolanza caotica», la «spazzatura» nel frammento 124, è spiegato come ciò che raccoglie l’instabile antagonismo dei contrari e non li lascia mai cadere. Questo λόγος è definito come l’«imporsi predominante […] che mantiene l’unione degli antagonismi, nella massima acutezza della sua tensione».
Heidegger vede quindi nel λόγος eracliteo l’unione o il raccoglimento di tutta la natura, sintetizzata dall’antagonismo dei contrari, che equivale all’ente nella sua totalità come massima acutezza, cioè come vertice che i contrari li tende.
Ogni angolo poi, soprattutto il più acuto, che già da sé si chiude fino a non esserci, ha origine, nel culmine, da un unico punto che non può, per definizione, mai essere misurato. In questo modo il λόγος, così interpretato, può anche essere detto, dove i contrari si toccano, nullo. Si può anche aggiungere che dal culmine identico al nulla si dipartono entrambe le vie di essere e non essere come contrari, ma nel vertice sarebbero lo stesso, l’uno nell’altro. Questa conclusione del resto rimarrebbe fedele ai contenuti di Introduzio-ne alla metafisica, perché lo stesso Heidegger accomuna Parmenide e Eraclito.

Nel Timeo di Platone viene evidenziata e si tenta l’interpretazione del significato di χώρα come «ciò che fa posto» allo spazio e indebitamente, ma efficacemente, come spazio che fa spazio per ogni manifestazione. In sé stessa però la χώρα rimarrebbe vuota se non fosse riempita dalle cose del mondo, da ciò che è manifesto, da ciò che appare. La χώρα non è infatti «né luogo né spazio», è ciò che solamente può essere occupata, può solo aprire allo spazio e può solo ricevere lo spazio; è dunque spoglia di ogni aspetto, ma preliminare nel contenere la totalità di ciò che si può vedere.

Sempre in Introduzione alla metafisica il nullo essere, mai dichiaratamente imposto come in Che cos’è metafisica?, è accennato quando Heidegger tratta lo spirito, riprendendo a suo modo S. Paolo (Rom. 1, 20; I Cor. 2, 10–13)79, come apertura cosciente all’essenza dell’essere80. Scrive Heidegger: «Lo spirito è pienezza del potere dato alle potenze dell’essente come talenella sua totalità». Il passo definisce lo spirito come equivalente alla «pienezza del potere» che dispone la totalità dell’ente in potenza e questa totalità, come già abbiamo visto, è la completezza di tutto il mondo che l’uomo può solo avvisare come possibilità in cui sentirsi situato. In questo modo il darsi in potenza della totalità, cioè la sua possibilità, si giustifica e viene confermata, mentre la «pienezza del potere» invece, che tutto può concedere, è proprio l’a priori della dimensione in cui tutto si può svolgere e che mantiene se stesso al massimo della pienezza non concedendo niente all’attualità dell’esistenza.

 

 

 

 

 

 

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