LOTTA DELL’UNICO CONTRO L’UNICO

UNICOCONTRO

 

 

 

 

 

 

Nella tradizione filosofica, da Platone ad Hegel, il soggetto (in quanto Io empirico) o il sensibile gioca un ruolo di subordinazione o di assoggettamento rispetto all’Io trascendentale o al sovrasensibile. Quel che conta è il mondo intelligibile, noumenico.

La verità è tutta collocata nel mondo sovrasensibile o sovrastorico o sovraindividuale, nell’impersonale, in ultima istanza: nel mondo concettuale, nel pensiero (puro, assoluto), nell’idea o per meglio dire nelle idee o negli ideali, o, nella terminologia devastante di Stirner: nelle fissazioni o divinizzazioni che si concretizzano di volta in volta in spirito (ovviamente quello generale, il puro spirito), uomo, umanità, Stato, bene, autocoscienza, verità, Dio, patria, essere superiore (non essere particolare), moralità, legge, cosa in sé, essenza (non la parvenza), princìpi, immortalità, anima (ovviamente non corpo, inferiore rispetto all’anima), ragione ecc.

Un’analisi anche approssimativa mostra che per la tradizione filosofica occidentale conoscenza e verità non sono pensate a partire dal mondo empirico e dal particolare, ma dal mondo noumenico e impersonale. Il mondo da cui attingere conoscenza e verità, senso e significato non è quello individuale, ma il sovraindividuale a cui, come mette in luce Stirner, tutto deve sottostare, essere orientato, sacrificato, tant’è vero che l’Io, il soggetto, il singolo sono se stessi o  realizzano se stessi se vivono nel o del sovraindividuale, se formano una unità col sovraindividuale (o soprasensibile, intelligibile, universale ecc..) .

Ora, alla prospettiva di annullamento radicale dell’indivual-empirico, costitutiva per la tradizione ontologico-metafisica del pensiero occidentale, Stirner fa seguire l’annullamento radicale della prospettiva individual-sovraempirica.

Prima di valutare la portata “nichilistica” di questa originalissima operazione, in cui al posto della prospettiva sovraindividual-filosofica subentra la prospettiva individual-empirica o dell’unico, sarebbe necessario riflettere sul significato di questo rovesciamento di prospettiva della conoscenza, della comprensione e della verità in chiave, per esempio, sociologica, antropologica, pedagogica, politica, economica, psicoanalitica o di critica ideologica. Queste sono oltretutto solo alcune delle voci che riterrei utili sottoporre ad analisi specifiche tenendo conto del rovesciamento di prospettiva proposto da Stirner, ma sono voci che richiederebbero studi particolari e differenziati e che non trovano in questa sede possibilità di tematizzazione.

Per cui, non rimane che cercare di tematizzare almeno la svolta o il passaggio Io trascendentale/

Io-empirico, e chiederci: ma quale tipo di nichilismo consegue dal dualismo della nostra ragione ed è a monte delle riflessioni, per esempio, di Stirner?

Ma poi si tratta per davvero di un pensiero nichilista? Ma Stirner non riconduce ad un fondamento nuovo l’esistenza umana o annulla davvero ogni fondamento umano? O meglio: la demolizione di tutti i sistemi filosofici, politici, economici e più specificamente: la razionalità e la ragione, la metafisica, la concettualità, il pensiero, non ha alla base quell’Io veramente empirico, nudo e crudo, non più coglibile concettualmente, quell’unico, ormai non più essere, non più essenza, non più sostanza, quindi quell’irriducibilità che in quanto tale è solo se stessa e proprio in ragione di ciò è volontà e libertà (ma come si è potuto rilevare non in senso kantiano o nel senso della tradizione filosofica occidentale in base a cui, in ultima istanza, libertà e volontà diventano moralità o sacralità ecc.)? In breve: il rovesciamento di Stirner non mira a rimettere in piedi un mondo già rovesciato, allo stesso modo in cui Marx ha tentato di rimettere sui piedi la filosofia hegeliana che egli riteneva camminasse sulla testa?

Il rovesciamento di Stirner non ha come oggetto la riproposizione di quella libertà e volontà a partire da se stesse, non più deducibili da determinazione esterna, da concatenazioni sovraindividuali, sovrastoriche, da un in sé o trascendenza che sovrastano e anzi dominano e annientano la loro irriducibilità? E allora si può chiedere di nuovo: in che cosa consiste il nichilismo se il senso delle riflessioni di Stirner riposa sulla messa allo scoperto di quel fondamento esistenziale e di quella unicità irriducibile non concettualizzabile devastati dalla corsa e rincorsa di concetti, di un pensiero, di una razionalità che scardinano l’irriducibilità dell’irriducibile?

Se di nichilismo vogliamo parlare, trattasi di un nichilismo il cui fondamento è nulla. Ma cos’è questo nulla se prescindiamo da un nulla come trascendenza o come sconfinamento nel sacro o sua consumazione? Nulla è quell’indicibile (ma non per questo è metafisico, anzi proprio per questo è indicibile) da cui Stirner parte e a partire da cui tutto fonda, anzi a partire da cui tutto è già fondato e non ha bisogno di fondazione di nessun tipo. Per cui è questo nulla a fare emergere una serie di interrogativi: Cos’è l’uomo? Ovviamente l’uomo non è più una categoria metafisica, ma si pone in termini di quell’irriducibilità di cui si parlava sopra. Qual è il suo senso?

 

E ancora: Chi decide il suo senso? Ma così posti, gli interrogativi sono ancora metafisici, in quanto dire l’uomo, il senso ecc. significa porsi su un piano sempre ancora quasi-antropologico di Gattung, o del soprasensibile, del sovrastorico, dell’in sé, o dell’essenza generalizzabile, piano opposto all’impostazione di Stirner. Gli interrogativi sono legati dicevo a nulla che non significa volere-nulla o, come in Nietzsche, preferire il nulla al non-volere (Genealogia della morale) o, come in Heidegger, nulla come esperienza fondamentale di pensiero, di modo che il pensiero possa riconoscere la necessità del ci dell’esser-ci (il da del Dasein).

Fondare su nulla significa, in Stirner, porsi su quel piano di totale e radicale unicità a partire dalla quale, l’unico è. Anzi l’unico è ed è se stesso, soggetto alla sua libertà, alla sua volontà, alla sua ragione. Fondare su nulla non è allora un no alla vita o apertura al baratro di un destino condannato alla sua nientificazione, al non-senso che si consuma nella negatività del niente, piuttosto la forza individuale finalmente libera  da autocostrizioni o costrizioni esterne al soggetto: quella forza, libera da costrizioni eteronome che come tale (e anche in Nietzsche) può veramente darsi alla libertà intrinseca al singolo sé, ad ogni singolo soggetto, ovverosia all’unicità che costituisce ogni Io.

Fondare l’esistenza su nulla significa che tutto quello che dall’esterno si impone sull’unico, non realizza l’unico ma lo annulla privandolo della sua irriducibilità, della sua vera vita. L’ “esterno” non è affatto verità oggettiva, valore universale o essere trascendente superiore come vuole la tradizione metafisica occidentale, ma il contrario: la nientificazione di quella unicità che è fondamento unico ed ultimo della verità dell’Io. L’assoluto è solo l’unico stesso. Solo a partire da questo se stesso si può pensare in termini di verità dell’esistenza e di fuoriuscita dal baratro autodistruttivo in cui ogni unico è nichilisticamente sprofondato.

La proposta che qui si avanza è che la fuoriuscita dal nichilismo trova la sua possibilità di attuazione nella sostituzione di un essere assoluto astratto con un essere tutto situato nell’irriducibile unicità del singolo Io e nella sua forza creativa.

Da questa prospettiva si potrebbe pensare non ad un Stirner nichilista, ma ad un Stirner che ha percepito, e forse è stato l’unico a percepire con chiarezza, prima e con più rigore di Nietzsche, il senso devastante del nichilismo, intrinseco alla cultura europea: la distinzione-contrapposizione tra Io empirico ed Io trascendentale, fenomeno e noumeno, sensibile e intelligibile, ovverosia la contrapposizione tra trascendentale ed empirico, in ultima analisi la subordinazione o l’annientamento o negazione dell’empirico attraverso una ragione che trascende, ovverosia immola tutto ciò che è empirico, storico, singolare di volta in volta all’idea, al concetto: Dio, Chiesa, Stato, Morale, Legge ecc..

In questo senso, l’unico ripresenta o ripropone quella irriducibilità originaria che costituisce l’unicità indiscutibile, inconfutabile propria di ognuno, socialmente distrutta. Ma questa unicità, proprio perché tale, non è un Sollen e non ha bisogno, come mette in chiaro Stirner, di una morale, di un’idea ecc.. L’unicità è. Si tratta già e da sempre di un Sein, come unicità irriducibile. Direi allora e per concludere: se Stirner devasta il Sollen della tradizione metafisica, lo fa per rispondere (similmente ad Heidegger anche se pone l’accento su un piano completamente diverso) alla devastazione del Sein, dovuta a tale tradizione. Tanto più Stirner devasta quel Sollen metafisico, tanto più dà voce al devastato Sein, all’irriducibile “ego-ismo”.

Più che concettualizzazione del nichilismo, Stirner concettualizza la fuoriuscita dal nichilismo. In questa fuoriuscita, però, se per un verso l’aporia intrinseca al pensiero metafisico-tradizionale (dei due mondi o delle contrapposizioni: Io-empirico/Iotrascendentale, terreno-divino, ecc.) trova soluzione nel concetto di unico (da intendere nella irriducibilità di ogni singolo), per altro verso si genera una nuova aporia: come conciliare, cioè, l’inconciliabilità dei diversi singoli Io, data appunto la loro specifica irriducibilità ed essendo quest’ultima l’unica verità e l’unico fondamento vero dell’Io? O dobbiamo intendere la convivenza umana come lotta dell’unico contro l’unico?

 

 

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