LOTTA TRA I FANTASMI DI STIRNER E “SAN” MARX

STIRM,M

L’ideologia tedesca ha come arma principale il gioco su due parole e due significati, spirito (Geist) e spettro (Gespenst). Ne abusa. «Innanzitutto, è bene sottolinearlo ancora, Geist può significare anche spettro, come la parola spirito o spirit. Lo spirito è anche lo spirito degli spiriti.» L’argomento che permette di distinguere tra i due significati resta discreto e sottile. Così lo spettro è l’ombra dello spirito, è dello spirito, dallo spirito procede. «La differenza tra i due è appunto quel che tende a scomparire nell’effetto fantasma, così come tende ad affievolirsi il concetto di una tale differenza o il movimento argomentativo che lo mette in opera nella retorica. Tanto più che questa è già votata alla polemica, in ogni caso alla strategia di una caccia. E anzi, a una contro-sofistica che a ogni istante rischia la replica: riprodurre allo specchio la logica dell’avversario al momento di rimuovere, esagerare là dove si accusa l’altro di abusare del linguaggio.»

 
Nella de-costruzione dello stile usato da Marx nell’Ideologia tedesca, Derrida tocca un vertice, gettandosi in un vortice senza rimanere travolto. Egli stesso si sceglie un terreno, quello della rappresentazione del pensiero di un illusionista che fa giochi di prestigio con i concetti. Escamotages in serie. «La produzione del fantasma, la costituzione dell’effetto fantasma, non è solo una spiritualizzazione, e neanche l’autonomizzazione dello spirito, dell’idea o del pensiero, quale si produce in maniera eminente nell’idealismo hegeliano. No, una volta effettuata questa autonomizzazione, con l’espropriazione o l’alienazione corrispondenti, e solo allora, il momento fantomale le sopraggiunge, le aggiunge una dimensione supplementare, un simulacro, un’alienazione o un’espropriazione in più. E cioè un corpo! Una carne! Poiché non c’è fantasma, non c’è mai divenir-spettro dello spirito, senza almeno un’apparenza di carne, in uno spazio di visibiltà invisibile, come dis-parizione di un’apparizione. Perché ci sia fantasma, è necessarioun ritorno al corpo, ma a un corpo quanto mai astratto. Il processo spettrogeno corrisponde quindi a un’incorporazione paradossale. Una volta separati l’idea o il pensiero dal loro substrato, si produce un fantasma dando loro un corpo.» Ma è un corpo a-fisico, carne in senso tecnico e istituzionale, non reale. Una volta teatralizzato questo primo effetto spettrogeno, Marx non si accontenta, Marx critico di Stirner, mette in scena il fantasma assoluto, il rivendicato da Stirner l’unicità del proprio corpo astratto. Ecco il fantasma del fantasma, simulacro di simulacri senza fine.

«Sarebbe questo, se si vuol credere a Marx, il momento delirante e allucinogeno della hýbris propriamente stirneriana: in nome della critica, e talvolta della critica politica (poiché Stirner ci tiene anche al discorso politico, ed è noto l’intreccio infinito del dibattito che forma il contesto del “Concilio di Lipsia III – San Max”), non si tratterebbe qui che di un continuo rilancio della negatività, di una rabbia di riappropriazione,di un’accumulazione di strati fantomatici. Marx denuncia la sofistica di questo “escamotage” in uno dei momenti più lucidi di un’argomentazione volubile e talvolta vertiginosa – che a sua volta sembra cedere alla vertigine in cui una tale tropica necessariamente trascina, poiché uno spettro non fa solo girare i tavoli, fa girare la testa.»

Sarabanda di spettri. Eppure Stirner e Marx sembrano avere qualcosa in comune oltre alle ascendenze hegeliane. Entrambi criticano il fantasma, entrambi vogliono farla finita con gli spettri. Ambedue vogliono la riappropriazione a partire dal proprio corpo. Questa è la molla. E questa è anche la dimensione messianica, la promessa di farcela. Però Stirner affida la riappropriazione ad una conversione dell’io. L’io riprende in sé. E riprende i suoi fantasmi in libera uscita. Marx, al contrario, denuncia il corpo egologico come fantasma di tutti i fantasmi. Dice che non basta distruggere il corpo del fantasma per poterlo reincorporare, dice che bisogna tener conto della società, delle pratiche. Quella di Stirner, magia dell’immediatezza, non è che transizione dal fuori al dentro, l’illusione dell’io creatore e possessore di compiere operazioni uniche.

Ci potremmo ulteriormente diffondere sulle differenze, ma la questione che salta agli occhi è poi la seguente. Perché Marx si accanisce contro Stirner con tanta profusione di parole e di ironia, perché si accanisce? Perché tante parole? Non si sta in fondo divertendo, gratuitamente, deliberatamente, esageratamente? Non sta semplicemente ammazzando il tempo, in assenza di una playstation o della tv? No.

Dice Derrida: «Si ha l’impressione, tanto insistente e ridondante appare la critica, a un tempo brillante e pesante, che Marx potrebbe continuare senza sosta a lanciare frecciate e ferire a morte. Potrebbe non abbandonare mai la sua vittima. Si lega ad essa in maniera inquietante. La sua parola lo tiene prigioniero. L’accanimento di un cacciatore consiste nel disporre un’esca animale, qui il corpo vivente senza vita di un fantasma, per ingannare la sua preda. Ho come una sensazione a tal proposito (insisto proprio, una sensazione, la mia sensazione, e non ho motivo di negare che si proietta necessariamente sulla scena che interpreto: la mia “tesi”, la mia ipotesi o la mia ipostasi, appunto, è che non è possibile evitare questa precipitazione dal momento che ciascuno legge, pensa, agisce, scrive con i suoi fantasmi, anche quando se la prende con i fantasmi dell’altro). La mia sensazione, quindi, è che Marx si fa paura, e si accanisce su qualcuno che non è lungi dal somigliargli tanto da trarne in inganno un fratello, un doppio, un’immagine diabolica dunque. Una sorta di fantasma di sé stesso. Che vorrebbe allontanare, distinguere: opporsi. Ha riconosciuto qualcuno che, come lui, sembra ossessionato dagli spettri e dalla figura dello spettro, nonché dai suoi nomi, le cui consonanza e referenza sono inquietanti.»

E’ a questo punto, che Derrida lancia la sua ipotesi iperbolica: entrambi, Stirner e Marx sono cacciatori di spettri. Tuttavia, Marx fa più che cacciare, conduce una caccia all’allontanamento. Ovvero, caccia per raggiungere la preda e poi scacciarla. “Io ti scaccio”, “via da me”. E tutto ricomincia da capo. Il cacciatore insegue nuovamente la preda e la scaccia nuovamente. Le due fasi del movimento sono un solo movimento di lunga durata. E c’è gusto sia nella caccia che nella sua conclusione: “pussa via!”

Al fondo di questa vicenda sta forse una storia di “posseduti”, “invasati” da qualche “demone” (parola che Derrida non usa). «Possedere uno spettro non è essere da lui posseduti, essere posseduto tout court? Catturarlo, non è è esserne fatto prigioniero? Eppure, sull’essenziale, Marx sembra d’accordo con Stirner, bisogna aver ragione dello spettro… il disaccordo riguarda le vie di questa fine…» I congiurati post-hegeliani, cospiratori, discutono, affilano le lame, tramano, si scambiano segreti, si dichiarano avversari delle ombre, dell’ombra, e fin dalla prima parola complottano anche contro un’armata di spettri., credendo che sia guerra giusta.

Vie diverse, accordo sui fini? A leggere l’Ideologia tedesca, al di là della versione proposta da Derrida, distinguere non sembra così semplice. Derrida sembra un papa che tende all’ecumenismo, mentre i due se le danno di “santa ragione” per questioni non solo spettrali. La via di Stirner manca di prospettiva, oltre che di reale serietà. Prendendosi troppo sul serio, Stirner diventa una figura comica e tragicomica di sedicente illuminato. Marx non è per caso il nome di un grande comico, Groucho. Ma anche il vecchio Karl non se la sarebbe cavata male sul palcoscenico. A tratti sembra distruggere Stirner con una verve irresistibile. Un conto è leggerla, un altro sarebbe il metterla in scena. Se la satira è di sinistra, non è per caso: la percorre un certo spirito di Marx, forse il migliore tra tutti.

Mi sono consentito questa leggera variazione personale nel commento al testo di Derrida perché, contrariamente al solito, il nostro sembra aver preso, a sua volta troppo sul serio la sarabanda spettrale, il baraccone degli specchi in cui gli spettri rimbalzano da un lato all’altro e si moltiplicano. Certo, è vero che Marx e san Max stanno dentro all’eredità hegeliana (in disfacimento) e sembrano insieme rifarsi a Platone, il Platone che associa l’immagine allo spettro e l’idolo al fantasma, il phàntasma erratico di morto-vivente. I fantasmi del Fedone e del Timeo, quando non vagano nei cimiteri, si aggirano per le anime di certi viventi. «Serrato e ricorrente, questo accostamento non si lascia disfare. Fa pensare che sopravvivenza e il ritorno del morto-vivente appartengano all’essenza dell’idolo. Alla sua essenza inessenziale, certo. A quel che dà corpo all’idea, ma un corpo dal tenore ontologico più basso, un corpo meno reale della stessa idea. L’idolo non appare o non si lascia determinare che su questo fondo di morte. Ipotesi priva di originalità, ma la cui conseguenza si valuta sulla base della costanza di una tradizione immensa, bisogna dire del patrimonio filosofico che si tramanda, attraverso trasformazioni tra le più placide, da Platone a san Max, a Marx e oltre. La lignée di questo di questo patrimonio è travagliata, ma per nulla interrotta dalla questione dell’idea, la questione del concetto e del concetto di concetto, quella stessa che alberga in tutta la problematica dell’Ideologia tedesca (nominalismo, concettualismo, realismo, ma anche retorica e logica, senso letterale, senso proprio, senso figurato, ecc.). Una tale questione sarebbe una questione di vita o di morte, la questione di la-vie-la-mort, prima d’essere una questione dell’essere, dell’essenza o dell’esistenza. Aprirebbe su una dimensione del sopra-vivere o della sopravvivenza irriducibile tanto all’essere quanto a una qualche opposizione del vivere e del morire.»

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